Primo corso di giardinaggio per giardinieri anonimi rivoluzionari

di Lorenza Zambon, Casa degli Alfieri Teatro e Natura.
ImageRingraziando l’Autore, pubblichiamo il testo di uno spettacolo teatrale targato “Casa degli Alfieri” che tratta del ruolo attivo di un giardiniere hobbysta fortemente legato all’idea che la Natura sia un tutt’uno con l’esistenza umana e che, di conseguenza, un seme può dare frutti da mangiare ed anche frutti socialmente “dimostrativi” …
Questo spettacolo era in scena lo scorso Venerdì 14 Marzo all’Entropia di Alba, spazio sociale giovanile autogestito, quando un nucleo di carabinieri faceva irruzione nel centro di aggregazione; 20 identificati, 2 fermi per resistenza a pubblico ufficiale, il dubbio (nostro) che essere giovani (soprattutto in Provincia) equivalga ad essere colpevoli di un reato grave: credere che il futuro ci appartenga …

Per maggiori informazioni sullo spettacolo: http://www.casadeglialfieri.it

Benvenuti a tutti. Benvenuti a questa mia prima lezione di giardinaggio di base.
Vi esporrò oggi alcune semplicissime tecniche di riproduzione delle piante.
Lo so. Lo so, non state neanche a dirmelo. Ve lo leggo negli occhi. La maggior parte di voi pensa che il giardinaggio sia la cosa più noiosa del mondo. Roba da vecchie signore o da madame … e da ricchi … tutte queste mostre di giardinaggio sempre più snob, queste riviste patinate …. E in ogni caso, come si fa a perdere tempo dietro a certe stupidaggini?
D’accordo. Ma vi voglio dire una cosa: c’è giardinaggio e giardinaggio e soprattutto c’è giardiniere e giardiniere. Proverò a dimostrarvelo partendo dall’esposizione di alcune tecniche di base di riproduzione delle piante e collegando ciascuna tecnica con l’esempio e l’insegnamento di alcuni “maestri giardinieri” … un po’ particolari.

Dunque, riproduzione, cioè come procurarsele, le piante.
Bene: tecnica numero 1: la talea.
La talea si usa quando da una pianta si vuole farne un’altra, uguale. Si prende la punta di un rametto, possibilmente giovane e vigoroso, si taglia nettamente proprio sotto un nodo (un nodo è dove nascono le foglie), si eliminano tutte quelle più basse perché non disperdano umidità, si prende un vaso pieno di terra porosa, meglio mezza sabbia e mezza terra, si fa un buco, non direttamente con la talea (che può danneggiarsi e allora l’abbiamo già persa), con un bacchettino o una matita, si inserisce la talea bella profonda, con le foglie fuori, si stringe bene la terra intorno e si bagna. Si tiene all’aperto all’ombra, con la terra sempre un po’ umida, ma senza bagnare le foglie. Si aspetta. Quando comincerà a crescere e a mettere foglie nuove vorrà dire che ha radicato. Se no morirà e ve ne accorgerete benissimo.
A proposito di talee voglio citarvi questo esempio: mia mamma.

Mia mamma non era una madama , era una “sioretta”, come si dice in veneto …. Una sioretta di periferia ….
Lei le piante non le comperava , figuriamoci, magari qualche geranio in piazza per il balcone …. Mia mamma le piante le rubava. Me lo ricordo bene perché io ero terrorizzata …. Lei andava in giro per il quartiere, andava a fare la spesa, andava a messa …. con i suoi cappottini, la messa in piega tutta tonda a riccetti come usava, e il cappello in testa sempre, sempre sempre, cappello per dire …. Erano quelle cose strane che facevano le modiste, tutte arzigogolate intorno alla testa ….

