I Diritti sono del cittadino. Anche quello della dignità...

di Paolo X. Viarengo.

Durante il periodo fascista i diritti erano dello Stato che poteva revocarli o concederli, a suo piacimento. A sua discrezione.  La nostra Costituzione, che sorge trionfante dalle ceneri di quel tetro periodo, si premura di sottolineare, più volte e con forza, che i Diritti sono del cittadino. Della persona. Dell’essere umano in quanto tale. Nessuno gli deve concedere niente.  Li ha indipendentemente dal suo credo politico, religioso, razza o colore della pelle. Li ha perché è. Li ha tutti. Anche quello della dignità. Anche quello della casa. E’ scritto così. E’ giusto cosi’. Ma, non è così. Ma, ad Asti ci saranno 647 domande per 35 case popolari...

Un bisogno abitativo insoddisfatto che si moltiplica ogni anno, ad Asti come altrove, mascherato da emergenza e che qualche volta diventa incontenibile. Così, ad Asti, in corso Cavallotti, una famiglia con padre sordomuto, moglie e tre figli, questo diritto se lo è preso. “Senza titolo”, fin dal 2016, in un alloggio di edilizia residenziale pubblica, che nessuno voleva, perché troppo esposto al degrado e all’abbandono di quel vecchio quartiere residenziale. Una famiglia Rom, Seferovic, che, per scelta coraggiosa di vita ed ovvio stato di necessità, non ha scelto di vivere al campo di Via Guerra. Quello che tutti vogliono “superare” ma, nessuno nemmeno “affianca”.

Eppure il 16 gennaio di quest’anno si è rischiato che questa famiglia fosse buttata in mezzo alla strada. Ed anche di peggio, si è rischiato che la famiglia fosse spezzata. L’unità fondamentale, fondamento e tradizione della nostra cultura, fosse separata: con padre in un dormitorio, da una parte, e moglie e figli, in una casa famiglia, dall’altra. Senza più casa. Senza più famiglia. Senza più dignità. Salvo poi piangere quando qualcuno muore carbonizzato nel suo rifugio improvvisato, come recentemente è successo nella ex-caserma “Colli di Felizzano”. Per questo, negli anni ’90, nasce, dall’idea dello psichiatra americano Sam Tsemberis, il progetto “housing First”. Prima la casa. Prima gli diamo la casa, poi lo accompagniamo in  un processo che lo porti ad essere di nuovo, fieramente, un cittadino. Un uomo. Una persona che, tra l’altro, non sarà più né un costo e nemmeno un pericolo per i cittadini, cosiddetti, perbene. L’idea ribalta il tradizionale concetto di “staircase”, cioè prima l’inserimento in  dormitori e via via, se il soggetto risponde bene, fino alla casa e, quando è stato portato avanti, ha dato ottimi frutti. Statisticamente comprovati. Meno spese di accessi ai Pronti Soccorsi e più consapevolezza nel portare a termine eventuali processi di integrazione: dai fiducia ed ottieni fiducia.

Anche Asti vuole portare avanti un progetto simile ma se non ci sono le case diventa difficile. Ad Asti, la città del Casermone. Della maternità. Del vecchio ospedale e dei mille contenitori vuoti, non ci sono case. Anche lo stabile di Via Allende che, si dava per acquisito dal Comune di Asti, sembra essere ben lungi dall’esserlo. Complicazioni burocratiche. Inerzie. Tre Giunte succedutesi e non tutta quella volontà di acquisizione, hanno portato allo stallo di adesso. Mentre la scadenza del 2 Aprile, data del prossimo rinvio per lo sgombero della famiglia Seferovic si avvicina. Lenta ma inesorabile come lava. Ed, anche, qualora, si trovassero le case da destinare ad “Housing First”, a ben poco servirebbero senza un affiancato progetto di “Social Housing”. Ancora l’inglese per dire che i criteri di assegnazioni delle case, basate su numeri o criteri meramente numerici o oggettivi, non fanno che creare, come hanno fatto e faranno, ghetti. Solitudine. Apartheid. Competizioni e “guerre dei poveri”, tanto utili quanto, ipocritamente, detestate dal potere. Quello brutto. Occorre pensare alla persona che vi abita. A chi abita vicino a lui. Creare comunità, progettare spazi condivisi ed aperti, percorsi di formazione e soprattutto creare le condizioni per un impatto positivo sul resto della città. Solo così si può pensare di poter superare il problema delle periferie di cui tanto si parla. Solo così si può pensare di ridare dignità a chi ne ha il, sacrosanto, Diritto. Sempre che le logiche predatorie di un mercato sempre più selvaggio lo consentano. Sempre che l’uomo possa tornare ad essere di nuovo più importante delle cose. Sempre che le coscienze di tutti possano risvegliarsi.

Giorgio La Pira, Sindaco Democristiano di Firenze, proclamato Beato da Papa Francesco nel 2018, rispose con queste dure parole a chi gli contestava la decisione di requisire alloggi sfitti per darli agli sfrattati “Voi non avete il diritto di dirmi: signor Sindaco non si interessi delle creature senza lavoro (licenziati o disoccupati), senza casa (sfrattati), senza assistenza (vecchi, malati, bambini, ecc.). È il mio dovere fondamentale questo: dovere che non ammette discriminazioni e che mi deriva prima che dalla mia posizione di capo della città -e quindi capo della unica e solidale famiglia cittadina- dalla mia coscienza di cristiano: c'è qui in giuoco la sostanza stessa della grazia e dell'Evangelo! Se c'è uno che soffre, io ho un dovere preciso: intervenire in tutti i modi con tutti gli accorgimenti che l'amore suggerisce e che la legge fornisce, perché quella sofferenza sia o diminuita o lenita. Altra norma di condotta per un Sindaco in genere e per un Sindaco cristiano in specie non c'è!»

Commenti  

0 #1 gianfranco monaca 2020-02-04 22:12
per uno che vive nel mito del "Palio" l'ideale è vincere: e con questa cultura, chi se ne frega degli ultimi?
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