Tariffa dell’acqua: dieci anni dopo il referendum i conti non tornano?

di Duccio Facchini.

Il Forum italiano dei movimenti per l’acqua ha analizzato lo schema alla base delle bollette pagate dai cittadini. Emergerebbero “meccanismi inappropriati” a beneficio dei gestori e in contrasto con i quesiti votati nel 2011. Ecco perché...

Sono trascorsi dieci anni dal referendum popolare del 12 e 13 giugno 2011 che avrebbe dovuto sottrarre l’acqua alle logiche del profitto. Con due “Sì”, 26 milioni di cittadini italiani affermarono “un’altra idea di ‘pubblico’”, per usare le parole che il compianto giurista Stefano Rodotà spese pochi giorni dopo quella “vittoria” che per lui “veniva da lontano” e aveva il merito d’aver resistito al “massimo di disinformazione e malafede”.

In occasione del decennale -tra le altre cose- della cancellazione dell’“adeguata remunerazione del capitale investito” nell’idrico, fissata al 7%, e a poche settimane dall’approvazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), il Forum italiano dei movimenti per l’acqua (acquabenecomune.org) ha analizzato nel merito l’impalcatura delle tariffe pagate oggi dai cittadini. Un’iniziativa che punta a riaprire un dibattito pubblico sul servizio e andare al di là dei ricorrenti luoghi comuni: bollette troppo basse che limiterebbero gli investimenti dei gestori, perdite in capo agli utenti spreconi, necessità di ricorrere alla presunta efficienza dei soggetti privati o pubblico-privati.

Occorre davvero sostenere un processo di privatizzazione formale o sostanziale per far fronte, ad esempio, a un contesto in cui le perdite idriche in distribuzione sono in costante aumento tanto che ogni 100 litri immessi nel sistema ben 42 non sono consegnati agli utenti finali (in Italia nel 2018, dati Istat, per garantire il livello di consumo, sono stati immessi in rete 8,2 miliardi di metri cubi a fronte di 4,7 erogati per usi autorizzati)? E ancora: è davvero necessario aumentare le tariffe per consentire investimenti adeguati? Per rispondere a queste domande i tecnici del Forum hanno deciso di esaminare nel dettaglio quello che si potrebbe definire un “piano degli investimenti nazionali” sull’acqua, verificandone la coerenza con l’esito referendario che avrebbe dovuto comportare l’eliminazione della “remunerazione” del capitale e il mantenimento della sola “copertura integrale dei costi” (o principio del “Full cost recovery”). I risultati, denuncia il Forum, darebbero conto però di “meccanismi assolutamente inappropriati” in tariffa, alla base di considerevoli addebiti a carico della collettività e macroscopici margini a beneficio dei gestori.

Si tratta di una partita miliardaria dove un ruolo decisivo è svolto dall’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (Arera, presieduta da Stefano Besseghini). In capo ad Arera è infatti la responsabilità della regolazione e del controllo dei servizi idrici nonché della predisposizione dello “schema” per costruire le tariffe. L’ultimo è il “Metodo tariffario idrico 2020-2023” (MTI-3) approvato a fine 2019.

Ad applicare e riscuotere la tariffa dai cittadini non è però Arera ma il gestore, tenuto per legge (il “Codice dell’ambiente” 152/2006) a rispettare la convenzione stipulata con l’Ente di governo dell’Ambito territoriale ottimale (Egato). Gli Ambiti non sono altro che l’“organizzazione territoriale” del servizio idrico. Spetta alle Regioni stabilirli, talvolta in base a specifici bacini idrografici. Accendere una luce sulla tariffa significa perciò verificare l’operato degli enti locali -Comuni in primo luogo- chiamati a occuparsi delle risorse idriche, dalla programmazione alle infrastrutture.

“I Piani d’ambito predisposti dagli Enti di governo degli Ato -spiega Remo Valsecchi del Forum- rappresentano gli investimenti necessari e indicano i costi da sostenere per la loro realizzazione sino al termine dell’affidamento, secondo le diverse necessità, priorità e tempi. Possiamo paragonarli quindi a dei piani industriali”.

L’esercizio del Forum è stato quello di riunire i Piani d’ambito pubblicati, confrontarli e sommarne le diverse componenti dei “costi” (per gli investimenti) e “ricavi” (frutto degli addebiti in tariffa) dei gestori nel periodo di tempo mediamente compreso tra 2020 e 2049. Obiettivo: “Cogliere il senso dei metodi e dei criteri che Arera e gli Enti di governo adottano”. Delle 259 gestioni prese in esame in tutto il Paese, al netto di quelle “in economia” (dove l’ente locale provvede direttamente), i piani analizzati nel dettaglio e messi a sistema sono 29 (pari all’11% del totale). È un test che abbraccia territori differenti e di rilievo. Nel Lazio, ad esempio, è stato posto sotto la lente l’ambito territoriale “2 Lazio Centrale-Roma”. I Comuni dell’Ato 2 sono 112 e di questi Acea Ato 2 Spa -controllata dalla holding Acea Spa, quotata in Borsa e di cui il Comune di Roma è socio di maggioranza al 51%- gestisce interamente il servizio idrico integrato in 97. In Emilia-Romagna è invece il caso dell’Ato di Rimini, dove il gestore è la multiutility Hera. E poi la Liguria (Ato Centro Ovest 1 e Idrico Est), l’intero distretto regionale della Calabria, parte del Piemonte (l’Ato 3 – Torinese dove opera Smat), delle Marche (Ato 1 Pesaro Urbino, Ato 2 Marche Centro – Ancona), del Veneto (Ato Laguna di Venezia, gestore Veritas Spa). Tra le più rappresentate ci sono anche la Toscana (dal Basso Valdarno alla Costa, dall’Ombrone al Nord della Regione) e la Lombardia (Città metropolitana di Milano, Brescia, Sondrio e Lecco).