E la borsa della spesa da una parte e la bambina (io) dall’altra …. Più perbene di così non si può …. Eppure lei passava vicino alle cancellate delle villette, alle reti dei palazzoni che davano sulla strada … e adocchiava, facendo finta di niente, se c’era qualche pianta interessante …. E poi ripassava e zac …. Con l’unghia del pollice e quella dell’indice …. Aveva le unghie belle forti e sempre con lo smalto …. Zac, via un rametto, e poi subito nella borsa …. E io, perbenista come tutti i bambini, mi sentivo morire …. “ ma dai mamma, ti vedono!” …ma lei era efferata …. addirittura mi metteva di mezzo certe volte …”vieni a sederti un momento su questo muretto che ti riallaccio i sandali” e faceva finta di trafficare con le scarpe e intanto zac, zac, zac … nella borsa ….
Delle volte entrava addirittura dai cancelli aperti … una volta mi ricordo che mi ha fatto anche un po’ senso perché si è messa a sputare … a sputare! … sul fazzoletto bianco di stoffa per poi avvolgerci il “butto” come diceva lei ….

Quando proprio non ce la faceva ad arrivarci a rubare era così sfacciata che glieli chiedeva … sì, parlava con gli estranei! che vedeva nei giardini …. Faceva una faccia da bambina vezzosetta che non faceva mai … “mi scusi, non è che mi darebbe un butto di quella pianta … ( mi sa che sbatteva anche un po’ gli occhi) mi piace tanto …” e quelli dicevano sempre “ma certo signora, si figuri” … e allora lei subito tornava autoritaria come sempre: “faccio io!” e entrava diretta ….
E poi a casa ficcava i rametti dentro nella terra o nei vasi … “Se ciapa , ciapa!”
Ah, se non avessi perso tempo a vergognarmi, a guardarmi tutta rossa le scarpe …. E avessi invece guardato bene come faceva ….
Perché … i suoi butti “ciapavano” sempre tutti, ma tutti tutti …. La nostra terrazza e il giardino del condominio erano pieni di piante una diversa dall’altra … a me adesso non viene sempre così bene … mi sa che lei sapeva qualcosa che io non so …

Bene , non pensiamoci e passiamo alla tecnica numero 2: il trapianto.
Il trapianto si usa quando, per esempio, la vostra talea di prima ha riempito di radici tutto il vasetto e ha bisogno di più spazio e, in generale, tutte le volte che si vuole spostare una pianta normalmente giovane e piccola per metterla in nel posto in cui si vuole farla crescere.
Se la pianta è già in vaso è semplice spostala in uno più grande aggiungendo nuova terra sotto e intorno, premendo un po’ perchè non rimangano sacche d’aria vicino alle radici ….
Se si tratta di piante in terra libera bisogna stare un po’ più attenti, soprattutto quando si tira fuori la piantina dal terreno: occhio a non distruggere le radici! … bisogna prelevare possibilmente un pane di terra con le radici dentro, si scalza tutto in torno con la vanga, e poi bisogna tenerlo il più possibile compatto, e va trapiantato subito in terra bella smossa …. E tutto questo è meglio farlo quando le piante dormono ….

Come “maestro trapiantatore” voglio parlarvi di un signore che sta dalle mie parti, in Veneto, Abita da quarant’anni in una casa che si è costruito sull’altipiano di Asiago, dove è nato. Il posto si chiama Valgiardini. Valgiardini … vuol dire che un tempo era tutta coltivata … ma quando è arrivato lui le sterpaglie avevano invaso i seminativi pieni di sassi che nel lontano passato gli abitanti avevano coltivato …. Lui dice “roncato” … per poter raccogliere un po’ di orzo e patate.
Il bosco lì vicino non si era ancora ripreso addirittura dai danni della Grande Guerra. Allora tra gli alberi antichi si era nascosta una batteria austriaca di sei obici da dieci, ma poi, nell’estate del 1918, un fuoco di controbatteria di centinaia di cannoni aveva distrutto obici, alberi e uomini. Da quelle parti si racconta che avevano sparato anche a gas e che è per questo che il bosco non si riprendeva , e gli alberi arrivati ad una certa altezza si seccavano e morivano. A solo cento metri dalla casa si vedevano ancora i ruderi dei ripari, dei camminamenti e i segni di infinite esplosioni di bombe di ogni calibro. Quel signore dice che ha dovuto lavorare molto per spianare il terreno, levare i reticolati, i ceppi morti …. Dalla terra appena smossa uscivano pezzi di granate, palle di piombo, cartucce. Anche ossa.

