Librasti numero zero: recensioni "tra di noi" ...

di Angiola Brumana.
ImageColgo, ad un anno di distanza, l’invito di un’amica che suggerì di scambiarci per l’estate un elenco dei libri preferiti per allargare le nostre conoscenze librarie e per conoscere altri libri belli, evitando di andare a caso.
Ovviamente l’elenco non l’ho fatto e non so bene cosa l’amica abbia letto la scorsa estate.
Ma nel frattempo ho letto un libro di Nick Hornby, “Una vita da lettore”, che raccoglie le sue recensioni librarie nell’arco di un paio d’anni, per la rivista Believer, che gli ha imposto come clausola di non parlare mai male dei libri citati.
Vi rimando all’introduzione del libro (e al libro stesso) per alcune interessanti affermazioni sulla lettura, che condivido.
Recentemente ho letto tre libri che mi sono piaciuti molto e mi è venuta voglia di parlarne con qualcuno per invitarlo a leggerli ...

Un po’ l’ho fatto a voce con chi mi capitava a portata d’orecchi e poi ho pensato di farne una rubrica letteraria ad uso e consumo amicale, per raccogliere la proposta fattami un anno fa. Così ho mandato queste righe ad alcuni amici, appassionati lettori.

Alcune note:

  • frequenza: scriverò ogni volta che incontrerò uno o più libri interessanti di cui parlarvi, per cui sperate che ne incontri molti

  • nessuna pretesa di critica letteraria: io sono una librobulimica, per cui se un libro mi piace, lo ingoio il più in fretta possibile, mi faccio prendere da gusto e profumo, dalla musicalità, dall’atmosfera. Ci sono cose che letterariamente sono valide, ma per me rivestono poca importanza, mentre a volte trame, linguaggi usati, capacità inventiva mi acchiappano con forza. Questo è uno dei motivi per cui non sarò mai una scrittrice, un altro è che le idee altrui sono sempre più fantasiose delle mie. E leggere è forse ancora più bello, e facile, che scrivere.

  • Parlo solo dei libri che mi sono piaciuti. Nessuno mi paga e non devo rendere conto a nessuno, per cui ciò che non mi piace non vale neppure la pena di essere citato.

  • Ovviamente non è qualcosa a senso unico. Se il libro che avete letto voi è davvero speciale, fatemelo sapere.

Ultima cosa: lo so che avere un libro per le mani è qualcosa di unico e si tende inesorabilmente al possesso, ma leggere tanto comporta che i costi salgano e salgano anche le pile di libri in casa. E, visto che non riesco a staccarmene e non butto mai via niente, la faccenda si fa grave.

Per cui, da quando, in periodo di scarse possibilità economiche, ho scoperto che nelle seriose biblioteche esistono anche spazi per romanzi ed affini, dico: le biblioteche sono una grande cosa ! Per comprare il libro c’è tempo anche dopo, dopo averlo assaggiato, mangiucchiato, assimilato. La seconda volta, quando decido di comprarlo, allora sì che posso gustarmelo un’altra volta e persino sottolinearlo!

Devo confessare che i libri li scelgo per vari motivi, uno dei principali è forse quello dalla copertina: se mi piace, se mi attira, se è graficamente accattivante, lo prendo in mano e comincio a capire di cosa si tratta. E spesso l’immagine, almeno in questo caso, fa.

E poi un libro ti chiama, c’è un momento in cui lui e tu sapete che bisogna leggerlo, mentre altre volte non è ancora tempo. Per cui, dei miei suggerimenti fate cosa vi pare, teneteli lì se nulla vi attira, magari non è ancora ora.


I libri del Numero Zero

Ho scelto un po’ a caso, perché ne avevo già sentito o visto i titoli o perché avevo già letto qualcosa dell’autore. Per scoprire che li lega senza volerlo un qualche filo conduttore.

Il primo: la morte, ovvio potrebbe dire qualcuno, uno è un giallo, l’altro lo dice persino il risvolto di copertina. Però è così, la morte c’entra e non poco.

Un secondo tema, comune almeno a due di loro, è la disabilità fisica e psichica, che si rivela come un qualcosa di ricco, con possibilità di intenso riscatto, sia per se stessi sia di fronte al mondo. Ma non sono libri sui disabili.