Se fosse confermata la tesi cara al privato -per la quale le tariffe sarebbero troppo basse-, tra investimenti sostenuti e bollette incamerate, il saldo oggi (e in prospettiva) dovrebbe essere negativo per il gestore. Non è così, segnala il Forum, riferendosi all’esame nel merito dei 29 piani industriali. Un riepilogo consolidato dei valori espressi aiuta a farsi un’idea: a fronte di 13,8 miliardi di euro di investimenti netti programmati (ovvero i “costi” del gestore), gli addebiti in tariffa riferiti unicamente agli investimenti varrebbero 15,9 miliardi. Con un saldo che sarebbe quindi positivo per poco meno di 2,1 miliardi di euro. A determinare quello che per il Forum italiano dei movimenti per l’acqua è un autentico “squilibrio a danno degli utenti” sarebbe la considerazione “clamorosamente impropria” di alcune componenti prevista dal metodo tariffario predisposto da Arera. In estrema sintesi: agli utenti verrebbero fatti pagare oneri non dovuti. Dalla componente riscossa a titolo di anticipazione per il finanziamento dei nuovi investimenti -un “debito” per i gestori che però sarebbe iscritto tra i loro ricavi- a quella di ammortamento (ovvero il procedimento contabile con il quale un costo pluriennale di un bene viene “spalmato” nel tempo) sui contributi a fondo perduto -che Arera ha fatto sapere che “quando impiegato, genera sempre e solo altri contributi pubblici”-. Passando per gli ammortamenti sugli investimenti rivalutati in base all’anno di ultimazione e ai costi delle immobilizzazioni riconducibili ai costi ambientali e a quelli della risorsa.

C’è di più. “Poiché la normativa prevede che al termine dell’affidamento al gestore venga corrisposto un valore residuo che dovrebbe essere pari al valore degli investimenti effettuati di cui non ha ancora recuperato il costo attraverso gli ammortamenti annuali, dall’esame dei 29 Piani d’ambito si ottiene un valore residuo di 7,4 miliardi di euro -spiegano dal Forum-. Aggiunto all’avanzo indicato in precedenza di 2,1 miliardi, questo determina un utile complessivo pari a 9,5 miliardi di euro. Solo sugli investimenti”.

Per dimostrare gli onerosi limiti dell’attuale metodo tariffario, i curatori dell’analisi hanno riformulato una sorta di riepilogo riveduto e corretto dei piani escludendo le voci di costo considerate “non corrette”. Risultato: il saldo è comunque positivo per i gestori ma non più per 9,5 quanto per 4,6 miliardi di euro. L’analisi del metodo tariffario da parte del Forum si è volutamente fermata al piano relativo ai soli investimenti. Non ha tenuto conto quindi degli ulteriori oneri finanziari e fiscali che spettano ai gestori e che sono stati introdotti in tariffa dall’Arera tre anni dopo il referendum. I promotori dei due quesiti del 2011 hanno da sempre contestato queste componenti della tariffa a carico degli utenti, ritenendole di fatto la riproposizione sotto altre spoglie della abrogata remunerazione del capitale investito. Secondo i dati contenuti nei 29 Piani le due voci valgono oltre 4,9 miliardi di euro. Ricapitolando e chiarendo che i dati occorrono unicamente a farsi un’idea del “meccanismo” e a stimolare un dibattito pubblico, il Forum conclude che non solo già oggi la tariffa pone a carico degli utenti l’intera copertura degli investimenti ma che questa garantisce utili abnormi ai gestori. “Da ogni parte ci dicono che gli investimenti sono insufficienti e che è necessario aumentare le tariffe -continua Valsecchi-. Si vuole, forse, aumentare gli utili dei gestori e i dividendi dei soci che per la maggior parte sono i Comuni?”.

Ed è questo un altro punto amaro per il Forum. Gli enti locali hanno un ruolo non secondario in questo frangente, perché non attivarsi per correggere questo tipo di logica? In una situazione che vede peraltro l’affermazione del “modello multiutility” su vasta scala. Ne è la dimostrazione il Piano nazionale di ripresa e resilienza trasmesso dal governo Draghi alla Commissione europea all’inizio di maggio 2021 dopo una discussione lampo in Parlamento. In tema di servizio idrico integrato sono perseguiti gli scopi della “piena capacità gestionale”, della “semplificazione normativa” e del “rafforzamento della governance” tramite un “processo di industrializzazione del settore”, specialmente al Sud, “favorendo la costituzione di operatori integrati, pubblici o privati, con l’obiettivo di realizzare economie di scala e garantire una gestione efficiente degli investimenti e delle operazioni”. Si gioca tutto sul concetto di efficienza. A patto di ricordare, ancora, le parole di Rodotà del giugno 2011: “Il voto sull’acqua porta anche in Italia un tema che percorre l’intero mondo, quello dei beni comuni […]. La qualificazione di un bene come pubblico o privato non dipende dall’etichetta che gli viene appiccicata ma da chi esercita il vero potere di gestione”. Dieci anni dopo è legittimo chiedersi se siano davvero i cittadini a esercitarlo. 

Tratto da Altreconomia n° 238.

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