E poi finalmente il terreno era pronto e vuoto, ed era arrivato l’autunno e lui va in giro a camminare con suo figlio, e raccolgono il primo albero da portare vicino alla casa: un pino silvestre alto pochi centimetri che era riuscito a spuntare fra i sassi. Lo portano con loro e lo mettono a dimora stando bene attenti di ripiantarlo mantenendo lo stesso orientamento verso il sole che aveva dove era nato. Dopo qualche settimana, prima che arrivi la neve, raccolgono due piccole betulle nate dove un tempo assi remoto scorreva il ghiacciaio. Le portano a casa e le piantano con un po’ di terra buona attorno alle radici vicino al pino, ad una giusta distanza, e lui già si immagina il “bel vedere che faranno, loro così chiare e gentili vicino al pino scuro e rude”.

Da allora, anno dopo anno, gli alberi aumentano intorno alla casa, e aumentano le specie …. (un po’ li raccoglie ….un po’ glieli regalano….) e gli alberi crescono mentre crescono i figli e intanto, come lui dice, un luogo che era selvaggio e incolto e segnato dal disastro di una guerra torna ad essere “bello e civile”. E quel signore, che si chiama Mario Rigoni Stern, gli dà un nome che al primo momento sembra un errore e invece è una preziosità da scrittore, ma profonda e bella: “Arboreto salvatico”. Due nomi in contraddizione fra di loro perché Arboreto, sarebbe una raccolta di alberi coltivata, voluta dall’uomo, e “salvatico” era la parola che usavano nel rinascimento per selvatico, non domestico, venuto dalla selva …. ma poi quella vocale “a” al posto della “e” cambia ancora tutto. Un salvatico che diventa salvifico, che conduce alla salvezza. Di chi? Questo lui non sta a dirlo … questo lo capiamo anche da soli.

E passiamo oltre, alla tecnica numero 3, che in realtà sarebbe la prima, la madre di tutte le tecniche di riproduzione delle piante: la semina!
E qui mi direte: questo lo sappiamo tutti, si prende un seme e si mette nella terra. Certo! … ma che terra innanzi tutto? Immaginate di essere un seme che deve mettere le prime delicate radichette …. Come la vorreste la terra intorno a voi? Leggera e friabile , no?, non certo dura ed impenetrabile …. E visto che dovete anche far salire verso l’alto le due prime quasi foglie rotonde e tenere, certo non vorreste avere sopra di voi troppa terra che vi schiacci con il suo peso …. Se siete un seme, soprattutto se selvatico , probabilmente ci siete caduti “sopra” alla terra …..
E infatti ecco: se i semi sono piccolissimi basta spargerli, premere delicatamente, bagnare … a spruzzo, perché troppa acqua non sposti tutti i semi.
Se sono un po’ più grossi si coprono con uno strato leggerissimo di terra o di sabbia, si bagna.
Se sono proprio grossetti si fa una specie di piccolo solco o delle buchette, si mettono i semi, si coprono con un po’ di terra … più o meno tanta quanto è grosso il seme …. si bagna.
Si aspetta. E poi si fanno quelle cose che vorreste venissero fatte a voi se foste un seme appena germogliato …. Acqua il giusto, difesa dalle enormi erbe che vi crescono intorno e vi potrebbero soffocare, dagli animali che vi vorrebbero mangiare, eccetera eccetera …..

