Gli Stati Generali del Paesaggio a Rocca d'Arazzo

di Massimiliano Bosco, curatore scientifico dei lavori del coordinamento comitati Val Tiglione e Via Fulvia.
ImageProcedono a ritmo serrato gli incontri sul territorio (promossi dall'Osservatorio del Paesaggio per il Monferrato e l'Astigiano, dal Comitato G.E.A. di Rocca d'Arazzo e dal coordinamento dei Comitati della Val Tiglione e della Via Fulvia) per costruire una condivisa mappatura del paesaggio locale e contribuire alla stesura del Piano Paesaggistico Regionale. Nell'ultimo incontro dello scorso 10 Maggio, si è a lungo discusso di “Democrazia Partecipata”, un tema a noi molto caro poiché riteniamo che il futuro delle nostre società debba necessariamente passare da un diverso ruolo ed impegno (ascoltato ...) di qualsiasi cittadino alla gestione della “cosa pubblica” ... Questa settimana, proponiamo ai lettori di AltritAsti una sintesi dell'intervento dell'ingegner Bosco, sul tema della gestione della risorsa boschiva locale (e non solo).

Lo sviluppo sostenibile è un concetto che va localizzato territorialmente, per poter essere concretamente perseguito, poichè le capacità di carico variano e variano anche le potenzialità di ogni paese (Bresso, [1]). Fortezza fino al 600, dei cui bastioni restano le tracce, ideale per avvistare il nemico, grazie alla posizione che domina la valle del Tanaro, Rocca d’Arazzo vanta un’area boscata che copre quasi metà dei suoi 12,8Km² di superficie, il cui valore è noto da quasi mille anni, se nel 1041, Enrico III concedeva i diritti sulla Rocca al Vescovo di Asti, specificando “cum capellis et silvis”. Proprio su queste due ultime classi di beni si concentrerà il ns. contributo, in quanto si vuole dimostrare, pur in estrema sintesi, che la più importante ricchezza del ns. paese risiede nell’architettura e nei boschi e, soprattutto, nella nostra capacità di valorizzare i medesimi. La qualità del paesaggio cambia l’economia e a sua volta ne è modificata in funzione della nostra percezione del territorio rocchese, comportandosi come uno specchio che riflette la bontà delle nostre scelte, ripagandoci quando queste sono oculate e danneggiandoci irrimediabilmente se errate.

Con un approccio a prima vista un po’ provocatorio potremmo anche chiamarla una “speculazione edilizia”, citando un’esternalità triviale, ma chiarificatrice. La stanza d’albergo con vista sul bosco è più ricercata di quella con vista sul parcheggio e delle case in vendita l’aggettivo “immerso nel verde” è un valore aggiunto, poco importa se poi si tratta di un’aiuola. Il giardino visibile dalla finestra del mio studio di Torino conta non più di venticinque platani, ma alla prima occasione si popola di famiglie con bambini e animali al seguito, lasciando intendere che il contatto con la natura sia un bene primario.

Ma è corretto dare un valore economico alla natura e in particolare al paesaggio? Una valutazione economica non può sostituire considerazioni di etica sociale o individuale, ma può essere d’aiuto nelle scelte politiche ambientali e forestali e ribadire con forza il concetto che alcune osservazioni, a prima vista leggibili come pure rivendicazioni di un comitato ambientalista, si rivelano economicamente vantaggiose per tutti nel lungo periodo. L’esempio della casa nel bosco introduce il problema, ma è riduttivo perché ci fa pensare al bosco come un servizio accessorio (la vista) per aumentare il valore di un bene primario (la casa): occorre allargare la prospettiva e confrontare due scenari con un’analisi quantitativa. Tra gli esempi più frequenti di valorizzazione delle aree boscate sono stati scelti due estremi, tra i quali sono possibili numerose soluzioni intermedie.

