Alba, 214mila euro per aiutare le famiglie e 304 kg distribuito al giorno

La pandemia ha funzionato come tappeto che si solleva, e mostra la polvere accumulata sotto. Il velo dell’illusione sembra essere caduto e sono emerse tutte le difficoltà sociali, economiche, umane del territorio, troppo spesso ignorate o rimpicciolite dalle narrazioni dominanti. Questo “secondo mondo” invisibile a uno sguardo superficiale è stato raccontato il 3 ottobre durante il convegno di apertura dell’anno della Caritas Diocesana albese.

Durante l’assemblea sono stati comunicati i dati dell’Osservatorio Povertà: è emerso come da agosto 2019 a settembre 2020 la Caritas abbia erogato circa 214mila euro per il supporto di individui e famiglie in condizione di fragilità socioeconomica o abitativa. Nel dettaglio, 56mila euro sono stati destinati al pagamento di affitti e spese condominiali e 57mila euro nel pagamento di bollette. 17.500 euro sono serviti per il sostegno nel pagamento di farmaci, spese mediche e ticket sanitari, e 25mila euro per l’acquisto di cibo all’Emporio solidale. Numeri che raccontano una difficoltà ampia nei numeri e grave per la sua potenza destrutturante: significa che ad Alba e nel territorio circostante sono molte le persone che non possono o non riescono a far fronte alla sussistenza primaria, come procurarsi cibo o curarsi. 

Un altro dato importante riguarda l’attività dell’Emporio solidale, struttura che distribuisce generi alimentari donati dalla grande distribuzione (supermercati e negozi) a persone in difficoltà. Nell’ultimo anno gli utenti sono stati 1.304, per un corrispettivo di 437 famiglie. Si tratta di persone con Isee inferiore ai 6mila euro. Il totale del cibo distribuito in un anno nell’Emporio ha raggiunto gli 111mila chilogrammi, quindi 304 chilogrammi al giorno.

E poi il periodo più imprevisto, più critico: quello da marzo a fine maggio 2020. Durante il lockdown la Caritas Diocesana ha servito viveri a 1.375 persone per un totale di 424 famiglie, di cui il 44% erano italiane e il 56% straniere. L’Emporio sempre in questo lasso temporale è riuscito a distribuire oltre 70 borse al giorno (dal valore medio di 25 euro a borsa) e con l’aiuto di 27 volontari.

Come ha spiegato Don Mario Merotta, direttore della Caritas Diocesana albese, “Ad Alba e nei territori circostanti la povertà viene sovente minimizzata o considerata meno pervasiva rispetto alla realtà. Ma riconoscere i problemi è il primo passo per tentare di risolverli. Pensiamo al Centro di Prima accoglienza di via Pola, che di recente ha dovuto fronteggiare l’emergenza legata all’arrivo di circa 30 lavoratori africani, braccianti agricoli, che hanno dovuto dormire in una tenda all’aperto. Si trattava di persone in estrema difficoltà, che avevano bisogno urgente di aiuto. La situazione ha generato parecchio caos. Per evitare simili impreparazioni o fenomeni critici dovremmo progettare strutture pubbliche che sappiano contenere questi fenomeni e accogliere le persone in difficoltà. La Caritas non vuole sostituirsi alle istituzioni ovviamente, ma rappresentare una possibilità collaborativa”.

Per fare ciò, è necessaria una vera e propria “transizione” culturale e filosofica, che muta radicalmente i connotati della Caritas nell’immaginario collettivo. Prosegue Merotta: “Dobbiamo  cambiare l’idea radicata nell’immaginario collettivo che associa Caritas all’ente “che aiuta le persone povere” in maniera assistenzialistica e indipendente da altri attori. La metafora della locanda, immagine-simbolo del convegno del 3 ottobre, parlava proprio di questo: la Caritas non è la locanda, ma il suo ruolo è quello di accompagnare la persona in temporanea difficoltà verso la locanda. In altre parole, dal punto di vista sia pratico che filosofico vogliamo far capire alle persone che il nostro ruolo non è quello di assistere e soccorrere in modo integrale, ma di accompagnare verso altre realtà, con cui lavoriamo in rete e che possano occuparsi del percorso di aiuto. Solo in questo modo potremo davvero sperare di intervenire sulle situazioni di vulnerabilità socioeconomica”.

Durante il convegno è anche intervenuto Riccardo d’Agostino, educatore di Asai (Associazione animazione interculturale), gruppo che opera a Torino nei territori fragili. D’Agostino ha spiegato cheil vero atto di aiuto non è tanto l’erogazione di servizi, quanto il lavoro sulla reciprocità uscendo dalla logica operatore-utente. Non dobbiamo scordare che le persone bisognose sono anche portatrici di risorse. A titolo di esempio, ricordo come in un nostro progetto alcuni adolescenti che avevano abbandonato la scuola prematuramente fossero riusciti a creare una canzone. Il brano raccontava la loro esperienza emotiva, cosa avevano vissuto e attraversato. Il lavoro artistico è poi diventato oggetto di formazione in un corso per insegnanti. Questo è solo un esempio di come anche la fragilità possa racchiudere importanti funzioni pedagogiche e capaci di rappresentare elementi vitali per l’intero tessuto sociale”.

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