Sulla semina la storia più bella è quella che forse molti di voi già conoscono perché l’ha raccontata uno scrittore francese in un piccolo libro che è diventato famoso. Una storia vera che comincia con una lunga camminata a piedi fatto nel 1913 in quella antica regione delle Alpi che penetra in Provenza ….. una specie di deserto, una landa nuda e desolata fra i milledue e milletrecento metri di altezza, l’unica vegetazione era la lavanda selvatica, pochissimi abitanti in piccoli borghi semi distrutti.Dopo un paio di giorni di cammino, lo scrittore finisce la sua acqua e non riesce a trovarne da nessuna parte, non ci sono fonti, tutto è arido, assolato e battuto da un vento fortissimo … anche i pozzi dei villaggi abbandonati sono secchi …. Lo aiuta un pastore che ha l’acqua in un foro naturale, molto profondo, che sta vicino al suo ovile perso in mezzo al nulla, dove gli dà anche ospitalità per la notte.

La sera, dopo aver diviso la sua zuppa, il pastore, silenziosissimo, prende un sacco e rovescia sul tavolo un mucchio di ghiande. Si mette ad esaminarle l’una dopo l’altra con grande attenzione, separando le buone dalle guaste. Quando il mucchio delle buone è diventato abbastanza grosso, si mette a dividerle in mucchietti da dieci. Così facendo elimina ancora i frutti piccoli o quelli leggermente screpolati, perché li esamina molto da vicino. Quando ha davanti a sé cento ghiande perfette, si ferma e va a dormire.
La mattina dopo bagna in un secchio d’acqua il sacco con le ghiande scelte e contate. Poi va con le pecore al pascolo.
Come bastone porta un asta di ferro lunga un metro e mezzo e spessa un pollice. Arrivato sul posto si allontana un po’ dal gregge e comincia a piantare l’asta in terra, fa un buco, ci mette una ghianda, chiude di nuovo il buco, e avanti così. Pianta querce.

Lo scrittore gli chiede se quella terra gli appartiene. Lui risponde no. Ma sa di chi è? No. Pensa che sia una terra comunale, o forse di proprietà di gente che non se ne cura? Lui dice che non gli interessa affatto conoscerne i proprietari.
Pianta le cento ghiande con estrema cura. Più tardi dopo il pranzo di mezzogiorno ricomincia a scegliere le ghiande.
Un po’ alla volta viene fuori che da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila contava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori o “di tutto quel che c’è di imprevedibile nei disegni della provvidenza”. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c’era nulla.
Il pastore disse che lui aveva avuto delle disgrazie e s’era ritrovato solo nella vita ….Così si era ritirato a lavorare in montagna . Ad un certo punto aveva pensato che quel luogo era morto per mancanza d’alberi …. Che lui non aveva niente di più importante da fare … e poteva rimediare …. Che aveva 55 anni …. e se dio gli avesse prestato vita … nei prossimi trent’anni avrebbe piantate tante di quelle querce tante che le prime diecimila non sarebbero state che una goccia nel mare ….

L’anno dopo era il 1914 e cominciò la guerra. Lo scrittore partì soldato. Riuscì a salvarsi e a ritornare, cinque anni dopo …… nello stesso posto, per camminare, per respirare ….e dimenticare.
Il pastore stava benissimo, solo non era più pastore, ma apicoltore, perché temeva che le pecore mettessero in pericolo i suoi alberi …. Si, perché lui non s’era per nulla curato della guerra. Aveva continuato imperturbabile a piantare.
Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di un uomo, lo spettacolo era impressionante … la “foresta” di querce misurava, in tre tronconi, undici chilometri nella sua lunghezza massima … e lui aveva piantato anche faggi, a perdita d’occhio, che allora arrivavano alle spalle , e boschetti di giovani betulle dove poteva esserci un po’ di umidità a fior di terra … tutto fatto a mano, senza mezzi tecnici, senza denaro … sulla terra di nessuno …
Lo scrittore dice che guardandosi intorno vide dell’acqua scorrere in ruscelli che a memoria d’uomo erano sempre stati secchi … e che vicino all’acqua erano arrivati da soli dei salici, dei giunchi …si cominciava a vedere che il processo andava avanti a catena …. Era la più straordinaria forma di reazione che avesse mai visto …. Ma lui, il pastore, non se ne curava troppo, e andava avanti a piantare i suoi alberi ….
E da allora in poi lo scrittore torna tutti gli anni , e la foresta cresce e si allarga sempre di più … ma tutto avviene così piano piano che nessuno se ne accorge …. Nessuno lo contrasta ….