Il primo riguarda il bosco come fonte di energia rinnovabile. Dai dati IPLA [2] ricaviamo che in media i boschi astigiani sono per il 63% robinia, per il 20% querceti e ostrieti e per l’8% castagneti. La robinia è attraente per la paleria e la produzione di energia. Calcolando una media, senz’altro migliorabile con valutazioni e studi puntuali, se la robinia occupa il 60% circa dei 500 ettari dei boschi rocchesi, vi sono circa 300 ettari potenziali per la gestione forestale a scopi energetici, la quale produce in media 4,8m³ di biomassa legnosa all’anno per ettaro. In tutto sono 1440 m³/anno. L’energia ottenibile varia in base all’impianto di produzione e al potere calorifico del combustibile (Bridgewater [4] e APAT [5]): a una centrale termoelettrica da 1MWe occorrono in media 10.000 tonnellate/anno di legna, quindi l’energia contenuta nella biomassa locale (circa 1260MWh) potrebbe alimentare un impianto molto piccolo, nell’ordine di 161KWt, del tutto insufficiente anche per le sole utenze locali. Nessuno costruisce centrali elettriche così piccole. Utilizzando i 1260MWh termici, ci sarebbe di che riscaldare 100 case, ma a Rocca d’Arazzo ce ne sono di più. Se per assurdo fosse costruito un impianto simile, anche considerando unità territoriali più grandi e ripartendo gli utili pro-quota in base all’area boscata gestita, il ricavo annuo della vendita del solo cippato, che vale in media 40 euro/t, ammonterebbe a 135 euro/ha. Una centrale termoelettrica sfrutta solo il 22% dell’energia disponibile nel cippato, che vale 4,2MWh/ha/anno se si considera la media di 4500kcal/Kg, il che significa 0,924 MWh/ha/anno. Quindi vendere l’energia elettrica e incassare i relativi certificati verdi (rivalutati dalla finanziaria 2008) rende 280 euro/ha. In alternativa si potrebbe rinunciare ai certificati verdi e optare per la vendita al Gestore del Sistema Elettrico (GSE) ad una tariffa incentivante di 0,30 euro/KWh, arrivando a ricavare la stessa cifra, che però non risentirebbe delle oscillazioni del mercato elettrico, sebbene il ritmo di crescita attuale del prezzo dell’energia renda conveniente la prima opzione. Ovviamente i profitti aumentano al crescere della massa prelevata e a spese della sostenibilità. Inoltre si deve tenere conto del prelievo per la legna da ardere, molto spesso difficile da quantificare e che potenzialmente inquina gli studi di fattibilità. Infatti molte centrali termoelettriche a biomassa hanno dato segnali di crisi, sia per mancanza di combustibile, sia perché la convenienza di simili impianti cresce con le dimensioni e con la tendenza ad un’industrializzazione del settore, che comporta consumi elevati e che obbliga a importare biomassa o a riconvertire gli impianti nel medio periodo [6].

All’estremo opposto troviamo il secondo esempio, studiato da Quadrio Curzio [7] et. al. che dà una giusta collocazione ai contributi percepibili del bosco all’economia, all’attrattiva dei luoghi, al clima, alla tutela della biodiversità e alla protezione dall’erosione del suolo e dai danni conseguenti, diretti e indiretti. Sebbene ci sia molto da fare nella messa a punto dei metodi di calcolo, una quantificazione del c.d. valore ricreativo proviene dalla stima dei costi di viaggio, ovvero dalla disponibilità a pagare il prezzo di una visita ad un parco, una foresta o altro luogo naturale. Altri autori preferiscono misurare con metodi statistici e interviste la propensione di un campione di visitatori a pagare per usufruire di un parco o ancora chiedendo quale compensazione intenderebbero ricevere in cambio della rinuncia all’esperienza. Il valore ricreativo della foresta di Tarvisio si aggira sui 13 milioni di vecchie lire per ettaro, mentre quello della foresta umbra e del Parco dell’Orecchiella ammonterebbe a 4,5-4,8 milioni/ha, tutti valori di gran lunga superiori in confronto alla produzione di energia o al prelievo di legname, attività che peraltro non sono escluse a priori, ma devono essere attuate senza intaccare risorse che, una volta esaurite, non saranno più sostituibili. Ciò dimostra che una strategia organica di tutela non rallenta le attività economiche, bensì le incentiva fortemente. Un avvio di soluzione può prevedere ad esempio la redazione di un piano di gestione forestale, di una carta delle destinazioni e una carta degli interventi forestali [8] che fungano da base per impostare le funzioni produttiva, estetico-percettiva e turistico-ricreativa dei boschi.

Il Liechtenstein è stato il primo stato al mondo a certificare la propria superficie forestale in base a criteri internazionalmente riconosciuti. Nel Liechtenstein i boschi occupano una superficie di 55,6 km², un terzo del territorio. Per la certificazione sono stati seguiti i criteri del Forest Stewardship Council (FSC), fondato a Toronto nel 1993 per attuare i principi approvati dalla Conferenza di Rio del 1992. La certificazione del bosco consiste in una valutazione della gestione da parte di uno studio indipendente e serve a indirizzare la conservazione e gestione forestale in una direzione economicamente, ecologicamente e socialmente sostenibile e a indicare misure di miglioramento. Con un'analisi dei punti deboli e dei punti di forza sono state valutate tutte le attività selvicolturali [9]. Il processo è durato due anni e si è concluso a fine agosto 2001 con la consegna del certificato a Vaduz. Tra i punti positivi individuati nella gestione forestale del Liechtenstein, sono stati evidenziati la buona attuazione degli strumenti, la comunicazione tra sede e addetti forestali comunali e i progressi compiuti verso la soluzione del conflitto tra bosco e fauna selvatica. Il team di valutatori ha dato anche alcune indicazioni relative alle battute di caccia intensive, alla creazione di zone precluse agli ungulati, alla pianificazione aziendale, al controllo dei risultati nelle misure adottate per dare stabilità al bosco di protezione e alla sicurezza sul lavoro.

