La Terra sopravviverà. E noi?...

di Paolo X. Viarengo.

Green New Deal. Economia verde. Green Washing. Giustizia ambientale. Dignità sociale. Friday for future. Eni più Chiara. Economia circolare. Smart Grid. Emissioni. Co2. E, mettiamoci pure e=mc2, che non c’entra ma ci hanno fatto anche le magliette, così il casino è completo. Il casino del cambiamento climatico in atto e di tutto quanto gli sta intorno. Positivo o negativo. Cerchiamo di capirci qualcosa. Cerchiamo di capire di cosa stiamo parlando. Cerchiamo di farlo come quel bambino che gridava “il Re è nudo”...

Dopo la prima rivoluzione industriale, siamo intorno a fine 1700, abbiamo iniziato a sostituire nel lavoro di tutti i giorni gli  animali con i veicoli a combustione. A combustione significa che se gli animali mangiano per produrre energia, i veicoli bruciano qualcosa per lo stesso scopo. Per lo più combustibili fossili: carbone o petrolio. Carbone e petrolio sono i resti fossilizzati e sottoposti ad enormi pressioni delle sterminate foreste, e dei loro abitanti, che ricoprivano la terra in ere antichissime. Noi abbiamo tirato fuori queste foreste da sotto terra. Le abbiamo bruciate, combinando il loro carbonio con il nostro ossigeno. Tutta questa cosa l’abbiamo buttata nell’atmosfera creando una grossa cappa che, riverberando i raggi del sole, riscalda il pianeta, come in una enorme serra di un giardiniere. Scioglie i ghiacciai. Alza il livello dei mari. Crea temporali e burrasche catastrofiche.

Intendiamoci, alla Madre Terra che ci sia un grado in più o in meno non  importa molto. Lei vive lo stesso. Ha vissuto al tempo delle foreste poi trasformatesi in carbone quando la temperatura era molto più alta di ora. Ha vissuto durante le glaciazioni. Vivrà anche ora. Il problema non è la terra. Siamo noi. Lei vive tranquillamente. Noi no. A lei non frega nulla che faccia caldo o freddo. A noi si. Lei amerà, sfamerà e proteggerà lo stesso le specie che vivono su di lei, indipendentemente da chi saranno. All’inizio della vita che non c’era ossigeno, quindi, c’erano i cianobatteri, forme di vita basate sullo zolfo. Ci saranno forme di vita basate sulla plastica o sull’anidride carbonica. La Vita, sopravviverà. Ma, come dicevano i Nomadi, noi non ci saremo.

Il problema non è la sopravvivenza della terra ma la sopravvivenza nostra e dell’ecosistema che  ci sostiene. Questo deve essere chiaro: è un problema nostro. La pelle è la nostra. Siamo noi che dobbiamo impegnarci per mantenere intatte le condizioni di vita in  cui  ci sviluppiamo. Come fare è semplice: il problema nasce dalle enormi quantità di CO2 buttate nell’atmosfera? Bene, non  buttiamole più e piantiamo foreste visto che  gli alberi assorbono anidride carbonica ed espellono ossigeno. Semplice. Non capisco, quindi, tutta questa cagnara. Anche un bambino lo capirebbe: se ho buttato il vasetto di  marmellata sul pavimento,  pulisco in fretta e non la butto più, se no chi la sente la mamma. Fine.

Ma non  è così semplice perchè noi adulti abbiamo una cosa che i  bambini non hanno: i soldi. Costa un sacco di soldi cambiare il nostro stile di vita. Pensate che tutti dovremmo cambiare auto. Mettere le lampadine che consumano di meno. Fare la riunione di condominio per mettere i pannelli fotovoltaici. Le finestre col doppio vetro perché tengano dentro il calore e fuori il freddo. Rifare l’impianto elettrico per evitare le dispersioni che, di certo, ci sono nell’impianto vecchio. E, poi dovremmo bere solo da bottiglie di vetro, che costano di più. Comprare prodotti biologici, che costano di più. Mangiare pesce non pescato con reti a strascico o allevato con gli antibiotici, che costa di più. E, chi ce li ha tutti questi soldi? D’accordo che dovremmo mangiare meno carne visto che gli allevamenti intensivi sono uno dei maggiori produttori di gas serra ma, con gli stipendi medi di adesso non ce lo possiamo proprio permettere. Noi in Italia, non ce la facciamo ma neanche altrove.

Figuriamoci nei paesi del terzo mondo: ricordo che le emissioni vanno fermate in tutto il mondo  e non solo in Italia, se no non vale. E, bisogna anche farlo tutti assieme: se io lo faccio e tu no, non vale lo stesso, perché siamo sulla stessa barca. Quindi, se solo i ricchi possono permettersi di salvare il pianeta ed i poveri continuano ad inquinare, per mancanza di possibiiità, come possiamo fare? Semplice, direbbe di nuovo lo stesso bambino di prima, togliamo un po’ di soldi a chi ne ha fin troppi e non sa cosa farsene e facciamo in modo che ce ne abbiano un po’ di più anche quegli altri. Così, tutti avranno la possibilità di inquinare di meno. Di consumare meno energia. Di mangiare cosa sane. Semplice. Eppure, no. Non è così semplice in un mondo che non vuol capire. Non è così semplice far capire all’uno per cento del mondo, che detiene più del doppio della ricchezza della popolazione mondiale, che non può andare avanti così.

