Anche ad Asti la calata dell'agrivoltaico

di Mario Malandrone, consigliere di minoranza nel Comune di Asti.

Credo nelle energie rinnovabili. Credo nella necessità urgente di cambiare modello energetico, di ridurre le emissioni e di investire con decisione in un futuro più pulito. Ma credo anche che la transizione ecologica non possa essere cieca, né affidata alla somma di singole iniziative private, su cui un ente locale non può pianificare. La transizione, per essere davvero sostenibile, deve essere guidata, pianificata e governata...

C’è un’area che molti non conoscono, o che attraversano senza davvero vederla. Non è Viatosto, non è trendy, ma è un enorme polmone verde alle spalle di Canova e Palucco.
Un grande prato verde che parte da Asti, poco dopo la piscina Lido, e si estende lungo il Borbore, seguendo il suo corso lento, fino a Revignano, poi a Vaglierano e oltre. Un nastro continuo di campagna aperta che resiste ai margini della città senza mai diventare periferia, senza spezzarsi, senza perdere identità.

È un paesaggio discreto, che non si impone ma accompagna. Un territorio che non chiede attenzione e proprio per questo rischia di essere dato per scontato. Eppure svolge una funzione essenziale: assorbe, respira, collega. È un corridoio verde che tiene insieme Asti, la valle del Borbore e le colline circostanti, garantendo continuità ecologica, leggibilità del paesaggio e qualità ambientale.

Questo territorio è parte della piana del Borbore, un’area storicamente alluvionabile, fragile e preziosa. Qui il suolo non è una semplice superficie agricola, ma una vera e propria infrastruttura naturale. In un’epoca segnata da eventi climatici sempre più estremi, questi spazi aperti non sono “aree libere”, ma territori che svolgono già una funzione pubblica fondamentale.

C’è poi un dato semplice, spesso dimenticato: questo luogo è sempre stato un prato o un seminativo.
Terra semplice, leggibile, senza sovrastrutture, senza forzature. Un’agricoltura sobria, coerente con la fragilità del territorio, che ha mantenuto nel tempo il proprio equilibrio proprio perché non ha mai cercato di diventare altro.
Oggi, improvvisamente, si parla di Agrivoltaico, pali e pannelli frammisti ad agricoltura, su due ettari nella valle.
Oggi, improvvisamente, si parla della realizzazione di arnie, di noccioleti, di agricoltura “innovativa”, accompagnata da impianti fotovoltaici. Tutto insieme. Tutto nello stesso luogo. Come se bastasse sommare parole giuste per rendere naturale una trasformazione che naturale non è.

Le arnie non cancellano i pali.
I noccioleti non cancellano i moduli.
E su quell'area non vi è stata, per almeno 50 anni, nessuna azienda agricola.
E l’agricoltura evocata oggi appare spesso funzionale a rendere accettabile un’infrastruttura energetica, non a valorizzare una reale vocazione del suolo.

Nel progetto che ho potuto visionare non nel dettaglio e di cui ho fatto accesso agli atti come Consigliere, si parla di mitigazione, certo si per chi ci passerà a fianco. Per gli abitanti la sommità della frazione e che lo vedono sarà difficile mitigare.
In quest’area vivono persone. Famiglie, affittuari che hanno scelto consapevolmente questo luogo per la sua quiete e per l’assenza di infrastrutture invasive, neoproprietari che hanno investito in un’idea di vita legata alla campagna aperta. È presente anche una casa di riposo, luogo di cura e fragilità, dove il paesaggio non è un elemento decorativo, ma parte del benessere quotidiano. Per chi vive e per chi invecchia, guardare un campo non è la stessa cosa che guardare una struttura.

E qui emerge il nodo vero.
I Comuni, oggi, non pianificano davvero, mi dicono "non possiamo" (!!!) e abbiamo molte richieste nei posti più disparati. Nella maggior parte dei casi si limitano a chiedere documentazione, a verificare la conformità formale, senza avere strumenti reali per governare il processo. La questione energetica diventa prioritaria e totalizzante: se è energia, se è agrivoltaico, se è una CER, allora tutto il resto passa in secondo piano. Paesaggio, impatto, contesto, persone: ciao riflessioni!

