Ripristinare la natura: giustizia ecologica e partecipazione

A cura di Jasmine La Morgia, referente Campagna NRL-Nature Restoration Law del Forum nazionale Salviamo il Paesaggio Difendiamo i Territori.

Un recente studio sul Regolamento europeo conferma le tesi di Salviamo il Paesaggio: il Piano nazionale di ripristino deve essere partecipato, trasparente e coerente con lo stop al consumo di suolo.
Il Regolamento europeo sul ripristino della natura — Regolamento UE 2024/1991 — introduce per la prima volta in Europa obblighi vincolanti per ripristinare ecosistemi degradati, habitat compromessi, corsi d’acqua alterati, suoli impoveriti, aree urbane prive di adeguate funzioni ecologiche, non più solo conservare ciò che resta...

Dentro la cornice generalista del regolamento europeo, Salviamo il Paesaggio pone da tempo una domanda di trasparenza perché il ripristino non è neutrale: chi decide cosa ripristinare, dove intervenire, con quali priorità, con quali dati, con quali risorse e con quale coinvolgimento dei territori?

Un recente lavoro dal titolo Striving for Just Ecological Restoration: A Critical Analysis of the EU Nature Restoration Regulation1, a firma di Eleonora Ciscato e Matilde Meertens analizza il Regolamento europeo attraverso la lente della giustizia ambientale ed ha il merito di evidenziare come il ripristino ecologico non sia neutrale.

Chi sostiene i costi del ripristino e chi ne riceve i benefici? Il tema della giustizia distributiva è centrale. Gli interventi di ripristino possono richiedere cambiamenti negli usi agricoli, nella gestione forestale, nelle attività economiche, nella pianificazione locale. Se questi cambiamenti non vengono accompagnati da strumenti adeguati, rischiano di essere percepiti come imposizioni e di produrre resistenze.

Quali soggetti vengono riconosciuti come portatori di conoscenze, diritti, interessi, esperienze? I territori non sono pagine bianche su cui applicare soluzioni standard. Sono luoghi abitati, attraversati da conflitti, memorie, pratiche, saperi locali. La conoscenza scientifica è indispensabile, ma non può cancellare la conoscenza civica e territoriale.

Chi partecipa alle decisioni e con quale reale capacità di incidere? Le autrici ricordano che la partecipazione non può ridursi a una consultazione formale. Un processo giusto richiede accesso alle informazioni, partecipazione effettiva e possibilità di controllo sulle decisioni assunte.

Questa indicazione rafforza in modo significativo le richieste avanzate da Salviamo il Paesaggio: il Piano nazionale di ripristino deve essere costruito con i territori, non semplicemente comunicato ai territori.

Ogni intervento di ripristino produce effetti: può migliorare la qualità dell’aria, ridurre il rischio idraulico, aumentare la biodiversità, restituire spazi verdi, rafforzare la resilienza climatica. Ma può anche generare conflitti, redistribuire costi e benefici in modo diseguale, escludere comunità locali, ignorare conoscenze territoriali, favorire gli attori più forti e lasciare ai margini cittadini, piccoli agricoltori, comitati, associazioni, comunità rurali.

Le autrici segnalano che il ripristino della natura può ridurre le disuguaglianze, ma può anche rafforzarle se viene imposto dall’alto, senza adeguate garanzie sociali, economiche e democratiche.

È esattamente il nodo che Salviamo il Paesaggio ha posto fin dall’avvio del confronto sul Piano nazionale di ripristino: non basta aprire una piattaforma, raccogliere contributi, dichiarare l’avvio di una consultazione. Occorre costruire un processo pubblico vero, comprensibile, accessibile, verificabile.

Il rischio di un Piano scritto dall’alto

Il Regolamento europeo lascia agli Stati membri un ampio margine nella definizione dei Piani nazionali di ripristino. Questa flessibilità può essere positiva, perché consente di adattare gli interventi alle diverse condizioni ecologiche e sociali dei territori. Ma può diventare anche un problema se non è accompagnata da regole chiare.

Lo studio segnala infatti un rischio preciso: in assenza di garanzie esplicite, i soggetti storicamente meno rappresentati — comunità rurali, piccoli proprietari, cittadini organizzati, comitati locali, realtà associative — possono restare ai margini, mentre le scelte vengono orientate dagli attori più forti sul piano economico, tecnico o politico.

È un rischio concreto anche nel caso italiano che abbiamo già visto delinearsi in Toscana.

Partecipazione non significa semplice consultazione

Una delle indicazioni più importanti che emerge dal lavoro è la critica alla debolezza delle garanzie partecipative che come Salviamo il Paesaggio abbiamo già evidenziato.

Il Regolamento contiene riferimenti alla partecipazione e al coinvolgimento degli stakeholder, ma molto dipenderà dalla qualità dell’attuazione nazionale. Lo studio sottolinea che l’accesso alle informazioni e la partecipazione sono presenti, mentre l’accesso alla giustizia resta l’aspetto più debole. Ciò rappresenta, secondo le autrici, un’occasione mancata per rafforzare l’effettività degli obblighi di ripristino.

