Per una Carta dei Diritti del Paesaggio

ImageIl prossimo 10 Maggio a Rocca d’Arazzo, si concretizzerà una nuova tappa del percorso promosso dall’Osservatorio del Paesaggio per il Monferrato e l’Astigiano denominato “Stati Generali del Paesaggio Astigiano”.
Si tratta di un progetto teso a mettere a punto appositi percorsi partecipativi che partendo dalla lettura, conoscenza e valutazione dei singoli paesaggi del nostro territorio provinciale, giungano sino ad una riprogettazione complessiva, collettiva e partecipata, con particolare attenzione alle realtà a vario titolo già compromesse.
In questo articolo sintetizziamo i primi passi già sviluppati e offriamo la sintetica segnalazione di un originale esempio che il “Cantiere AltreMarche” ha iniziato a promuovere sul proprio territorio regionale: una “Carta dei Diritti del Paesaggio”, uno spunto crediamo utile anche per le azioni del percorso astigiano.

Secondo la Convenzione europea del paesaggio (sottoscritta a Firenze dagli Stati membri del Consiglio d'Europa il 20 ottobre 2000 e ratificata dal Parlamento italiano in data 9 gennaio 2006 - legge n° 14/2006), il Paesaggio contribuisce alla formazione delle culture locali ed è un elemento basilare del patrimonio naturale e culturale europeo in quanto ne rafforza l'identità e la diversità.

La valorizzazione del paesaggio e del patrimonio culturale è un fattore importante di sviluppo economico, accrescendo il potere di attrazione delle regioni agli occhi degli investitori e del turismo e contribuendo in modo significativo al potenziamento dell'identità locale.
Obiettivo, quindi, delle strategie di intervento deve necessariamente essere quello di accrescere la consapevolezza circa l’utilità delle azioni volte a preservare la qualità e le diversità del paesaggio, in quanto patrimonio comune della storia e della cultura europea.

In questa particolare ed innovativa prospettiva, la stessa Convenzione Europea del Paesaggio assegna un ruolo fondamentale alla partecipazione degli attori territoriali e della cittadinanza nella individuazione e valutazione dei paesaggi e nella definizione degli obiettivi di qualità paesaggistica.
Si delinea, quindi, per le politiche ambientali, territoriali e paesaggistiche uno scenario nel quale la partecipazione diviene un passaggio qualificante e al tempo stesso vincolante di ogni processo decisionale. Appare tuttavia necessario mettere a punto appositi percorsi partecipativi che partendo dalla lettura, conoscenza e valutazione dei singoli paesaggi, giungano sino ad una riprogettazione complessiva, soprattutto delle realtà a vario titolo compromesse.

In questo nuovo quadro di azione, particolare interesse riveste la procedura prevista dalla Regione Piemonte nella definizione del prossimo piano paesaggistico che prevede un processo di elaborazione attraverso il coinvolgimento delle comunità locali con apposite forme di condivisione e partecipazione.
In questa prospettiva si colloca l’intendimento dell’Osservatorio del paesaggio per il Monferrato e l’Astigiano, con il coinvolgimento e contributo delle diverse associazioni e gruppi operanti in ambito locale, di dare avvio nel corso del 2008 ad una articolata serie di incontri pubblici nelle diverse aree del territorio provinciale, allo scopo di raccogliere le aspettative e sensibilità della popolazione residente in tema di salvaguardia e valorizzazione dei rispettivi paesaggi.

Diversi incontri preparatori sono già stati realizzati tra i soggetti interessati per giungere all’apertura (lo scorso 15 marzo 2008 presso il Palazzo della Provincia di Asti) di uno spazio ideale di confronto ed elaborazione collettiva, pensato come Stati generali del paesaggio astigiano, i cui risultati conclusivi verranno messi a disposizione dei diversi Enti territoriali interessati, nella prospettiva di una più efficace azione di governo del paesaggio, anche grazie alla conoscenza delle aspettative e sensibilità delle popolazioni locali.

L’approccio metodologico, così realizzato, potrà certamente rappresentare un originale ed interessante esperimento di coinvolgimento e partecipazione popolare - nello spirito prima ricordato - di concreta applicazione dei principi ed auspici delle Convenzione europea del paesaggio.

