La banalità del bene

di Paolo X Viarengo.

Ho fortemente voluto incontrare Domenico Lucano, ex sindaco di Riace, nella sua visita ad Asti. Questo è stato possibile grazie agli amici Vincenzo Soverino e Giovanni Pensabene cui ho mentito, sapendo di mentire, promettendo soldi che non ho, frutta fresca a tonnellate piuttosto che cari vecchi pagamenti in natura: ho il fondato sospetto che sapessero benissimo di trovarsi di fronte ad un truffatore già dalla prima frase ma sono stati al gioco. E, fuor dalle battute, sono riuscito a sedermi di fronte  a lui e per questo li ringrazio. Pubblicamente. Volevo stare di fronte a lui per chiedergli una cosa sola: perché?...

Ed ascoltare la sua risposta guardandolo negli occhi. Perché s’è andato ad infilare in un casino simile, chi glielo ha fatto fare? Inquisito per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, falso in atto pubblico e molte altre cose: manca l’abigeato ma la strada è ancora lunga. Per combinazione, il tutto quando Matteo Salvini era Ministro degli Interni. Il tutto per aver cercato di trasformare un problema in un’opportunità.
La mia domanda lo coglie un pochetto di sorpresa ma si riprende subito ed incomincia a parlare. Con gli occhi bassi, la voce costante e pacata, come fanno i timidi. Come fanno certe persone quando recitano l’Ave Maria o il Padre Nostro credendoci davvero e temono che qualsiasi distrazione possa interrompere il legame che si sta creando fra le parole ed il cuore.

E lui mi ha recitato la sua preghiera laica. Credendoci. Una litania che parla di un ragazzo del profondo Sud, dove quello che vediamo in televisione viene vissuto sulla propria pelle. Dove le baronie e i latifondi esistono ancora. Dove anche un prete può essere scomunicato ad divinis come Natale Bianchi, per aver litigato con un altro prelato non così convinto che la mafia esistesse per davvero. Un posto dove se vai in pizzeria a festeggiare una vittoria del tuo partito non è detto che ne esci vivo, come è successo negli anni ’80 a Giuseppe Valarioti, morto fra le braccia del suo amico Peppino Lavorato, sindaco di Rosarno, cui forse erano destinate le pallottole per il suo impegno antimafia.

Una terra in cui o si piega il capo o si lotta o si fugge. Una terra abbandonata a sé stessa da uno Stato troppe volte assente, se non connivente, in cui alla fine degli anni ’70 si sviluppò una generazione di giovani uomini che diedero vita al sogno di una primavera calabra di idee e rinascita.
Domenico Lucano è figlio di quegli anni e di quella terra. Poi il vento decise per lui e fece approdare una nave carica di un paio di centinaia di Curdi sulle spiagge di Riace. Fuggivano perché non avevano più una terra, tagliata con il machete dalla politica internazionale: il nord alla Turchia ed il Sud all’Iraq. Non avevano più una casa mentre a Riace le case c’erano: erano di quelli che erano per il mondo in cerca di una vita migliore e più giusta. Nacque così il cosiddetto “Modello Riace” esaltato e studiato da riviste e studiosi che approdarono lì da ogni dove.

Così, quella terra martoriata che invece ha le potenzialità per essere la più bella al mondo, per qualche anno lo divenne davvero. Le case disabitate, con il consenso dei proprietari all’estero, vennero ristrutturate e date a chi ne aveva bisogno. Il paese si ripopolò. L’asilo e le scuole, destinate alla chiusura, riaprirono con bambini italiani, curdi e di tutte le nazionalità possibili. Vennero assunte 14 maestre e 70 mediatori culturali. Si crearono cooperative miste, che miste non sono in quanto come ha detto il Vescovo di Asti, Mons. Marco Prastaro, veterano di Missioni in Africa, a Mimmo Lucano: “Il sangue degli uomini è uguale”.
Si riaprirono botteghe. Negozi. Si istituì addirittura una valuta che gli esercenti di Riace accettavano in attesa dei tempi biblici con cui lo Stato avrebbe versato i contributi previsti.

Ma, tutto questo era ed è pericoloso. Sia Desmond Morris nel suo “La scimmia nuda”, sia Elaine Morgan nel suo “L’origine della donna”, sia Jane Godall e tutti gli studiosi di primati, sono concordi nel dire che le scimmie si compattano e superano i loro individualismi solo quando arriva o potrebbe arrivare un nemico esterno. Gruppi di scimmie messe di fronte ad uno spaventapasseri a forma di leopardo, stanno vicine, cercano il contatto e si tengono per mano. Questo gli permette di sopravvivere nella savana. Questo ci ha permesso di sopravvivere nella savana e di diventare quello che siamo tutt’ora: un primate senza pelliccia ma con istinti così profondi che sfruttandoli si raggiunge sempre lo scopo. Che il nemico sia il leopardo oppure il “frocio, anarchico, negro, ebreo, comunista” come canta Francesco Guccini nella sua “L’avvelenata”, l’uomo tende a fare gruppo. A creare il branco che lo porta ad aggredire, o a fuggire assieme, per non essere ucciso.

Che il nemico sia vero o creato ad arte come negli esperimenti degli zoologi, sempre, si forma il branco. Ed il branco è feroce e non ha pietà, per necessità di sopravvivenza. Vera o presunta. Che sia stato creato con gommapiuma e colla come per il leopardo o che sia stato creato con inchiostro e carta come fece Goebbels con gli ebrei. Il  problema è che quando le scimmie scoprono che il leopardo è finto ed è di paglia, si disperdono e tornano a farsi gli affari loro. Mangiano, dormono, copulano, ragionano, vivono e lasciano vivere. Il problema per certi presunti leader è se qualcuno scopre che il leopardo è solo una messa in scena.
Domenico Lucano, stava facendo questo. Stava gridando: Ehi ragazzi, il leopardo è finto non c’è d’aver paura.

Così ebbero paura di lui: stava rovinando il giocattolo e iniziarono i problemi. Perché senza il branco rimangono gli uomini con la loro umanità. Da una parte e dall’altra. Uno tende la mano e all’altro viene naturale prenderla. Uno sta per affogare e cerchi di salvarlo: se non lo fai o sei malato o sei un assassino. In assenza di nemici, questo per le persone psichicamente sane, è la norma. E’ la spontaneità delle cose. La banalità delle cose. Lucano chiama il suo modello Riace la rivoluzione della normalità.

Tempo fa ebbi occasione di chiedere ad una coppia di anziani delle nostre parti, insigniti del prestigioso premio “Giusti fra le Nazioni” dallo stato di Israele per aver nascosto e salvato, a rischio della vita, una famiglia ebraica mentre la pazzia nazi-fascista impazzava in Europa, perché l’avessero fatto.
Erano stupiti della domanda, come Lucano, e mi risposero molto banalmente che era stato spontaneo per loro.
Naturale. Normale. Come Lucano.

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