Il Vescovo di Asti incontra i giornalisti: il ruolo della parola e dell'accoglienza

di Alessandro Mortarino.

Il 24 gennaio si festeggia San Francesco di Sales, Vescovo e dottore della Chiesa proclamato nel 1923 patrono dei giornalisti in virtù della sua abitudine di affiggere nei luoghi pubblici dei manifesti ante litteram, allo scopo di far pervenire la sua predicazione a tutta la comunità, andando oltre la relazione "fisica". Anche ad Asti il 24 gennaio il Vescovo ha tradizionalmente scelto di celebrarne la memoria attraverso un incontro con tutti gli operatori dell'informazione locale e quest'anno è toccato a Padre Marco Pràstaro, da poco meno di 100 giorni alla guida della Diocesi, stringere attorno a sè penne e voci dei media astigiani per raccontare e raccontarsi...

Un dialogo piacevole. Padre Marco ha un modo diretto di affrontare i temi, parole misurate ma senza tentennamenti che si muovono snelle e sobrie su momenti di vita vissuta, di ricerca, di incontro e dialogo fortemente segnate dai 13 anni trascorsi in Africa al fianco dei più deboli.
E 100 giorni sono una prima tappa, utile per delineare un percorso appena tracciato (in politica sono considerati come una sorta di "cartina al tornasole" per monitorare il rapporto tra obiettivi e azioni intraprese). Padre Marco ha colto l'occasione dell'incontro con la stampa locale per raccontare le sue emozioni legate alla cerimonia di Ordinazione («quando sono arrivato in auto davanti al Duomo, vedendo tutte quelle persone ad attendermi, ho avuto l'impulso di scappare. Poi ho fatto un'azione semplice: ho aperto la portiera e sono sceso»), ai molti incontri con i parrocchiani in diverse zone dell'astigiano, spesso corredate da momenti conviviali («per uno come me, abituato a vivere di insalatina, è stata una sorpresa autentica scoprire la tradizione locale di pranzi con antipasti, primi, secondi, dolci e ottimo vino per favorire, a tavola, il dialogo più schietto»), a una fase dedicata all'ascolto perchè vivere in un luogo in cui non si è nati implica, innanzitutto, la ricerca delle peculiarità di quel luogo e di chi lo abita.

Molti i temi che don Marco Pràstaro ha toccato, anche rispondendo alle domande dei giornalisti: il riassetto organizzativo della diocesi, la crisi delle vocazioni, l'età sempre più avanzata del clero, il ruolo e significato della Chiesa oggi. Per questi argomenti vi lasciamo alle puntuali cronache che la stampa locale ha pubblicato e che potete trovare facilmente anche on line.
Altritasti è un giornale particolare, come sapete: non ci occupiamo di "tutto" ma solo di temi che riguardano l'informazione sociale e l'informazione per il cambiamento. Tocchiamo, quindi, solo due argomenti trattati da padre Marco: l'accoglienza degli immigrati e il ruolo della parola. Che, a ben vedere, in realtà, sono i due ingredienti di un unico tema.

Già. Le parole della politica, le parole dell'informazione. Etimologicamente parola deriva da parabola ed è paragonata da Gesù a una spada, in quanto «più affilata di qualunque spada a doppio taglio e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito … essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore» (Ebrei 4,12).
Per Padre Marco questa parola così importante e "pesante" è stata usata in modo improprio nei confronti del grande tema delle immigrazioni. Dapprima si è parlato di «invasione», ma se guardiamo ai numeri ufficiali, resi noti dal Ministero, ci accorgiamo che non siamo di fronte ad un esodo di massa, ma ad un fenomeno fisiologico.
L' «invasione», poi, è stata dipinta come una «invasione islamica», ma la realtà effettiva dimostra che la maggioranza delle persone che raggiungono i nostri confini è prevalentemente cristiana.

Parole. Parole come «sicurezza», il concetto che sta alla base delle nuove norme sull'immigrazione e produce l'effetto - voluto - di legare l'accoglienza con l'incolumità degli italiani.
Ma come non esiste un'invasione, non può esistere l'idea del pericolo nel ricevere un ospite e nell'offrire un sostegno a chi fugge da situazioni drammatiche per cercare un ipotesi di futuro. I cristiani non possono voltarsi dall'altra parte. E chi lo fa, non può ritenersi un cristiano, anche se la domenica va a messa.
Un giudizio, dunque, molto chiaro da parte di Padre Marco, che ha voluto ricordare il sistema di accoglienza diffusa scelto dal nostro territorio «con pochi migranti ospitati in piccole comunità per permettere un modello di integrazione migliore» e ora a rischio di essere smantellato dagli indirizzi che il governo in carica ha votato.