Come Salviamo il Paesaggio avevamo segnalato che una consultazione è reale solo se:

  • avviene prima che le scelte siano già definite,
  • i cittadini possono conoscere i dati, le mappe, i criteri, le alternative;
  • le osservazioni ricevono una risposta motivata.
  • il contributo dei territori può modificare le decisioni.

Diversamente, la partecipazione diventa un rito formale: utile a legittimare decisioni già prese, ma incapace di costruire una vera responsabilità collettiva. E dunque la consultazione pubblica sul Piano Nazionale di Ripristino rappresenta il vero banco di prova.

Ripristinare significa anche smettere di distruggere

C’è poi una questione che Salviamo il Paesaggio considera imprescindibile: il ripristino della natura non può essere separato dall’arresto al consumo di suolo. Per questo il Piano nazionale di ripristino dovrebbe essere accompagnato dalla scelta politica di fermare l’utilizzo delle aree verdi libere.

La campagna #RipristiniamolaNatura

In questo quadro si inserisce la campagna promossa da Salviamo il Paesaggio, #RipristiniamolaNatura, nata per raccogliere dai territori segnalazioni di aree degradate, ecosistemi compromessi, corsi d’acqua alterati, spazi urbani da rinaturalizzare, ambiti agricoli e naturali da tutelare e ricostruire.

Questa campagna parte da un principio semplice: i cittadini non sono destinatari passivi delle politiche ambientali. Sono osservatori diretti dei territori, conoscono criticità, trasformazioni, abbandoni, danni, potenzialità. Possono contribuire a individuare luoghi prioritari di intervento e a segnalare incoerenze tra obiettivi europei e scelte locali.

Le segnalazioni raccolte non sostituiscono il lavoro scientifico e istituzionale. Lo integrano. Lo arricchiscono. Lo rendono più aderente alla realtà.

Ed è proprio questa la direzione indicata anche dal lavoro di Ciscato e Meertens: un ripristino ecologico giusto deve saper integrare conoscenza scientifica, giustizia sociale, saperi locali e partecipazione effettiva.

Le nostre richieste

Alla luce del Regolamento europeo e delle criticità evidenziate dallo studio, Salviamo il Paesaggio ritiene necessario che il percorso italiano per il Piano nazionale di ripristino garantisca almeno alcuni elementi essenziali.

Serve anzitutto la piena accessibilità dei dati: cartografie, criteri di individuazione delle aree, indicatori, basi conoscitive, stato degli habitat, priorità di intervento devono essere pubblici, comprensibili e riutilizzabili.

Serve poi una partecipazione strutturata e non episodica, con momenti nazionali, regionali e territoriali, capaci di coinvolgere non solo gli enti istituzionali e i portatori di interesse organizzati, ma anche associazioni, comitati, cittadini, comunità locali.

Serve una matrice pubblica delle osservazioni, che indichi quali contributi sono stati accolti, quali respinti e con quali motivazioni.

Serve il coordinamento con la pianificazione urbanistica, paesaggistica, agricola, forestale e di bacino, perché il ripristino non può vivere in un documento separato dalle politiche che ogni giorno trasformano il territorio.

Serve, infine, una moratoria sostanziale sul nuovo consumo di suolo nelle aree strategiche per la connettività ecologica, la sicurezza idraulica, il verde urbano, la rinaturalizzazione e il ripristino degli ecosistemi.

Una democrazia ecologica possibile

Il Regolamento europeo sul ripristino della natura può diventare una svolta. Ma non lo sarà automaticamente.

Può diventare un adempimento burocratico, costruito attraverso documenti tecnici, consultazioni deboli e scelte poco trasparenti. Oppure può diventare l’occasione per aprire una nuova stagione di democrazia ecologica, in cui i territori partecipano alla definizione delle priorità ambientali e contribuiscono alla ricostruzione delle condizioni di vita comuni.

Lo studio di Ciscato e Meertens ci ricorda che il ripristino della natura non riguarda solo gli ecosistemi. Riguarda il modo in cui decidiamo il futuro dei territori. Riguarda la distribuzione dei costi e dei benefici. Riguarda il riconoscimento delle comunità locali. Riguarda la qualità della partecipazione democratica.

Per questo Salviamo il Paesaggio continuerà a chiedere che il Piano nazionale di ripristino della natura non sia calato dall’alto, ma sia un processo aperto, trasparente, fondato sui dati, sulla partecipazione e sulla coerenza delle politiche pubbliche.

Ripristinare la natura implica ripristinare anche il rapporto tra istituzioni, territori e cittadini.

  1. Transnational Environmental Law (2026) 1–23 ↩︎

Aggiungi commento

Invia
Altritasti Periodico on line dell'Associazione di Promozione Sociale Altritasti - via Carducci 22 - 14100 Asti - C.F. 92060280051
Registrazione: Tribunale di Asti n. 7/2011 del 28.10.2011 - Direttore Responsabile: Alessandro Mortarino