Negli anni trenta arrivano i primi forestali a studiare questo fenomeno … perché non si era mai vista una foresta spuntare da sola …. E poi la storia viene fuori e la zona viene in qualche modo tutelata … durante la guerra del ’39 c’è un grave rischio …. Serve legname …. Cominciano a tagliare le querce del ’10, ma smettono subito, la zona è troppo inaccessibile …. Il pastore non si accorge quasi di nulla, lui continua a piantare i suoi alberi, ignorando la guerra del ’39 come aveva ignorato quella del ’14 ….
Nel ’45 lo scrittore va lì per l’ultima volta …. Il pastore, “L’uomo che piantava gli alberi”, ha ottantasette anni…. Tutto lì intorno è cambiato, c’è acqua in abbondanza …. Ci sono coltivazioni nelle vallette, i paesi cominciano a ripopolarsi, ci sono orti e giardini intorno alle case …. E la foresta cresce …. Copre i crinali …. Dappertutto.
Ho sempre pensato che prima o poi quella foresta devo andare a cercarla …. Alcuni di quegli alberi fra poco avranno cento anni …..

Ma poi ho saputo che di uomini che piantano gli alberi ce n’è uno anche qui vicino a noi, dalle parti di Vinchio …..
Dice il presidente del parco che un giorno camminando nella val Sarmassa ha visto una zona tutta piantata a piccole querce della stessa età e ha chiesto ai guardiaparchi “abbiamo fatto un rimboschimento di querce?” “Noi? noi no, è stato Gym” …. Il Gym ….
Un signore schivo ed anziano, che da giovane ha girato il mondo …. Pare che lui di querce ne abbia piantate ventimila , in val Sarmassa, sul Sassello, sull’Appennino ligure …. Soprattutto farnie, le più belle fra le querce

Anche lui ha la sua tecnica: raccoglie le ghiande delle piante più belle che trova e le mette nell’acqua, quelle buone vanno a fondo e quelle cattive galleggiano, quelle buone poi le mette a germinare al caldo e all’umido, aspetta, dopo quindici giorni appaiono i primi germogli, ma molti ci mettono anche due mesi , e quando sono un po’ cresciuti li porta in campagna con il suo motocarro ape, fa una buchetta di 20 cm con la zappa, ci sistema bene il germoglio con le radici che puntano verso il basso, lo ricopre di terra, ci mette sopra una manciatina di letame secco …. Poco, se no si bruciano ….. innaffia anche un po’ …. E poi torna spesso a controllare come vanno le cose …. Per anni …. Dice che un po’ alla volta diventa come l’amore per un figlio ….

E di un altro “maestro di semina” ho sentito parlare e di un altro seme, il mais.
Mi hanno raccontato che fino agli anni ’50 in quasi tutto il Piemonte e l’Italia in campagna ognuno si coltivava il suo mais. Cioè lo seminava, lo faceva crescere, lo raccoglieva, una parte la teneva per la prossima semina, e via così, generazione dopo generazione ogni famiglia si tramandava la sua semenza. E venivano delle pannocchie lunghe e puntute, con otto file di semi, semi belli lustri, di colori diversi a seconda del posto, bianchicci verso Torino, rossi nell’astigiano, gialli verso la Langa …. A seconda del posto ….
Negli anni ’50 è arrivato il mais americano. Con le pannocchie larghe il doppio. Con un’infinità di file. Più resistente alle intemperie. Giallo. Tutto giallo. E se con il mais “vecchio” si potevano fare 15 quintali per ettaro, con quello “nuovo” se ne facevano 45. Anche 50. Non so se mi spiego. Certo richiedeva certi fertilizzanti e certi trattamenti, nuove macchine … ma, non so se mi spiego, 45 quintali contro 15 ….. tutti hanno cominciato a seminare il mais americano. Tutti. Tranne uno. Nandino. Nandino di Antignano.