Invece Sergio Sinigaglia, del “Cantiere AltreMarche”, così racconta l’esperienza in corso per la proposta di una politica territoriale alternativa della Regione Marche.

Premessa:

Il territorio è stato per lungo tempo considerato come lo spazio in cui si esplica l’agire ed il dominio dell’uomo. Deposito di risorse a nostra disposizione ed infinitamente utilizzabile.
Il suolo è stato suddiviso in proprietà e classificato in base alla rendita derivante dalle attività primarie che si potevano svolgere su di esso.

Con l’avvento dell’economia di mercato, il suolo ha assunto nuovo valore come bene immobiliare ed ha moltiplicato la sua rendita in funzione della edificabilità. Per regolamentare l’usufrutto di tali rendite e governare gli interessi concorrenziali sullo sfruttamento dei suoli in favore della disponibilità di spazi pubblici, è nata la disciplina urbanistica.

Sotto la spinta della crescita demografica e delle speculazioni derivanti dalla possibilità di trasformare, attraverso l’urbanistica, la destinazione d’uso delle aree, abbiamo assistito negli ultimi decenni alle de-composizione del territorio, alla perdita di riconoscibilità degli elementi costitutivi, delle interrelazioni e della stessa identità dei luoghi.

E’ ormai scomparsa una chiara distinzione tra città e campagna. Grazie alla tecnica abbiamo ritenuto di poter superare i legami di necessità tra le forme del costruito e le forme della terra. Abbiamo così alterato profondamente le gerarchie insediative, le antiche regole costruttive del paesaggio, senza introdurne di nuove.

Il paesaggio, manifestazione essenziale di quel territorio antico che definiamo “il territorio della necessità”, viene aggredito dal non-paesaggio, immagine standardizzata di una periferia omologa, manifestazione essenziale del “territorio dello sviluppo”, dove anche i luoghi vengono soppiantati dai non-luoghi (dalla definizione data da Marc Augé).

Recuperare una visione unitaria del territorio. E’ questa la speranza che ci deve muovere se vogliamo evitare che tutto vada distrutto.
Dobbiamo tornare a pensare il territorio come un’opera d’arte. Un’architettura della terra (dalla definizione data da Amos Masè), dove ogni nostro gesto sia manifestazione di una Sunesis, di una comprensione intima, e di una compassione, della terra.
Oggi ricerchiamo la sola funzionalità ma alla fine non riusciamo ad ottenere neanche quella, perché l’utilità di una cosa dipende anche dalla sua stabilità e dalla sua bellezza.
Per questo il territorio non va considerato come cumulo di risorse ed è un passo avanti troppo debole assicurarsi soltanto la riproducibilità delle risorse, come vuole il concetto di sviluppo.
Il valore del territorio è il valore stesso della comunità che lo abita.
Contrapponiamo al termine sviluppo quello di sostenibilità, per determinare la bontà di una scelta.
Contrapponiamo al termine sviluppo, come liberazione dai legami col contesto, quello di limite  come riconoscimento e rispetto di quegli stessi legami.

Principi generali:
1 - Il territorio è un bene comune. Qualunque politica territoriale deve avere origine e fine nell’esclusivo interesse della collettività, secondo modalità coerenti con i caratteri fisici, morfologici, biologici, storico-culturali e paesaggistici propri del territorio considerato.

2 - Le strategie e le scelte delle amministrazioni locali in materia di politiche territoriali devono vedere il completo coinvolgimento delle comunità locali. Qualunque decisione in materia deve essere il risultato condiviso di una discussione aperta a tutti i i cittadini, ai quali va assicurata la possibilità di esprimere la propria opinione in sede di progetto, individuando la migliore tra le possibili situazioni, che privilegi il rispetto del territorio, dell’ambiente e della salute di tutti.

3 - Il territorio è un’opera d’arte. La sua architettura è il risultato di un processo storico di adattamento alla morfologia originaria da parte delle diverse culture umane che lo hanno abitato. Questo processo ha definito l’identità del luogo. Ogni intervento nel territorio deve comporsi nella sua architettura e riconoscerne l’identità.