Poi c’e’ la plastica. Dagli scarti del petrolio si sono inventati la plastica: un’ idea geniale. Costa poco. Non va più alla fine. Costruiamo tutto con la plastica ma, visto che non va più alla fine facciamo le cose un po’ alla carlona, che si rompa facilmente. Altrimenti nessuno compra più nulla. Ci inventiamo uno slogan carino, che so “Usa e getta” potrebbe andare e via. Compro. Uso. Getto ed impesto tutto il mondo con la plastica. I mari con la plastica. I pesci con la plastica, perché la plastica non è biodegradabile ma si trasforma in minuscole scagliette. Della grandezza del plancton. Delle movenze del plancton. Che è alla base della catena alimentare. Che i pesci si mangiano e che noi ci mangiamo mangiando i pesci. E, la plastica che non buttiamo in mare, la buttiamo nelle discariche del terzo mondo. Lì nessuno dice niente e con pochi dollari compri il silenzio del governante di turno. Quindi, basta produrre plastica direbbe il nostro bambino. Quella che c’e’ ancora in giro la riutilizziamo e le altre cose che ci servono le facciamo in vetro. Legno. Cuoio. Ferro. Semplice no? No. Perché bisogna riconvertire le aziende. Perché se un azienda produce un prodotto che dura una vita in un mercato già saturo durerebbe da Natale a Santo Stefano. Nessuno comprerebbe più nulla. Vuoi vedere quindi che le aziende non servono più? Vuoi vedere che gli operai non servono più? Vuoi vedere che i robot e la tecnologia potrebbero sostituire l’uomo rendendolo finalmente non più schiavo del “lavorerai col sudore della tua fronte”? E’ troppo? O, è troppo semplice?

Alexandria Ocasio-Cortes è una ragazza di una trentina d’anni. Ispano-americana del Bronx. Tosta come può esserlo una donna ispano-americana del Bronx. Ha sfidato il potentissimo ed imbattuto da diciott’anni, Joseph Crowley e lo ha battuto. Ha preso il 57 per cento dei voti ed è andata lei in senato al posto suo. C’e’ andata per dire che non abbiamo scelta. Che dobbiamo cambiare e farlo ora. Indipendentemente dai costi, è necessario che la sanità americana diventi pubblica, l’università gratis e che tutti abbiano un salario minimo e dignitoso perché possano mantenere dignitosamente la loro famiglia. Curarla. Educarla. Ha detto che gli Usa dovranno dipendere solo più da energie rinnovabili e non da combustibili fossili, che le reti elettriche dovranno essere tutte rifatte ed aggiustate perché non ci siano dispersioni o sprechi, che tutti i palazzi siano resi energeticamente efficenti, ha detto che i trasporti pubblici e tutte le infrastrutture dovranno essere rivoluzionate. I soldi li prenderà dove ci sono, mettendo tasse fino al 70% sui redditi superiori ai dieci milioni di dollari e tassando le transazioni finanziarie. Lo ha scritto, il 7 febbraio di quest’anno nel documento programmatico della sua corrente di partito, Nuovo Accordo Verde. Green New Deal. E, sembra che piaccia. Sembra che la maggioranza degli americani sia già con lei. Tosta. Folle. Giovane.

Come i nostri Fridays For Future, i fratellini di Greta Thumberg: chiedono anche loro a gran voce un cambiamento. Una rivoluzione che intrecci i due temi indissolubili: la dignità sociale e la giustizia ambientale. Non è più possibile parlarne in due discorsi diversi, come mi ha spiegato il bambino cui ho chiesto una mano per scrivere questo articolo. Il bambino che vive dentro di me da, ahime’, troppi anni. Il bambino a cui Greta, Alexandria e tutti i giovani del mondo stanno già dando del tu.

E, ad Asti? Semplice, il Friday for future urla e strilla e batte le pentole in piazza per chiedere la Dichiarazione di Emergenza Climatica da parte del Comune. Per chiedere di fare qualcosa. Per chiedere di aiutare a salvare il mondo che sarà loro. Per chiedere di aiutare a salvarci. La risposta: 180 tigli, di cui qualcuno malato ma curabile, sono stati abbattuti qualche giorno fa a Valgera perché c’era il rischio che con i forti temporali dovuti ai cambiamenti climatici potessero cadere. Il proprietario del terreno ha ritenuto giusto fare cosi. La legge gli dà ragione. La legge che dice gli alberi sono proprietà di qualcuno e non di tutti. La Legge che dice che quel proprietario di alberi è stato anche proprietario dell’ossigeno che io respiro grazie - anche - a quei tigli. Ma, soprattutto, c’era il rischio che cadessero a causa di forti temporali dovuti proprio ai cambiamenti climatici.

Tristezza. Infinita.

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