La peste suina non deve impedire (almeno) l'escursionismo

di Alessandro Valfrè.

É dei giorni scorsi l'ordinanza che, a seguito del rilevamento di carcasse di cinghiali colpiti da peste suina africana, vieta di fatto qualunque attività escursionistica in una estesa area a cavallo delle province di Genova, Alessandria e Savona.
La peste suina é una malattia virale che colpisce esclusivamente, per l'appunto, i suini (cinghiali selvatici e maiali d'allevamento), non trasmissibile all'uomo. Il contagio avviene per contatto diretto di fluidi corporei da animale ad animale. Il virus può restare attivo all'aperto presso residui organici degli animali per lungo tempo. Ciò costituisce un altro potenziale veicolo di contagio...

L'ordinanza in oggetto, vietando trekking e qualunque attività legata all'outdoor nella zona sopra citata intenderebbe contenere la diffusione della malattia. Sono in possesso di una laurea scientifica e ritengo opportuno condividere alcune riflessioni critiche (si potrebbe dire "di buon senso").

Ora, perché un escursionista diventi veicolo di contagio dovrebbe verificarsi la seguente catena di eventi:

1) pestare un residuo organico di cinghiale
2) portarselo a casa
3) usare quelle scarpe da qualche altra parte
4) lasciare conseguentemente altrove tracce di virus
5) poi un cinghiale dovrà andare a grufolare proprio lì
6) il cinghiale si ammalerà e il contagio si sarà esteso.

Bene, questa catena di eventi sicuramente è "non impossibile"; ma penso di essere nel giusto se affermo che è estremamente improbabile, al punto di essere statisticamente irrilevante a fronte del contagio diretto da animale ad animale sicuramente in corso.

Se il punto è, come si afferma nell'ordinanza, proteggere la filiera suinicola, bene, questo deve essere fatto, a mio modesto parere, attraverso norme e controlli stringenti e rigidamente applicati in ingresso e in uscita dagli allevamenti (mangimi, residui di smaltimento, acqua, norme igienico sanitarie, ecc.). L'allevamento costituisce un sito chiuso, isolato ed isolabile dell'ambiente esterno e su questa base da proteggere.
Ma vietare il trekking che giovamento può portare? O qualcuno pensa che cinghiali stessi, altri animali, predatori, coprofagi, mangiatori di carogne, osserveranno le disposizioni governative e, ligi al senso civico, non usciranno dalla "zona rossa" nei boschi dell'Appennino Ligure?

Mi permetto di dire che le disposizioni in essere appaiono del tutto sproporzionate e inadeguate.

Qualche altra sintetica considerazione.
Garantire la possibilità di fare attività all'aria aperta é estremamente importante (trekking, sport, ecc.) soprattutto nell'attuale contesto pandemico (quarantene, lunghi periodi al chiuso, imposizione dell'uso delle mascherine anche per i bambini). Le attività immersive nella natura non comportano assembramenti ed è scientificamente riconosciuto che giovano all'equilibrio psicofisico e alla salute di tutti, con particolare riferimento alle giovani generazioni.

Nell'area in oggetto sussistono attività economiche (bar, ristoranti, rifugi, campeggi, aziende agricole che praticano vendita diretta, ecc.) che traggono dal turismo sostenibile il loro reddito e saranno pesantemente colpite dai divieti in essere, questo dopo il difficile periodo di lockdown degli anni scorsi.

E ancora: quando, con ogni probabilità, la malattia sarà riscontrata altrove, la linea sarà quella di continuare a vietare le attività outdoor? Fino a dove? Il cinghiale é diffuso in tutta la penisola. Fino a quando?

Infine, la peste suina é presente in Sardegna dalla fine degli anni '70. Pare evidente che è stato trovato un modo di conviverci, senza vietare attività escursionistiche. E, mi permetto di aggiungere, continuando a cucinare il porceddu.

In conclusione sono fermamente convinto che mantenendo la possibilità di praticare camminate, nordic walking, trekking, corsa, ecc., col vincolo di rimanere sui sentieri (regola per altro già vigente nella maggior parte delle aree protette di interesse naturalistico) si avrebbe un provvedimento più equilibrato e adeguato all'attuale situazione.

Al fine di richiedere una revisione delle disposizioni in atto, si può firmare e condividere la seguente specifica petizione.

Grazie a chi, condividendone motivi ispiratori e finalità, vorrà firmare e divulgare.

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