Il diritto all’abitare non è un optional

di Carlo Sottile, Coordinamento Asti Est.

Rendere gli sgomberi più facili, cambiando la circolare Minniti. Vale a dire affermare il diritto di proprietà “nudo e crudo”, senza attenzione per le condizioni sociali delle famiglie “occupanti” e la “funzione sociale” dell’edificio “occupato”. L’auspicio del nuovo ministro degli interni, Salvini, è stato pronunciato qualche settimana fa e subito gli amministratori di Asti lo hanno trasformato in regola di condotta. Infatti, le tre famiglie “sgomberate” il 18 aprile, dalla ex mutua di via Orfanotrofio - domiciliate in un primo tempo a Casa Arata di Sessant - dieci giorni fa sono state trasferite e scomposte verso diverse destinazioni ...

I genitori maschi al dormitorio di Asti oppure, a loro scelta, presso qualche amico o parente ospitale, i genitori femmine con i bambini, al nuovo centro di accoglienza “La madre e il bambino”, di viale Pilone. Esattamente la soluzione che la circolare Minniti escludeva, per ragioni umanitarie e per evitare che avesse delle repliche lo sgombero violento del palazzo di via Curtatone a Roma, dove a molte famiglie con minori non era stata risparmiata l’esperienza della strada.

Il Coordinamento Asti Est, che in città ha condiviso con decine di famiglie sfrattate senza alternativa alloggiativa, l’esperienza di quattro occupazioni, ha ovviamente accreditato quella ormai famosa circolare e, nel corso di incontri convocati allo scopo, ha raccolto in Assessorato e in Prefettura l’impegno a rispettare le direttive del ministro dell’interno Minniti.
Dunque non è andata così.
C’è stato un voltafaccia degli interlocutori istituzionali dell’Associazione, che merita una replica non solo formale.

Si può argomentare che quel trasferimento, favorisce le relazioni sociali delle famiglie, anche al prezzo della loro scomposizione ? Certamente si. Basta dimenticare il ricatto a cui sono sottoposte, la minaccia della strada, che le rende impotenti e docili. Ad Asti un lavoro in nero si può trovare più facilmente, la frequentazione delle scuole e del centro per l’impiego è meno macchinosa, i costi economici sono ridotti, ecc. Ma non si può, al tempo stesso, dare il via ad una narrazione in cui il problema sociale di centinaia di famiglie sparisce, tre famiglie vengono usate per tessere le lodi dei professionisti della filantropia e l’esperienza di otto anni di occupazione della ex mutua viene derubricata a illegalità. Una operazione di mistificazione della realtà che nemmeno i giudici, chiamati a processare la violazione dell’art. 633 del c.p. si erano avventurati a fare. Anzi, alcuni hanno riconosciuto appieno il carattere necessitato della “occupazione” e le ragioni sociali degli occupanti, infliggendo pene poco più che simboliche.

Purtroppo, un testo da manuale di quel genere di narrazione, certamente non concordato con le famiglie interessate, piuttosto ispirato dall’alto, è quello apparso sui periodici locali nel mese di luglio, a firma della Associazione Albero della vita. Vi si legge che le famiglie ospitate a casa Arata hanno ritrovato in quel luogo, “una serenità e unità familiare da tutelare” (sic). Inoltre, mostrando delle straordinarie e inaspettate virtù civiche, hanno trasformato la loro presenza assistita in una “piacevole quotidianità” (sic).

Quelle tre famiglie, insieme ad altre nove, con le stesse virtù civiche e la stessa serenità d’animo, si erano impegnate, pur tra innumerevoli difficoltà, a ricostruire nell’edificio della ex mutua (abbandonato all’incuria e all’ingiuria del tempo da almeno cinque anni) una domiciliarità andata distrutta per ragioni di mercato (non per disamore o per cattiva condotta). Mossi a quel passo dall’idea che il diritto alla casa dovesse essere esercitato, non semplicemente dichiarato o affidato ai fautori della precarietà del lavoro e del mercato immobiliare speculativo.

Quel progetto di auto-recupero non si è esaurito da solo, piuttosto è stato spento dagli stessi che adesso lodano le virtù civiche di quelle tre famiglie. Sono gli stessi dominus che nel corso del progetto, durato otto anni, hanno usato impropriamente l’azione dei giudici, per costruire un recinto di illegalità attorno alla famiglie “occupanti”, cosicché le occupazioni fossero comunque abusive, l’azione delle famiglie fosse comunque fraudolenta, le richieste degli “occupanti” fossero comunque irricevibili e la loro stessa presenza in città fosse comunque inquietante.

In conclusione, il trasferimento delle tre famiglie, da Sessant ad Asti, e i commenti pubblici con cui è stato accompagnato, non documentano solo un voltafaccia, sono un pessimo preambolo alla più volte annunciata convocazione di un Osservatorio della questione abitativa. Una questione che - nella forma di una emergenza senza fine, di cui continuano a segnalare la gravità agenzie pubbliche insospettabili di eversione come Federcasa (l’associazione nazionale delle Atc) - ha come sottostante, non solo ad Asti, l’abbandono, spesso nella corruzione di dirigenti ed assegnatari, di ciò che resta delle case popolari, nonché una gestione del territorio, dichiarata come problematica dagli stessi amministratori, ancora dissipativa di risorse sociali ed ambientali.

Come dovrebbe essere noto, il patrimonio immobiliare dismesso e inutilizzato è la materia di una proposta di legge di iniziativa popolare (Stop al consumo di territorio) e in alcuni Comuni ha dato luogo a delibere che, distinguendo tra proprietà come valore giuridico e uso del bene sottostante, dichiarano il bene sottostante “bene comune” se il proprietario non gli attribuisce una “funzione sociale” (art. 42 della Costituzione).
E’ questo lo scenario a cui dovrebbero guardare i componenti dell’Osservatorio annunciato. In quella sede il Coordinamento pretenderà un confronto libero da mistificazioni. Null’altro. Non permetterà che le cose non siano chiamate con il loro nome, che i problemi sociali siano negati, che
sia spenta la voce di chi sa ancora distinguere tra ciò che è legale e ciò che è giusto.

Certo desta un certo stupore che fior di cattolici dichiarati e praticanti dimentichino il pensiero e le opere della loro parte fino a cancellarne i valori civici, per affermare, senza se e senza ma, i valori del “partito del mattone”. Abbiamo già ricordato La Pira e gli espropri per pubblica utilità.
Abbiamo più volte citato la nostra Costituzione, che all’art. 42 ammette la proprietà privata, ma la vincola ad una “funzione sociale”. Allontaniamo la tentazione di ricordare che i padri della Chiesa, distinguendo tra proprietà e possesso, consideravano “beni comuni non alienabili” tutti quelli che garantivano il diritto alla vita (Tommaso d’Aquino, Summa Theologica).

Troppo impegnativo, non siamo dei teologi, siamo dei semplici e oscuri militanti della giustizia sociale.

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