Rifiuti: ragioniamo sui dati di fatto

di Massimiliano Bosco, ingegnere e curatore scientifico dei lavori del coordinamento comitati Val Tiglione e Via Fulvia.
ImageVorrei sfatare il luogo comune su comitati ambientalisti, che, per molti, sorgono per dire “no” alla discarica, all’inceneritore o altro. Questi schemi non ci appartengono: basta leggere i nostri contributi su energia e rifiuti. Ridurre il problema alla sola scelta della tecnica di smaltimento è controproducente: perché non si ragiona sui dati di fatto? Perché non si parla di tonnellate/anno?

Quanti sanno che l’inceneritore di Vienna tratta solo il 12% dei rifiuti prodotti, perché tutto il resto è recuperato e riciclato e, comunque, si bruciano 250.000 tonnellate all'anno per un bacino più grande dell’intero ATO1 ?

Se applicassimo lo stesso criterio di raccolta e recupero nella nostra provincia, dove produciamo annualmente 91.000 tonnellate (dati 2006), il residuo ammonterebbe a meno di 11.000 tonnellate/anno, del tutto insufficienti per giustificare un forno dedicato che costa 250 milioni di euro ed è economicamente sostenibile solo se tratta almeno 200.000 tonnellate/anno.

Questi numeri sono la base del ragionamento che vede unire le province piemontesi, eccetto Torino e Cuneo che fanno da sé, nel futuro ATO2, dove nel 2006 si sono prodotte 783.000 tonnellate complessive e dove un utopico residuale calcolato sul modello viennese (12%) ammonterebbe comunque a circa 94.000 tonnellate. Come dire che se tutti i comuni dell’ATO2 raggiungessero Vienna (o più semplicemente Villafranca con l’85% di Raccolta Differenziata del 2004), non converrebbe costruire alcun forno. Perciò si dovrebbe ridurre, riutilizzare, riciclare, recuperare e solo in ultimo smaltire, non solo per le prestazioni ambientali, ma anche per i costi. Se lo smaltimento fosse ritenuto un costo, sarebbe naturale minimizzarlo, facendo tendere a zero il residuale e i relativi oneri di trattamento.

Qualche esempio: se l’organico può essere trattato a 70 euro/tonnellata, perché spenderne 130 per incenerire tutto, con l’ovvia considerazione che si paga per bruciare dell’acqua? E la discarica di servizio dell’inceneritore? Per il suo proponente, bruciare è un’opportunità: noi proponiamo un confronto con le tecnologie concorrenti. Su una nota rivista scientifica italiana ho trovato i numeri della discarica del Gush Dan, la regione israeliana che comprende Tel Aviv e le sue 17 municipalità, per un totale di tre milioni di abitanti. Riceve 2700 tonnellate al giorno. Là si separa e ricicla tutto: plastica, legno, metalli, organico, mediante trattamento meccanico e biologico (TMB). In pratica, una vasca gigantesca fa galleggiare la frazione leggera, mentre quella pesante va a fondo; si eliminano le sostanze inorganiche e alla fine resta la materia prima per il trattamento biologico, da cui ottengono acqua, metano e compost. La produzione di biogas sostiene una turbina da 1,5 Megawatt!
Colpisce, di questo impianto, l’assenza dell’incenerimento: a onor del vero c’è un’unità pilota di gassificazione, che produce syngas, ma è sperimentale e rigorosamente a ciclo chiuso! Ma perché non bruciano? Semplicemente perché costa troppo: nessuna delle dotazioni impiantistiche nominate raggiunge i 250 milioni di euro necessari per il forno.

Si dice che siamo contro il recupero energetico: nulla di più falso. E il riciclaggio della plastica? Se la bruciamo in un forno risparmiamo combustibili fossili, ma il risparmio è di gran lunga superiore se non dobbiamo fabbricarne (col petrolio) della nuova per rimpiazzare quella bruciata.
Per recuperare energia non occorre usare il rifiuto come combustibile: basta non consumarne altra per rimpiazzare i beni di cui ci si disfa impropriamente.
E la digestione anaerobica dell’organico con produzione di biogas? Per rendersi conto di quanto sia importante, è sufficiente visitare una discarica alla fine del ciclo di vita: tutte le discariche producono biogas, che per legge deve essere bruciato con una fiaccola, perché il metano che lo compone è un gas climalterante ad impatto ben più elevato della CO2.
Ma allora è demenziale non sfruttare l’energia altrimenti dispersa dalla fiaccola.
Da un calcolo approssimato si può stimare che unendo la frazione organica prodotta nell’astigiano coi fanghi di depurazione e altri residui, la potenza ottenibile sia di tutto rispetto e il prodotto finale sia un valido ammendante, a patto che siano garantiti controlli adeguati dei materiali in ingresso. Inoltre la diversa composizione degli scarti di cucina (contenenti molte proteine) e dei rifiuti da giardino (dove prevale la cellulosa), permetterebbe di avviare due filiere per alimentare biodigestione e compostaggio, con vantaggi reciproci per i due processi.
Di certo varrebbe la pena  fare due calcoli.

Come arrivarci? Si potrebbe iniziare dalla raccolta porta a porta, in grado di garantire alte percentuali di Raccolta Differenziata, responsabilizzare il singolo soggetto con dei meccanismi a codice a barre, in modo da scoraggiare gli abusi e far pagare di meno chi produce meno rifiuto, anche prevedendo le indispensabili correzioni per chi è in difficoltà.
Poi potremmo potenziare con le eco stazioni il recupero di materia e degli oggetti usati.
Quindi potenziare il compostaggio domestico ovunque possibile, perché è una politica di riduzione a basso costo e molto efficace. Contemporaneamente si dovrebbe ragionare sull’impiantistica, conti alla mano e senza confidare troppo negli incentivi come il Cip6, che comunque paghiamo di tasca nostra.
Infine, mettere mano alla composizione merceologica della frazione residuale, in modo che emergano gli errori di progettazione dei tanti oggetti che acquistiamo, per potervi rimediare correggendo alcune abitudini di acquisto.

Spero che questo breve ragionamento sia stato utile per dimostrare che affrontare il problema dei rifiuti non vuol dire solo pensare a discariche, a impianti di incenerimento e/o di coincenerimento.
Vogliamo dunque parlare del ciclo completo dei materiali post consumo, evitando di cominciare dal fondo ?

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