Quando uno dice il caso … e può darsi che non sia ancora finita.

Dunque, il primo libro è La fine dell’alfabeto di C.S. Richardson. E’ un libro corto che si legge in meno di una giornata, non ha un finale stupefacente come forse si potrebbe supporre nelle poche note di copertina. Ma ha la cadenza di un racconto orale, ha una lievità ed una semplicità che lo rendono bello.

Non dico di più altrimenti finisce che ve lo racconto, forse solo ancora una cosa che mi ha fatto sorridere: la moglie del protagonista si chiama Zéppora Askenazy, come la moglie di Mosè e come il noto musicista. E lei ed il marito sono proprio due belle persone…

 

Altro libro è il secondo di uno scrittore islandese, Arnaldur Indridason, che viene definito il Mankell islandese. In effetti anche qui i morti ammazzati non troppo delicatamente e le storie cupe abbondano, sia per i vivi sia per i morti. Si intitola La signora in verde e mi è piaciuto, forse per come procede la narrazione, forse per come la sofferenza viene narrata senza ferirmi troppo, forse per una sorta di speranza che attraversa il racconto. Mi ha scatenato anche un po’ di rabbia o di delusione per l’inadeguatezza del welfare sociale anche a certe latitudini, ma qualcosa di buono c’è, alla fine.

Ciò che mi rimane come pensiero che ritorna è come possa veramente essere la vita in questi paesi dove il sole c’è davvero poco e distribuito in maniera strana e quali influssi possa avere sulle persone. Anche qui è forse un problema di immagine: dietro il panorama di una natura bellissima e incontaminata si nascondono davvero storie fredde e terribili.

 

Ed ora il terzo. Kitty Fitzgerald, Il posto dei maiali. Confesso: il titolo mi attirava un sacco, anche perché mi sono chiesta se fosse un libro buono da regalare alla mia amica appassionata di maiali e per saperlo occorreva leggerlo. Altro motivo, la copertina: sembra un disegno di bimbi, ma non è un libro per bimbi. Il primo elemento è il linguaggio, come inizi ci sbatti dentro subito e ti affascina e travolge con le sue parole, i suoi neologismi, le sue sgrammaticature, il suo personale alfabeto che rende tantissimo. Complimenti al traduttore, veramente. Alcuni esempi: “ Poi ce ne motociclettavamo via e andavamo a strofinare le robe di ottone delle chiese e di altri posti, e tra uno e l’altro saggiavamo torte e bibite frizzicorine.” Oppure :“ Li ha trovati il papà tantissimo tempo fa ed è lì che si è deciso a farci il posto per far sguazzare i maiali. Sono molto rari, così diceva il papà, e vanno protetti dalla distruzione. Sono dei tempi dei cinghiali selvatichi, quando la dea che lui la chiamava De Metra ballava insieme con i maiali pieni di sacrezza e stavano tutti dentro il suo tempio. A quelle incisioni gli ho dato un nome, che è Rocciasuina della Reliqquia.”

 

Ma non è possibile rendere tutto, bisogna leggerlo. Forse a dosi omeopatiche, anche se questo linguaggio attira tanto che si ha voglia di continuare a sentirne la musica. Però c’è, almeno per me, un continuo sconfinamento tra fantasia e realtà, la voglia di sapere come va avanti la storia e la crudezza di una parte di essa che ti rimanda di continuo al “mondo-di-fuori”, e ti sembra impossibile poter reggere le cose che leggi, anche se continui a dirti: “E’ solo una storia…”.

 

E forse è una storia impossibile, ma con tutto quello che succede c’é pure un quasi-lieto-fine. Ti chiedi anche se ci sia da parte dell’autrice una tendenza a dividere il mondo in bianco e nero, dove e quale sia il bianco o il nero, che cosa si nasconda nel cuore e nelle case di ciascuno di noi: bianco o nero? E quanto l’uno può diventare l’altro?

Mi veniva da pensare che è una specie di rovesciamento, di riscatto, per i maiali, rispetto a “La fattoria degli animali”, ma forse prima di azzardare simili giudizi dovrei andare a rileggermi quest’ultimo …

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