4 - Il paesaggio è l’immagine del territorio. Il paesaggio è espressione autentica e vivida di un’idea di territorio, di una cultura. Pertanto non ha senso museificare un ideale paesaggio rurale per salvarlo dall’avanzare del paesaggio della periferizzazione urbana. Occorre affermare l’idea del territorio come opera d’arte perché il paesaggio ritorni ad essere immagine di bellezza.

5 - Il territorio - in particolare quello delle Marche - ha storicamente saputo coniugare lo spazio urbano e lo spazio rurale in un sistema insediativo diffuso dove i “vuoti” hanno il medesimo carattere strutturale dei “pieni”. Occorre porre dei limiti alle espansioni urbane in modo da salvaguardare gli spazi aperti che permettono di conservare l’organizzazione insediativa e l’identità dei diversi luoghi. Occorre dare “forma” ai luoghi di produzione in modo da renderli elementi definiti, capaci di porsi in relazione con le altre componenti del territorio. Ogni costruzione ha valore in sé, ma anche in quanto partecipe di una costruzione più grande, composta dalla città e il territorio.

6 - Il territorio è fatto di edifici, di strade, ma anche di colline e montagne, di boschi, di fiumi e di mare. Il territorio è soprattutto fatto di ciò che non è costruito. L’agricoltura è lo sfondo essenziale, costitutivo del territorio e del paesaggio delle Marche. Occorre qualificare l’agricoltura per riportarla alla base di ogni discorso sul territorio, promuovendo una economia basata sulla cooperazione tra le persone, sull’autoproduzione e l’autoconsumo. Gli spazi naturalistici, dove il suolo non è sfruttato a fini produttivi, garantiscono la tenuta bio-ecologica del sistema. Sono la linfa vitale di un territorio. Occorre favorire l’estensione e la connessione delle aree naturalistiche, attraverso il rinnovamento delle modalità di coltivazione dei suoli agrari, attraverso l’istituzione di nuove aree protette, attraverso l’estensione degli spazi verdi inseriti nelle aree urbanizzate.

7 - Le infrastrutture viarie sono spesso elementi che si sovrappongono ad un territorio. Mere connessioni virtuali di due punti, quelli della partenza e dell’arrivo. Le infrastrutture della mobilità sono al contrario elementi costitutivi dell’architettura di un territorio ed attraverso di esse definiamo in che modo noi stessi ci rapportiamo allo spazio che abitiamo. Per questo va favorita una mobilità basata sul trasporto pubblico rispetto a quello privato (bus, metropolitane di superficie, treni locali) e va incentivato l’uso della bicicletta incrementando la diffusione dei percorsi ciclabili. Per questo va utilizzata prioritariamente la ferrovia per il trasporto delle merci.

8 - Ogni intervento volto a modificare il territorio comporta un dispendio di energia. Ecco allora che occorre meditare bene l’opportunità di ogni gesto, in termini di necessità effettiva e di reale beneficio finale per la collettività. E’ preferibile utilizzare bene ciò che si ha a disposizione prima di pensare di occupare nuovo territorio. E’ meglio ristrutturare che ampliare ed è auspicabile, ove possibile, decostruire, là dove il limite è già stato superato.

9 - Il territorio non è un qualcosa di astratto da disegnare sulle carte, ma una realtà con una propria identità, seppur in divenire. Per questo ispirarsi al bioregionalismo significa tenere presenti le caratteristiche reali di un dato contesto territoriale: le vallate, i fiumi, le tradizioni degli abitanti, il tipo di flora, di fauna, ecc. Si tratta di riconoscere che i luoghi dove viviamo hanno una loro geografia e una loro storia. Capirlo ci può consentire di creare un rapporto armonioso con l’habitat naturale e favorire buone pratiche sociali, economiche, culturali. Impedire politiche territoriali schizofreniche, dove nel giro di pochi chilometri possano convivere scelte virtuose con logiche cementificatrici e distruttive per l’ambiente e gli esseri viventi.


(L’intervento di Sergio Sinigaglia – qui appena sintetizzato - è tratto dal settimanale Carta n° 11/2008, che ringraziamo per il permesso alla riproduzione).

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