E’ dal 2008 che la crisi si prende la casa

di Carlo Sottile.

Non è la prima volta che la “crisi si prende la casa”, vien da dire parafrasando l’incipit dell’articolo de La Stampa di venerdì 31 gennaio. Se fosse la prima volta, allora avrebbe senso parlare di emergenza abitativa. Vale a dire, una difficile condizione sociale, per un certo numero di famiglie, destinata ragionevolmente ad esaurirsi, in ogni caso tenuta sotto controllo da efficaci e flessibili misure di contrasto.
Ma non è così, perché è almeno dal 2008 che, ogni anno, la “crisi si prende la casa”. Ed è almeno dal 1998, l’anno dell'abolizione della Gescal e dell’Equo canone, che quella crisi, vale a dire la consegna al mercato del bisogno abitativo, viene preparata...

Con sistematicità, vien da dire.
Facendo convergere gli effetti della precarietà dei redditi da lavoro, nonché della svalutazione economica e sociale della edilizia residenziale pubblica. Ed è stato, anno dopo anno, un convergere amplificando. Nomisma nel 2016 (società di ricerca e consulenza per imprese e pubbliche amministrazioni), segnalava che gli sfratti per morosità crescevano al ritmo dell'8 % all'anno. Con la stessa dinamica crescevano, nelle case popolari, le morosità sull'affitto e sulle spese. Conclusione: le famiglie che vivevano una situazione di disagio abitativo, erano salite da 650mila degli anni '90 a oltre 1,7 milioni nel 2014.

Il risultato più recente di tale deriva ad Asti, è condensato nelle cifre del bando appena aperto: 647 famiglie in graduatoria, per concorrere all’assegnazione di 35 alloggi. Nella proporzione tra bisogno abitativo e offerta di alloggi, è esattamente il replay del bando precedente, quello del 2016. E nel 2012 le cose erano andate appena meglio.
Ormai i bandi per le case popolari vengono aperti per amministrare ciò che resta della edilizia residenziale pubblica. Non vengono aperti per fare le
assegnazioni che in tanti attendono.

Ma cosa resta dell’edilizia residenziale pubblica ? Del vecchio welfare abitativo e autogestionario, legato alla fase storica della manifattura, quello precedente la svolta neoliberista del 1998 ?
Semplicemente nulla. La liquidazione totale di quel welfare l’ha decretata la legge Lupi/Renzi, 80/2014, che tutela i proprietari che affittano e che, con il social housing, ha aperto una nuova frontiera al capitale finanziario (canoni di affitto e prezzi di vendita che solo il ceto medio, sia pure impoverito, può permettersi). La stessa legge ha finanziato la manutenzione di qualche migliaio di alloggi non ancora assegnati e al tempo stesso ha rilanciato la vendita di tutti gli altri (ad Asti i 35 alloggi cantierati in via Ungaretti sono ormai una archeologia; le vendite di molti alloggi hanno reso impossibile l’amministrazione della storica “casbah” di via Volta; in Corso F. Cavallotti e ai Tetti Blu la mancata manutenzione degli alloggi non ancora assegnati ha favorito le “occupazioni senza titolo”).
La stessa legge, non a caso, ha criminalizzato le “occupazioni”, di edifici pubblici e privati dismessi e abbandonati, negando agli occupanti l’allacciamento delle utenze e la residenza.

Dunque, argomentare l’emergenza abitativa con un flash sul presente, è riduttivo e fuorviante.
Secondo l’“Osservatorio regionale della condizione abitativa”, dal 2010 al 2014, in Piemonte, solo 8 aspiranti assegnatari su 100 in graduatoria Atc hanno ottenuto una casa popolare. Negli anni seguenti tale rapporto non è migliorato. Inoltre, dal 2006 al 2014 le richieste di esecuzione degli sfratti sono salite vertiginosamente: da 3700 a 8000 e, con lo stesso impeto, da 16500 a 23000, sono salite le domande di casa popolare insoddisfatte. Dunque è dal 2006 che il bisogno abitativo insoddisfatto, annotato ostinatamente come “emergenza”, cresce su se stesso.

