Case popolari ad Asti: bene, ma non benissimo...

A cura del Coordinamento Asti Est.

Abbiamo letto, sui media locali, le dichiarazioni del Presidente ATC Piemontesud, Dott. Prunotto, relative al bilancio dell’anno di attività recentemente concluso nonché le notizie fornite dall’Amministrazione Comunale di Asti circa una nuova iniziativa definita come “Solidarietà a domicilio”...

Innanzitutto le dichiarazioni dalla dirigenza ATC.
Molti numeri, che aiutano indubbiamente ad avere un quadro più chiaro della situazione delle Case Popolari ad Asti, ma pochi numeri per ciò che riguarda la garanzia del diritto all’abitare. Dei 15 alloggi da riattare perché non assegnabili, ad esempio, non ci è dato sapere quali sono i tempi previsti per la loro rimessa in funzione. Non sappiamo neanche quanti alloggi liberi, ad oggi, siano pronti per essere assegnati, visto che a breve (quando?) la commissione si appresterà a pubblicare la graduatoria relativa al bando per le case popolari che si è chiuso nel 2025. Queste cose Prunotto non ce le comunica. Percepiamo dalle sue dichiarazioni, invece, che l’ATC Piemontesud  si muove nella direzione in cui tirano i finanziamenti.
 
Qualche numero lo diamo noi.
Nel novero degli alloggi da riattare e rimettere a disposizione dell’utenza non vengono considerati i 30 (e più) alloggi abortiti in Via Ungaretti, di cui continuiamo a vedere gli scheletri inutili, mentre apprendiamo con dispiacere dell’ennesima cessione al mercato degli alloggi (quanti?) in condomini misti – ricordandoci che sono misti perché messi già in vendita negli anni passati proprio dall’ATC.
Un impoverimento dell’offerta abitativa, insomma, a fronte delle più di 750 domande di casa popolare stimate nel 2025 e le più di 93 famiglie in emergenza abitativa (dati 2024 – fonte: Servizi Sociali Comune di Asti).
In Italia si contano 3,8 alloggi popolari ogni 100 abitanti, mentre in Piemonte l’offerta abitativa ERP incide per il 3,4 % rispetto alla popolazione residente. Ad Asti si scende al 3,2%. Considerando che, a confronto con gli altri paesi d’Europa, il nostro paese rappresenta il famoso “fanalino di coda”, attestandosi agli ultimi posti insieme a Germania, Spagna e Portogallo (che però godono di altre politiche di welfare dell’abitare) e che, ad oggi, Asti è ancor più sotto la media del resto d’Italia; considerando, inoltre, che Asti ha una economia produttiva “congelata” dall’assenza di politiche economiche territoriali che incidano sul benessere dei cittadini;  considerando, infine, che il mercato delle locazioni è sempre meno accessibile alle persone con redditi medi e medio-bassi, comunicare che l’intento dell’ATC è quello di cedere parte del patrimonio residenziale è percepibile al pari di un cazzotto sul muso.
Ed è pure un approccio cieco.
Riducendo l’offerta in termini quantitativi, essa si rivolge in modo sempre più esclusivo ai redditi bassissimi, nei confronti dei quali i canoni di affitto attribuibili sono cifre bassissime, quasi simboliche. Se si aumentasse in modo significativo (partendo dagli immobili vuoti) il parco alloggi dell’ATC, avrebbero possibilità di accedere all’edilizia pubblica pure quei nuclei di fascia media, i quali potrebbero pagare un affitto - seppur calmierato - che permetta all’ente di mantenere agevolmente la struttura.

Morosità e utenze.
Bene l’app che aiuta gli inquilini. Benissimo il multilinguismo nelle comunicazioni ufficiali. Bene anche il supporto agli inquilini nei lavori di manutenzione degli spazi comuni (come abbiamo già avuto modo di dire). Quello che non va bene è continuare la cantilena che queste iniziative vadano a favorire il risparmio delle spese condominiali. Nella nostra ricerca fra le case popolari di Asti abbiamo potuto toccare con mano che laddove le spese condominiali sono più alte, paradossalmente, gli spazi comuni e la manutenzione sono al di sotto di ogni limite di soglia. Le spese condominiali non sono alte perché ci sono molti lavori di manutenzione di competenza degli amministratori. Le spese condominiali sono alte e i lavori non vengono eseguiti. Inoltre, torniamo a ripetere, il disagio delle case popolari oggi non riguarda gli interventi di piccola manutenzione, ma quelli di manutenzione straordinaria che gli amministratori non fanno.
Come abbiamo già avuto modo di dire in diversi contesti, le spese condominiali in alcuni conglomerati di ERP equivalgono o addirittura superano quelle che troviamo nel mercato delle locazioni. Altro paradosso: ottengo una casa popolare per le mie condizioni economiche, pago un affitto calmierato, in relazione a quella che è la mia reale capacità di spesa, e poi vengo strangolato dalle spese condominiali. Altro paradosso: non riesco a pagare le spese condominiali per via del costo eccessivo, accedo al Fondo sociale regionale che certifica la mia morosità incolpevole e la Regione copre il mio disavanzo utilizzando i fondi pubblici a disposizione. L’amministratore di condominio non ci perde mai. Chi ci perde sono, invece, la collettività e gli assegnatari.

Per venire invece all’Amministrazione Comunale, non si può che apprezzare il progetto di portierato sociale, che si andrà a sperimentare in tre insediamenti di case popolari. Più volte, nel recente passato, avevamo chiesto la presenza di un presidio sociale a supporto di famiglie/persone con fragilità di salute o di condizione personale. I problemi vanno presi in carico da chi ne ha la competenza e non scaricati sui vicini di casa. Però, per essere effettivo, il presidio non può limitarsi a poche ore una volta alla settimana, altrimenti diventa simbolico. E deve vedere la presenza di più operatori, per coprire le esigenze sul lato sanitario come su quello socio-assistenziale. Ci auguriamo che sia solo un inizio.

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