Il signor Nandino adesso è tutto bianco, diritto, con la faccia rossa di sessantacique anni di campagna. Uno che parla a voce bassa. Elegante.
Dice che allora era giovane e già con la testa dura. Quel mais americano lì a lui non lo convinceva. Non era buono, proprio al gusto, non era buono come il suo. Dice: “Tutti mi dicevano che ero matto ma io dell’uomo non mi fido mica tanto .. mi fido di più della natura …. E così ho fatto una prova, mia mamma aveva le galline, allora ho preso il mio mais e ho fatto un mucchio, lì … poi ho preso quell’altro e ho fatto un altro mucchio, di là …. Poi sono andato al giuc, al pollaio, ho aperto la porta del giuc e vrrrrrm tutte le galline …. Il mio in cinque minuti shhhhh! era finito … quell’altro nessuna l’ha toccato …. poi sono andate al pascolo …. E quello era ancora là …. Io l’ho tenuto là per un mese … non lo hanno mangiato. Ho pensato: questa è la prova del nove … dall’America ma smia che velu ciuleme …na minuta… io ho la testa dura e vado avanti così”.

E poi mi spiega una cosa importantissima: quel mais lì, l’ibrido moderno ha una differenza fondamentale: quel mais lì non si riproduce. Già. Uno non può tenere una parte del raccolto per seminarlo l’anno dopo. No, no. La semenza la deve ricomprare ogni anno. Dallo stesso produttore. Perché sono tre o quatto. Intendo su tutto il pianeta. Nandino dice “Ma smia che prima si seminava per mangiare e adesso si semina per dar da mangiare ….. a quelli che vendono i semi”.

E dice anche che il chicco da semina è tutto diverso da quello che poi viene fuori, non sembra neanche mais: è piccolo, tutto”ovattato di cerume di chimica” chicco per chicco, è rosso, ma non come il loro, è “rossissimo di un rosso di veleno” …. e lo devi anche tirar su a veleni ….. nel terreno prima per fertilizzare, poi il seme già chimico di suo, poi il diserbante appena seminato, poi il primo trattamento della foglia quando è alto così … e avanti ….

No, no. Nandino no. Lui continua a modo suo. Con il suo seme, con il letame di cavallo nella terra, semina largo così (90 cm.) invece di così (45) perché le piante hanno più aria, toglie l’erba a mano con la zappa, che è un lavoro da tutti i giorni, raccoglie le pannocchie con le foglie intorno e aspetta qualche giorno che i chicchi assorbano tutto il nutrimento dal tutolo, poi si fa una festa e si sfogliano, e ancora si aspetta che asciughino bene al sole che così gli viene quella trasparenza di vetro, e poi le sgrana e stende i chicchi ancora al sole, e così gli viene anche quel suono …. Perché il mais deve “cantare” ….
E avanti così per 65 anni.

E così il “Mais otto file di Antignano” si è salvato, uno dei pochi in Italia, forse l’unico che non ha mai varcato i confini del paese ed è rimasto identico dall’inizio del ‘900. E Nandino me lo mostra, lo tira fuori da un sacchetto di plastica, rosso e lucente con il tutolo bianco, mi fa vedere come seleziona la semente, solo la parte centrale della pannocchia, dove i chicchi sono perfetti, e come scarta le pannocchie imbastardite, perché dice non c’è niente da fare il polline di quell’altro “il bastardo di tutti i bastardi”, gira sempre dappertutto…

