
di Andrea Degl'Innocenti.
Si chiama Economia in Comune ed è nato all’interno di Ultima Generazione. L’idea di base è: persone che non vivono assieme ma che condividono tutte le entrate e tutte le spese sulla base della fiducia reciproca...
Mizi, Aldo, Daniele e Federica non vivono assieme, non fanno parte della stessa famiglia, né hanno legami di sangue. Anzi, hanno età e vite piuttosto diverse. Eppure ogni mese condividono i loro stipendi, le loro spese e considerando i loro soldi come soldi di tutti e quattro. È un esperimento nato all’interno di Ultima Generazione, il movimento di disobbedienza civile nonviolenta nato per agire contro la crisi climatica di cui i quattro fanno parte. Si chiama – l’esperimento – Economia in Comune e consiste proprio nel mettere insieme entrate e spese, gestendole come un unico fondo collettivo. «I soldi che guadagniamo ogni mese e che spendiamo ogni mese sono soldi di tutti», spiega Aldo, 44 anni, attivista e formatore in comunicazione nonviolenta.
Da anni Ultima Generazione porta avanti una rete di mutuo aiuto, della quale questo progetto fa parte. L’ispirazione è arrivata da un’esperienza già consolidata in Germania: la Gemeinsame Ökonomie, letteralmente “economia comune”, che conta decine di gruppi diffusi in tutto il Paese. «Abbiamo fatto alcune call con Dennis, un ragazzo tedesco che ha aiutato molti gruppi a partire – racconta Daniele, 59enne attivista che vive a Milano, anche lui formatore sulla gestione dei conflitti e sulla nonviolenza. Più che spiegarci regole ci faceva domande, ci aiutava a riflettere sul nostro vissuto e sul rapporto che abbiamo con il denaro».
Una scelta di condivisione radicale
Il meccanismo è tanto semplice quanto potenzialmente rivoluzionario. I quattro membri di Economia in Comune hanno deciso che tutti i guadagni e le spese correnti sarebbero stati condivisi, mentre i risparmi accumulati in passato sarebbero rimasti personali. «Avevamo situazioni di partenza molto diverse – racconta Aldo –, c’era chi aveva una vita di risparmi e chi invece non aveva nulla. Così abbiamo deciso che quei soldi restavano personali, mentre tutto ciò che entra o esce ogni mese lo consideriamo comune».
Ciò che distingue Economia in Comune da altre iniziative di condivisione finanziaria, piuttosto diffusi in esperienze di coabitazione o comunità intenzionali, è che si tratta di quattro persone che non vivono assieme. Ciascuno continua a vivere nella propria casa, non esiste nemmeno un conto bancario collettivo. Ognuno mantiene la propria indipendenza e il proprio conto, ma il denaro è percepito come appartenente a tutti.
«Abbiamo scelto di farlo nel modo più informale possibile», spiega Mizi, attivista e ricercatrice universitaria marchigiana prossima alla pensione. «Se mi servono soldi per qualcosa, scrivo nel gruppo Telegram e chiedo: “C’è qualcuno che può girarmeli o pagare per me?”. E lo risolviamo così, in modo semplice, basato sulla fiducia. All’inizio ci chiedevamo se fosse il caso di aprire un conto comune, fissare delle regole, verificare tutto. Poi ci siamo detti che qualunque sistema, se manca la fiducia, non funziona. La cosa importante è costruirla e mantenerla viva».
L’accordo di fondo è che nessuno deve giustificare le proprie spese, ma tutti devono essere trasparenti. Se qualcuno ha bisogno, chiede. Se qualcuno può, aiuta. «Nonostante fossi in difficoltà economiche, grazie al gruppo ho potuto pagarmi una formazione a Firenze che da solo non avrei potuto permettermi», racconta Daniele. «Costa 1.500 euro, era al di fuori della mia portata, ma mi servirà per trovare un lavoro migliore. Il gruppo mi ha dato la possibilità di farlo».
La fiducia reciproca gioca un ruolo centrale. «Siamo partiti da una base già forte – spiega Aldo – perché ci conosciamo da anni come attivisti, abbiamo condiviso azioni, rischi legali, momenti difficili. È come se quella fiducia conquistata nelle strade ora la stessimo portando nella sfera economica».
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