Dalla carta del SIR si ricava che praticamente ogni collina di Rocca d’Arazzo è sottoposta a vincolo per scopi idrogeologici ai sensi del R.D. 30 dicembre 1923, n. 3267. Vi rientrano i terreni che, per effetto dell’uso del suolo, delle utilizzazioni o delle lavorazioni, possono, con danno pubblico, subire denudazione, perdere la stabilità o turbare il regime delle acque. Su tali aree le trasformazioni di boschi in altre qualità di coltura o le trasformazioni di terreni saldi in terreni soggetti a lavorazione periodica sono subordinate ad autorizzazione. Nelle aree a vincolo le lavorazioni del suolo per le colture agrarie sono disciplinate. Vincoli o opportunità? Sicuramente vincoli perché rendono meno convenienti le nuove costruzioni o le aree produttive. Opportunità se si considera l’effetto nel lungo periodo di un turismo diffuso e a basso impatto, interessato a percorsi culturali, storici e turistici. Un territorio che investe in un simile modello di sviluppo diviene attrattivo e si candida a importare buone idee, veicolate da chiunque trovi un ambiente accogliente e idoneo agli scambi e sia incentivato ad insediarvisi. Non si frena lo sviluppo. Al contrario lo sviluppo sostenibile ha un enorme bisogno di nuove tecnologie per utilizzare al meglio le risorse senza depauperarle. Innescare cicli virtuosi significa aumentare il contenuto di intelligenza nelle attività produttive e perché ciò avvenga occorre molta innovazione e si può dimostrare che, laddove si attuino strategie simili, le imprese si difendono molto meglio dalle crisi e in media creano più valore. Un paese residenziale boschivo che crei le condizioni per produrre cultura, in tutte le sue accezioni, dalla creazione di valore ricreativo può evolvere e iniziare a generare valore creativo. Come iniziare? Una possibile strategia si può ricavare da un’esperienza nel Basso Monferrato Astigiano [10], dove la gestione dei boschi in forma associata è diventata una realtà e si citano proposte di integrazione dei PRG esportabili in un comune come il nostro. Ne guadagnerebbero il centro storico, i resti del forte, tra cui il c.d. “muro dei capperi”, l’asilo infantile, la pieve romanica di S.Stefano e S.Libera, la riduzione della frana quiescente sul versante della collina che dà sul Tanaro con interventi mirati, p.es. pulendo e piantando le querce, le cui radici, più profonde rispetto a quelle della robinia, stabilizzano naturalmente il pendio, come già avveniva 1000 anni fa.

Soluzioni, strumenti e tecnologie ci sono e gli studi abbondano: non è prioritario aggiungerne. Piuttosto sarebbe il caso di metterli in pratica e, naturalmente, l’ultima parola spetta ai Rocchesi.




Per saperne di più:

[1] Bresso, “Economia Ecologica”, NIS, 1993

[2] Franco Gottero (IPLA), “Estensioni, assortimenti legnosi e prospettive gestionali”, Atti del convegno “Il patrimonio boschivo dell’Astigiano: quale futuro?”, Asti, 12 aprile 2008

[3] IL BOSCO E IL SUO VALORE: ECCO COME LO SI CALCOLA, Tratto da OASIS Supplemento al n°10 Ottobre 1992 "Il bosco in pericolo"

[4] Bridgwater, A. V. (2003). "Renewable fuels and chemicals by thermal processing of biomass." Chemical Engineering Journal 91(2-3): 87-102.

[5] Ciccarese, Spezzati, Pettenella et. Al. “Le biomasse legnose. Un’indagine sulle potenzialità del settore forestale italiano nell’offerta di fonti di energia”, APAT, 2003 - p.13

[6] Resoconto stenografico dell 73ma seduta della 9ª COMMISSIONE PERMANENTE (Agricoltura e produzione agroalimentare) del Senato (09/05/2007) “INDAGINE CONOSCITIVA SULLE PROSPETTIVE DI SVILUPPO DELL’USO DI BIOMASSE E DI BIOCARBURANTI DI ORIGINE AGRICOLA E SULLE IMPLICAZIONI PER IL COMPARTO PRIMARIO”

[7] A. Quadrio Curzio: "Il bosco in pericolo" Tratto da OASIS Supplemento al n°10 Ottobre 1992.

[8] AA.VV., “Il bosco gestito è una risorsa per tutti”, Regione Piemonte, 2002

[9] I PRINCIPI E CRITERI DEL FOREST STEWARDSHIP COUNCIL (FSC) PER LA GESTIONE FORESTALE SOSTENIBILE, reperibile sul web all’indirizzo http://www.fsc-italia.it/

[10] F. Larcher, M. Devecchi, “Salvaguardia e valorizzazione del paesaggio bioculturale. Metodologia di studio e risultati di una ricerca condotta nel Basso Monferrato Astigiano”, Ace International, 2007

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