E mentre mi spiega tutte queste cose Nandino non è solo. E’ circondato da un gruppo di giovani, ragazzi svegli che qualche anno fa sono rimasti meravigliati, catturati da quello che aveva fatto, e anno deciso di aiutarlo, anche fisicamente, e hanno allargato un po’ la produzione … poco! perché bisogna farlo bene ….. e poi si sono organizzati, promozione, internet, e ne hanno fatto la bandiera del paese …. Gente moderna che dice cose tipo : “ si, si, magari sarà solo un simbolo ….. ma bisogna riflettere che quel grani lì, quell’agricoltura lì, lo hanno sempre sfamato il mondo, ovunque, qui da noi, in Africa, in Asia, fino a poco tempo fa …. E, di sicuro, sarà lunga e dura … ma con un po’ più di rispetto per la terra che calpestiamo ogni giorno … potrebbero sfamarlo ancora (il mondo), ma sfamarlo veramente …. 

E siamo ora arrivati alla tecnica numero 4, l’ultima di questa nostra lezione, che voglio dedicare in particolare ai giardinieri di città: la messa a dimora dei bulbi.
Il principio base è che il bulbo deve avere sopra di sé uno spessore di terra doppio della sua altezza.
In vaso è semplicissimo, non sto neanche a spiegarlo, in terra libera invece, dove il terreno è più compatto ci viene in aiuto questo prezioso strumentino: il piantabulbi! Guardate: questo è un bulbo di narciso, questo è, mettiamo, il terreno, si spinge dentro il così, si estrae, vedete ha prelevato una “carota” una specie di tappo di terra, si posiziona il bulbo (dritto!) e poi così …. Si ritappa! Si preme un po’, si bagna. Ed è fatto!
Perché lo dedico ai giardinieri di città? perché voglio raccontarvi ancora una cosa a proposito di giardinaggio fuori dai giardini …..
Lei è inglese, si chiama Joyce .. l’ho incontrata a Milano, anni fa … al Leoncavallo c’era una riunione internazionale di gruppi sulla globalizzazione …. Noi, io e un piccolo gruppo di donne pazze, giravamo da quelle parti e nel quartiere intorno a fare un “laboratorio fotografico- teatrale di botanica urbana” … andavamo in giro a scoprire chi c’era dietro alle poche piante che trovavamo, chi c’era dietro quei meravigliosi micro orti-giardino abusivi nascosti nel fossato vicino al deposito delle ferrovie …. Ma questa è un’altra storia ….

Lei, Joyce, tipica inglese, sembrava una maestra un po’ fricchettona, cicciottella, con un largo vestito a fiori, so che era membro di un organizzazione che si occupa di lotta agli OGM e alle multinazionali dei semi …. Ma lei non ha parlato di questo, ha parlato di altri semi, semi da fiore che tutti loro, dice, si tengono sempre in tasca, o in un sacchettino di carta in borsa ….
(lei ne aveva una enorme di tela, come un sacco appeso a due cerchi di legno, come ce le facevamo tutte da sole, parecchi anni fa …) e quando vanno in giro per le loro cose … a lavorare la mattina …. Quando vedono un posto veramente brutto e malmesso …. Via! … una manciatina di semi … o via! un buchetto e dentro il bulbo … lei parlava di fabbriche abbandonate, di periferie disastrate … anche di macerie vicino alle case, piene di spazzatura … (noi avevamo dimenticato che in Gran Bretagna negli ultimi venti o trent’anni si sono chiusi interi distretti industriali, è stato un disastro) …. e loro via di semi … perché, diceva … anche il posto più brutto …. con un fiore è meglio … chiunque passi di là e veda il fiore … sta un po’ meglio …. e la cosa si sta diffondendo, e pare che qualcuno cominci a farci caso ….
Io questa dei semi in tasca l’ho poi provata qualche volta … quasi sempre non e venuto su molto … qui da noi non piove come in Inghilterra …. un volta mi è andata bene con un pezzo di zampa di iris, che ho poi visto fiorito ….

