
Riceviamo queste considerazioni da Gianni Gatti e volentieri pubblichiamo: sintetizza mille argomenti che appartengono da sempre al "cuore" del nostro piccolo lavoro informativo e conclude non con un'affermazione perentoria ma con un invito: confrontiamoci. Perché troppo spesso, nell'era dell'iper-comunicazione, il confronto finisce offuscato da sbandierate certezze: foglie al vento che vorremmo osservare, discutere, approfondire. Confrontare, appunto...
Quello che mi pare davvero un punto evidente nello scenario globale fra guerre e mercato è che l’elemento dominante della narrazione è la continua, implacabile distanza fra politica, economia produttiva e società reale.
Il potere statale delle istituzioni, le direttive confindustriali e l’amministrazione locale, regionale e nazionale funzionano come auto a guida autonoma. Nessuno si preoccupa di interpellare o dialogare almeno con la popolazione sui fatti e le necessità, la democrazia dis-applicata è un metodo certificato e accettato dai media; per capire se la direzione è giusta o meno e scendendo nel particolare, mi pare che neanche i partiti istituzionali, da tempo, dialogano all’interno dei loro eletti, ma molto poco con i loro stessi elettori.
Le imprese se decidono di ristrutturare, di dislocare, di chiudere un sito produttivo lo fanno in base all’analisi interna di convenienza e così spesso escludono gli stessi sindacati che in passato sono serviti a fare da ponte fra gli obiettivi aziendali e le necessità territoriali dei lavoratori.
Tra l’altro, dopo che per anni la struttura industriale - ovunque in Italia - ha creato situazioni nocive e dannose in mille casi estraendo profitto da quel lavoro: dall’amianto di Casale, alla Ferrania di Cairo, alla terra dei fuochi e di Bagnoli con l’Italsider, alla Ilva di Taranto, alla Milteni di Brescia o alla Solvay di Spinetta Marengo (ancora oggi attiva e nociva), ecc, ecc.
L’agricoltura non è un comparto separato, ma risente di autorizzazioni a inquinare e ad usare acqua (anche se scarseggia per cambiamento climatico), dal glifosato alle sementi OGM. (Persino i legni da riscaldamento, ridotti in pellet, presi dalle foreste intorno a Chernobyl per riscaldarci, ci hanno venduto...).
Non parliamo poi delle autorizzazioni ad importare grano inquinato per produrre pane e pasta da luoghi dove la tempistica e l’efficienza a produrre non hanno limiti, finendo sulle nostre tavole e facendoci ammalare.
Lo stesso spregiudicato atteggiamento verso le Big Farma, che hanno via libera grazie ai loro lobbisti ben pagati a Bruxelles a cui sono state consegnate le nostre vite con cure che molti oggi non possono più permettersi e di cui, salvo qualche inchiesta che fa folklore in tv, non c’è conoscenza.
Lo chiarisce la logica del PNIEC sull’energia: ancora oggi la risorsa maggiore in Italia rimane l’industria fossile dove anche le poche installazioni di energia sostenibile sono comunque di proprietà di grandi aziende che applicano prezzi di mercato senza nessun vantaggio per i cittadini.
Ora le leggi repressive, giuridicamente e anche solo amministrative peggiorate nel tempo a livello nazionale, sono ostaggio di una situazione incontrollata a livello globale, di una compartecipazione colpevole di una sinistra con sogni di potenza militare, di una follia armaiola guidata da Israele e dagli USA, assecondata dalla EU e resa necessaria da un potere che decide e nasconde.
Quella della Unione Europea, che doveva essere un “convivio collettivo”, è ormai una distribuzione di regole e soldi (per lo più a debito) che militarizzano, riconvertono una produttività in crisi con armi, costringono a tagliare lavoro con I.A., a precarizzare la vita tagliando risorse destinate al welfare sociale, eliminando parte dei servizi pubblici, della salute e dell’ambiente dentro un processo a sfondo unico che dipende da finanza e obiettivi economici.
Fin qui ho descritto molto sinteticamente elementi, fatti concreti alla portata di chiunque non viva chiuso in casa e viene da considerare: allora quale soluzione abbiamo?
Lascio a chi ha commenti, proposte o semplici idee da mettere in circolo, l’onere di continuare a provare di concludere un cerchio interrotto. Di azioni e opposizione allo stato delle cose presenti ce ne sono molte, ma confuse e scollegate o minoritarie senza obiettivi comuni.
Può esserlo la semplice solidarietà necessaria alla Palestina? Però con ormai molti popoli oppressi che necessitano, se non torniamo ad interrompere il circuito di questo capitalismo nostrano non c’è neppure una possibilità reale di aiuto extranazionale.
Invito a confrontarsi!
Gianni Gatti

