Fondi PAC: opacità e diseguaglianze, cambiare rotta

A cura di ARI-Associazione Rurale Italiana.

La recente pubblicazione del rapporto preliminare della Commissione per il Controllo dei Bilanci del Parlamento Europeo (CONT Committee) sulla distribuzione dei fondi PAC ha sollevato un ben comprensibile polverone nel mondo agricolo, sindacale e della società civile.
Ciò che da sempre sostengono ARI e le organizzazioni contadine del Coordinamento Europeo Via Campesina (ECVC) è finalmente attestato da uno dei più estensivi studi mai svolti, che ha riguardato l’analisi di 10 milioni di beneficiari e oltre 500 mila progetti finanziati tra il 2014 e il 2020: i fondi pubblici sono a vantaggio solo di pochi e l’intero sistema è caratterizzato da una forte opacità...

È stato dato molto risalto alla lista dei 50 maggiori beneficiari nazionali dei fondi PAC, che colpisce per l’enormità dei contributi percepiti (dai 28 milioni di euro per il primo, la FINAF, ai quasi 2 milioni del cinquantesimo). Va sottolineato di come si tratti quasi esclusivamente di Organizzazioni di produttori o consorzi del comparto agroindustriale, cosa non casuale viste le politiche economiche che per decenni hanno favorito la concentrazione del mercato contribuendo a creare dei veri e propri colossi, peraltro concentrati in poche e ricche regioni italiane.

Quello che ancora non emerge dallo studio preliminare, però, è la distribuzione e la natura dei beneficiari finali dei fondi: la Commissione controllo bilanci lamenta l’impossibilità di identificare le persone fisiche e giuridiche a causa dei complessi sistemi societari dei beneficiari della PAC, oltre che delle inadempienze degli Stati membri nel costruire sistemi di controllo e database centralizzati e uniformi.

L’Italia, come già denunciato in passato da ARI, è maglia nera di opacità. A livello nazionale i registri dei titolari delle aziende e delle società beneficiarie non sono uniformati al modello europeo, né sono stati pubblicati i registri nazionali previsti dalla Direttiva antiriciclaggio 2018/843.
Il report rileva inoltre che per l’Italia non è disponibile una lista pubblica dei programmi operativi che definiscono le modalità di spesa dei contributi dei Fondi di coesione europei.

A fronte di questo quadro, come si prepara il nostro Paese al prossimo settennio di programmazione PAC? Il nuovo Governo e il Ministero continueranno con la scarsa trasparenza adottata finora, che rende la PAC in Italia estremamente vulnerabile a frodi e illeciti?

ARI sostiene che le critiche alla distribuzione dei fondi non si possano fermare alla punta dell’iceberg. Non fermiamoci all’indignazione per i 50 maggiori beneficiari, ma combattiamo contro la concentrazione dei sostegni, la misera ripartizione per le oltre 600.000 aziende che ricevono meno di 5.000€ di sostegno PAC e per le migliaia di piccoli e piccolissimi produttori considerati non eleggibili dai PSR regionali ed esclusi dalla PAC. Porre un tetto ai contributi per azienda è una misura semplice e giusta che l’Italia non vuole applicare.

Più equità e più trasparenza sono necessarie per la prossima PAC, ma anche più giustizia sociale: un meccanismo di tracciabilità dei fondi è indispensabile per applicare il principio di condizionalità sociale, che escluderà le aziende che si macchieranno di violazioni dei diritti dei lavoratori. La condizionalità sociale sta continuando a venire attaccata in Europa da alcuni Stati membri e dalle lobby agroindustriali come il Copa-Cogeca, di cui fanno parte le grandi organizzazioni professionali agricole del nostro paese, con la scusa di possibili aumenti di carichi amministrativi per le aziende. A costoro diciamo che i diritti di lavoratrici e lavoratori non sono negoziabili, e che i controlli contro schiavitù e sfruttamento sono un dovere degli enti preposti.
Se il rispetto dei contratti di lavoro è visto da alcuni come un inutile orpello burocratico, è bene che queste aziende non ricevano sovvenzioni pubbliche.

ARI vuole sottolineare infine il rapporto tra la nuova PAC e i fondi di cui beneficerà l’Italia tramite il cosiddetto Recovery Plan, priorità del Governo tecnico in fase di insediamento.
In nessun modo la PAC e i suoi Piani strategici nazionali, definiti regionalmente, dovranno subire aggiustamenti strutturali compensati e integrati dai fondi del Piano di Ripresa e Resilienza. Si tratta infatti di fondi pubblici dalla natura ben distinta, il primo ordinario e il secondo straordinario: mentre la PAC deve essere integralmente ristrutturata in un’ottica di equità, giustizia e rispetto per l’ambiente, il Recovery Plan non può e non deve né compensare né aumentare le dotazioni finanziarie destinate a modalità agricole industriali, ma dovrebbe essere utilizzato per rendere vivibili e accoglienti i territori rurali rafforzando o ripristinando i servizi essenziali ad oggi carenti.

L’illusione dell’agricoltura 4.0 e della “sostenibilità di facciata” può generare flussi di finanziamenti che possono essere abilmente intercettati da aziende con elevate capacità di investimenti tecnologici falsamente sostenibili, che rischiano di approfondire il divario del sostegno tra grandi e piccoli aziende agricole.

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