Ma il lavoro sporco, tenuto sotto traccia, di questa demolizione della edilizia residenziale pubblica, è stato fatto strada facendo, con un concorso di cause reali e condizionamenti ideologici e culturali. Rispettivamente, con il mutamento della composizione sociale degli assegnatari (l’operaio e l’impiegato della fabbrica o dell’azienda del territorio, sostituiti dal lavoratore multitudinario e multietnico dell’azienda globale, deterritorializzata) e con la riduzione alla dimensione privata di tutte le relazioni, sia quelle tra assegnatari, sia quelle tra assegnatari e rispettive Agenzie, sia quelle tra le Agenzie e gli amministratori dei servizi, con le Agenzie trasformate di fatto in Agenzie immobiliari di se stesse.

Questo lavoro sporco non ha solo cancellato, nei quartieri di edilizia residenziale pubblica, ogni esperienza di comunità, ogni traccia di autogestione, spento ogni organismo rappresentativo e di controllo, ma ha aperto la strada alla corruzione dei dirigenti. Ad Asti ne abbiamo avuto uno degli episodi più clamorosi e il fatto che sia stato rubricato, senza una sola dimissione nel Consiglio di Amministrazione e successivamente passato al dimenticatoio, rende conto, sia pure indirettamente, del reale stato delle cose.

Altro che emergenza. Riconosciamo invece di trovarci di fronte ad un problema sociale gravissimo, che si configura sempre più lungo i confini della disuguaglianza di sistema, da cui le amministrazioni pubbliche si ritraggono, in primis gli Assessorati, per la modestia delle risorse di cui dispongono, limitandosi a fare della filantropia. Ma soprattutto, come nel caso di Asti, per i pregiudizi proprietari e le politiche neoliberiste, che hanno impedito di cogliere nelle esperienze dei movimenti per il diritto all’abitare, una via di uscita, attraverso il riuso degli edifici dismessi e la promozione sociale delle famiglie escluse dal mercato delle locazioni.

In quanto alle misure di contrasto, appena ci si allontana dalla loro puntigliosa elencazione, appaiono, ad un tempo, sia la conferma di un rapporto in cui gli assegnatari sono ridotti a destinatari di decisioni altrui, sia un insieme di procedure disciplinanti, di cui la graduatoria è l’esempio più evidente. Ma non sono meno disciplinanti, perché ostacolano ogni forma di reazione consapevole e al tempo stesso inducono a comportamenti conformi, la graduatoria dell’emergenza abitativa, la casa delle donne e il dormitorio maschile.
E’ un equilibrio instabile, che, chi controlla tali procedure (Assessorato, Atc) deve ricomporre ogni volta. Senza che l’esito sia scontato. Anzi, è un equilibrio che rischia di rompersi proprio la’ dove la residualità dell’edilizia residenziale pubblica è più alta, dove è maggiore il degrado sociale e materiale, dove le dinamiche di apartheid sono più forti. Quella tensione abitativa sempre crescente, che le graduatorie certificano, dove non è disciplinata, si rompe. E il fatto che sia una persona o una famiglia singola a romperla, trascende immediatamente il fatto in sé. Infatti, dalla parte dei controllori (Assessorato, Atc) qualunque sia la vicenda reale, la reazione è duramente repressiva, mentre dalla parte di chi intende ricomporre il valore e la funzione sociale della edilizia residenziale pubblica (la cittadinanza attiva di cui il Coordinamento Asti-Est fa parte), la reazione miseramente repressiva trova la risposta che merita: la solidarietà, l’attenzione dei giornali, un progetto di rinascita da condividere.

Come è accaduto e sta accadendo, nonostante tutto, in Corso F. Cavallotti.

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