Nessun acquirente per gli immobili ex-Asl



di Carlo Sottile, portavoce del Coordinamento Asti-Est.


Basta con gli ossequiosi appelli al mercato, con l'idea che tirando su il cartellino del prezzo qualche acquirente si sarebbe fatto vivo. Ciò che è rimasto, dopo le aste e lo spezzatino, è il campo libero della rendita fondiaria e della speculazione edilizia e da quel campo arriva una sola voce: svendere. Del resto cos'altro si potevano aspettare i nostri amministratori. Ogni ipotesi di un riuso degli immobili dismessi, compatibile con un progetto di città, della sua trama di manufatti, funzioni, storia e vita vissuta dei suoi cittadini, era già irrimediabilmente compromessa all'interno della stessa variante strutturale del 2009. Una variante che ha lasciato spazio ad ogni previsione e che adesso, giustamente, non viene nemmeno ricordata ...

Invece giova ricordare che questa deriva mercantile, in cui ciò che conta è solo il valore di scambio e le sue fluttuazioni, è stata a lungo preparata. In un convegno tenutosi ad Asti nel 2004, promosso dall'Inu Piemonte e dal Comune (“concertazione e perequazione nella progettazione e gestione del Piano Regolatore” e relativo dossier), Brignolo, allora assessore all'urbanistica, De Marchis suo  funzionario e Fassone, titolato architetto cittadino e presidente della sezione piemontese dell'Istituto Nazionale di Urbanistica, si sono prodigati a legittimare una pratica urbanistica, già in corso in altri Comuni, in cui le trasformazioni del territorio sarebbero state l'esito di una contrattazione alla pari pubblico/privato.

In sintesi, diritti edificatori distribuiti su tutto il territorio urbano e loro commercio, fine del “diritto di superficie”, vale a dire della separazione, nell'interesse pubblico, del diritto di proprietà dal diritto a costruire, conseguente fine del carattere “conformativo” del piano regolatore, assessorato all'urbanistica trasformato in sala riservata agli scambi con il partito del mattone.

Se dieci anni fa i protagonisti di questa deriva mercantile hanno potuto giustificarsi con l'obbligo di dover fare di necessità virtù, dando norme a questo scambio (oneri concessori e diritti edificatori), nella speranza/convinzione di poter finanziare il bilancio corrente del Comune e insieme virtuosamente ottenere un “moderno” sviluppo della città, adesso, visti i risultati, con ampio corredo di disastri sociali ed ambientali, perseverare con questo orientamento non solo non è obbligatorio: è temerariamente irresponsabile.
Altro che svendere allora !! Non è possibile che in questa città ci sia orecchio solo per quella voce, solo per i fondamentalisti del valore di scambio !! Eppure, qualche tempo fa, era sembrato che alcuni giovani architetti, ispirandosi ai loro migliori maestri, volessero tenere insieme corpo fisico e anima della città. Riconoscendone le ferite proprio in quella miriade di edifici dismessi, avevano puntato la loro attenzione su quello “occupato” di via Orfanotrofio, dove dodici famiglie avevano ricostruito la loro domiciliarità, altrimenti perduta per ragioni di mercato, immobiliare in primis.

Questo tentativo, che ormai dura tre anni, di mettere in relazione diritti di cittadinanza e una pratica urbanistica non abbandonata agli estetismi ma realizzata con preoccupazioni etiche e sociali, è di nuovo all'ordine del giorno. Non solo dei giovani architetti, delle associazioni ambientaliste e di impegno sociale che finora  lo hanno agito, delle  famiglie occupanti  che hanno restituito una funzione sociale ad un edificio di proprietà pubblica altrimenti abbandonato all'ingiuria del tempo e degli uomini.

Se c'è una parte di città, ancora capace di dare valore alle persone e alle cose, in nome di una religione civile, che nella nostra Costituzione ha iscritti i suoi principi e valori, è ora che si faccia avanti, è venuto il suo tempo, rivendichi al Comune un atto autoritativo (di esproprio, requisizione o altro di ripristino della sovranità dei cittadini) e opponga alla svendita un progetto di riuso sociale degli immobili dismessi dall'Asl.

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