
di Luis Cabasés.
A Monteu Roero sono stati annientati castagni antichi. Non soltanto alberi: simboli di territorio, sentinelle della memoria, vene vive della terra roerina. Tronchi che avevano visto stagioni, grandinate, mani contadine e generazioni passare sotto la loro ombra. Quando cade un castagno nel Roero non si perde solo legno: si incrina un pezzo di paesaggio emotivo, una geografia dell’anima che tiene insieme terra e appartenenza.
E quel rumore non resta confinato a Monteu. Rimbalza altrove. Nei pioppi abbattuti, nelle siepi cancellate, nei boschetti sacrificati tra le sterminate pianure fatte di muri di mais, come accade a Ceresole...
Per cosa? Due filari in più di granturco.
Ma quei “semplici boschetti” non sono ingombri agricoli. Sono piccoli continenti della vita. Case senza mura dove abitano leprotti, ricci, tassi, caprioli, insetti impollinatori, nidi invisibili e ombre necessarie. Sono corridoi verdi che tengono insieme un ecosistema fragile, cuciture di biodiversità in una pianura che rischia di diventare solo produzione e geometria.
La legittimità ostentata, spesso, cozza contro la logica più semplice: ciò che è consentito non coincide automaticamente con ciò che è giusto.
Il punto non è dichiarare guerra all’agricoltura o a chi lavora la terra. Al contrario. È chiedersi quale terra vogliamo ancora chiamare nostra. Una campagna che produce soltanto o una campagna che vive? Perché quando sparisce un boschetto non cade soltanto qualche pianta: si sfilaccia un equilibrio antico, si impoverisce una memoria collettiva, si restringe il futuro.
E mentre si parla di numeri, allevamenti e crescita, troppo spesso chi amministra preferisce non sporcarsi le mani con parole limpide in difesa della biodiversità. Prudenza? Convenienza? Timore di disturbare equilibri consolidati?
La natura però non vota, non fa conferenze stampa e non presenta interrogazioni. Ha bisogno di chi parli per lei.
Per questo, davanti a certi scempi, diventare disobbedienti non significa essere fanatici. Significa restare fedeli. Fedeli a un’idea di paesaggio che non sia soltanto fabbrica agricola a cielo aperto ma organismo vivo, dove il vento trovi ancora un filare in cui fermarsi e un riccio non diventi un ricordo raccontato ai bambini.
Difendere un castagno del Roero o un boschetto di pianura non è sentimentalismo da cartolina.
È cultura della terra.
È responsabilità.
Ed è, forse, una delle forme più concrete d’amore civile rimaste.