C’è poi un aspetto tecnico che pesa come un macigno: sotto i 2 ettari, certi impianti non stanno in piedi economicamente. Se non fai almeno un certo “taglio”, il megawatt non lo fai. E la fortuna è la parcellizzazione del territorio, o la qualità di vita di chi ci vive. Perchè se vai a vedere chi cede (vende o affitta) i terreni o si imbarca nell'idea di una cessione, sono sempre persone che non vivono vicino ai terreni, li hanno ereditati e qualche migliaio di euro sarà più dei 50 euro che gli dà l'affittuario che coltiva il campo. Questo spinge inevitabilmente a occupare superfici sempre più grandi, a cercare campi continui, aperti, “facili”. Ed è qui che nasce una vera e propria corsa a piazzarsi, alimentata anche dalle scadenze del PNRR: giugno 2026 incombe e la logica diventa quella del “chi arriva prima”.

Questo significa una cosa molto semplice: non sarà solo questo luogo.
Oggi tocca qui, domani altrove. E ogni volta diremo: “ma è assurdo”. Ma sarà già successo.

Si parla anche di Comunità Energetiche Rinnovabili. Il tema è interessante, importante e merita attenzione. Ma dal romanticismo alla realtà il passo è breve: non è affatto automatico che la comunità locale ne tragga un vantaggio reale.

C’è infine un tema che raramente viene detto apertamente: il valore degli immobili.
Chi vive qui, chi possiede casa, chi affitta, subirà un danno. Questa frazione mantiene oggi valori immobiliari dignitosi — nonostante la presenza della Statale 10 — proprio perché è ben collegata ad Asti, perché ha servizi, ma soprattutto perché alle spalle ha un’enorme area agricola aperta, un paesaggio invidiabile, una qualità ambientale rara. Alterare questo equilibrio significa colpire direttamente il patrimonio di chi ha scelto di vivere qui, spesso investendo i risparmi di una vita.

Per molti di noi, quella valle è il posto dei giochi: il campo è le corse da bambini, il Borbore nostro Missisipi, per chi ci vive è un paesaggio intonso da guardare aprendo la finestra mentre si fa colazione o, a sera, la passeggiata col cane, con la moglie o i figli.
Tutto ciò quanto vale rispetto a una rendita energetica?

E, paradossale, non c'è certo una discusssione su chi abita una zona sul dove piazzare fotovoltaico, sarebbe stata auspicabile, sarebbe auspicabile.
Il problema, quindi, non è solo questo progetto. È il metodo.

È compito dell’ente locale pianificare, dire dove sì e dove no, proteggere i corridoi verdi, tutelare i territori fragili, governare la transizione invece di subirla.
Eppure non può farlo, la legge nazionale è sovraordinata, la Regione confusa.
Senza una visione pubblica, il rischio è una somma di interventi disordinati che, uno alla volta, consumano suolo agricolo e fiducia delle comunità.

Io, sostenitore delle rinnovabili da sempre, dico no a questo modo di piazzare impianti e a questa totale liberalizzazione.
Perchè sul nostro territorio esistono aree agricole meno interessanti paesaggisticamente, degradate, nascoste, lontane dove si può fare agrivoltaico. Ed esistono aree industriali, periurbane degradate dove fare fotovoltaico.

Dire no qui non significa dire no alle rinnovabili.
Significa chiedere una transizione ecologica più intelligente, che parta da tetti, capannoni, aree industriali e superfici già impermeabilizzate, senza continuare a sacrificare campi che svolgono già una funzione ambientale, agricola e sociale.

Il progresso non è occupare ogni spazio disponibile.
Il progresso è scegliere, pianificare, tutelare.
Per questo credo nelle rinnovabili, ma non qui.
E credo che la responsabilità di decidere dove intervenire debba appartenere alle istituzioni, prima che sia troppo tardi.

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