Molte volte non sono neanche ripassata a vedere se succedeva qualcosa …. Ma sono sicura di un fatto: tenere i semi in tasca già mi faceva un certo effetto ….. si, perché tu sei lì, vai in giro, vai vai con tutte le tue cose in testa ….. ma sai che hai i semi in tasca, e allora , intanto che vai, ogni tanto pensi dove potresti metterlo, sto seme …e così ricominci a guardare delle cose a cui sei abituata che non le vedi neanche più ….. il supermercato, la scuola dei bambini, certi capannoni in aperta campagna, certe cave…….. riappaiono, letteralmente … e cominci a fare caso da dove distogli subito lo sguardo e dove lo lasci volentieri stare per un po’ … ti ricominci a chiedere perché … è bizzarro, eh ….un seme in tasca ti apre gli occhi …

Ma Joyce non aveva ancora finito con i suoi suggerimenti di “giardinaggio anonimo rivoluzionario” ….. ha raccontato una cosa ancora più fantastica, che non mi esce più dalla testa … che loro fanno delle “azioni” con i fiori …..
… cioè che si procurano delle centinaia di bulbi … (quando diceva che se li “procuravano” faceva una faccia strana … mi sa che voleva dire che li rubavano) ….
E poi notte tempo e bene organizzati vanno a fare delle “scritte” …. Sì, nei giardini comunali, sulle scarpate degli svincoli delle strade …. Fanno delle scritte con i bulbi ….. PACE ….. Down with … abbasso questo e quello … con i bulbi …e ricordate come funziona con i bulbi, no? … (tappo di terra …. dentro il bulbo nel buco … si ritappa … non si vede quasi niente, ritorna come prima …. E se c’è dell’erbetta meglio, si vede ancora meno….) si mettono ad autunno e per tutto l’inverno non succede niente …. Poi a marzo, prima che cresca l’erba paf! tutti i narcisi vengono su di colpo … foglie dritte scure e fiori gialli a trombetta ….. e improvvisamente compare la scritta ….. PACE ….. Abbasso …. Fatta di fiori.
E’ meraviglioso! E’ un idea geniale !
e oltre tutto è un idea tenera e gentile ,no ? Mica violenta! Anche legalmente, voglio dire …. Cosa possono farti? Occupazione abusiva del suolo, danneggiamenti ? …. Suvvia che sarà mai, in fondo sono solo fiori …..
Da allora, questa cosa mi ha frullato in testa, ripetutamente …. Ho cominciato a guardarmi in giro …ad immaginare …. Quel basamento del cavalcavia , tutto bello circolare … quella rotonda stradale enorme per la nuova circonvallazione megagalattica intorno a un paese di quattro case (INUTILE!) …. Uno di quei capannoni che …… ORRIBILE! …. O anche quel giardino comunale …. che si può sempre abbellire …
L’anno scorso ci siamo andati vicini a farla veramente la scritta. Il gruppo c’era, i bulbi erano in arrivo …. Assolutamente non rubati! Ordinati! …. Pronta la “copertura”: mamme e bambini che giocano, per farlo di giorno …. Non dico dove …. Decisa anche la scritta: R apostrofo ESISTERE …. R’ ESISTERE!
….e poi uno ha avuto un problema e lo abbiamo aspettato e poi è nevicato ..ed è nevicato ancora … e poi … ci siamo persi … colpa mia! ….

Ma questo era due anni fa! … se questa primavera foste passati dalla rotonda di Asti Est ….
Comunque occhi aperti il prossimo marzo … guardatevi intorno … e mi guarderò intorno anch’io… chissà? Magari compare qualche scritta che non ho fatto io …. Chissà se qualcuno di voi …. (ricordate: piantabulbi, buco, metti bulbo, ritappi …)

A tutti i potenziali giardinieri anonimi rivoluzionari mimetizzati fra di voi …. Buona semina!

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