Una posizione che è anche quella di Papa Francesco e della Chiesa; anzi, delle Chiese. Pochi giorni fa, infatti, Cattolici ed evangelici hanno lanciato questo appello comune sull’immigrazione:

In occasione della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, cattolici e protestanti italiani lanciano un appello comune perché si continui a vivere uno spirito di umanità e di solidarietà nei confronti dei migranti. Se per tutti è un dovere nei confronti di chi abbandona il proprio paese rischiando la vita nel deserto e nel mare, per i cristiani si tratta di un obbligo morale. È per questo che, durante la settimana dedicata all’unità dei cristiani, che viene osservata in questi giorni (18-25 gennaio) in tutto il mondo, abbiamo sentito la necessità di unire le nostre voci, così come insieme abbiamo lavorato in tante occasioni nel campo dell’immigrazione, permettendo la realizzazione dei primi corridoi umanitari, avviati da Comunità di Sant’Egidio, Tavola Valdese, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Cei e Caritas italiana.

“Nell’occasione in cui celebriamo il dono dell’unità e della fraternità fra i cristiani, desideriamo spiegare a tutti che per noi aiutare chi ha bisogno non è un gesto buonista, di ingenuo altruismo o, peggio ancora, di convenienza: è l’essenza stessa della nostra fede. Ci addolora e ci sconcerta la superficiale e ripetitiva retorica con la quale ormai da mesi si affronta il tema delle migrazioni globali, perdendo di vista che dietro i flussi, gli sbarchi e le statistiche ci sono uomini, donne e bambini ai quali sono negati fondamentali diritti umani: nei paesi da cui scappano, così come nei paesi in cui transitano, come in Libia, finiscono nei campi di detenzione dove si fatica a sopravvivere. Additarli come una minaccia al nostro benessere, definirli come potenziali criminali o approfittatori della nostra accoglienza tradisce la storia degli immigrati – anche italiani – che invece hanno contribuito alla crescita economica, sociale e culturale di tanti paesi. Da qui il nostro appello perché – nello scontro politico – non si perda il senso del rispetto che si deve alle persone e alle loro storie di sofferenza”.

Ma al di là del metodo, il documento ecumenico affronta problemi di merito: “Una politica migratoria che non apre nuove vie sicure e legali di accesso verso l’Europa è fatalmente destinata a incentivare le immigrazioni irregolari. Per questo chiediamo ai vari paesi europei di duplicare o, comunque, di ampliare i corridoi umanitari, aperti per la prima volta in Italia all’inizio del 2016. È finita ormai la fase della sperimentazione e i risultati, positivi sotto tanti aspetti, sono sotto gli occhi di tutti. È auspicabile passare quindi ad una generalizzazione di questo modello, che salva dai trafficanti di esseri umani e favorisce l’integrazione. Per questo ci rivolgiamo direttamente al Governo italiano perché allarghi la quota dei beneficiari accolti nel nostro paese e si faccia promotore di un “corridoio umanitario europeo”, gestito dalla Ue e da una rete di paesi volenterosi, prevedendo un adeguato sistema di sponsorship.

Il documento affronta anche il nodo problematico dei salvataggi in mare: “Nel breve periodo, però, mentre si cerca il consenso europeo su queste misure, occorre garantire il soccorso in mare, che non può ridursi a una politica di respingimenti o di semplici chiusure. I migranti non possono essere vittime tre volte: delle persecuzioni, di chi li detiene in campi che – come varie volte attestato dall’Onu – non tutelano i diritti umani essenziali e di chi li respinge in quegli stessi campi e in quelle umiliazioni. Per noi cristiani, come per ogni essere umano, omettere il soccorso a chi giace sulla strada o rischia di annegare è un comportamento di cui si può solo provare vergogna. Per questo chiediamo un potenziamento delle attuali attività di soccorso, rese dai mezzi militari, dalla Guardia costiera e dalle Ong, nel rispetto delle norme del mare e del diritto umanitario”.   

Il testo si chiude con un appello a costruire un consenso su alcuni punti qualificanti sui quali le Chiese sono pronte a offrire il loro contributo: “Per quanto divisivo il tema dell’immigrazione è così serio e grave da non potersi affrontare senza cercare una piattaforma minima di istanze e procedure condivise. Questo auspichiamo e per questo ci mettiamo a disposizione con la nostra esperienza e i nostri mezzi, pronti a collaborare sia con le autorità italiane che con quelle europee”.

Past. Eugenio Bernardini, Moderatore della Tavola valdese
Prof. Marco Impagliazzo, Presidente della Comunità di Sant’Egidio
Past. Luca M. Negro, Presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia
Mons. Stefano Russo, Segretario generale della Conferenza episcopale italiana

La società italiana, laica e credente, appare molto determinata nel richiedere correzioni di rotta alle scelte della politica. Restiamo umani. Guardiamo queste donne, uomini e bambini che hanno un volto e sofferenze che non permettono di voltare lo sguardo...

Commenti  

0 #1 gianfranco monaca 2019-02-06 08:48
parole e fatti molto coerenti e opportuni
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