Stili di vita e sostenibilità ambientale: alcuni intrecci

Imagedi Marcella Messina, dottoranda in Antropologia ed Epistemologia della Complessità, Università di Bergamo.

“Un anno a impatto zero” è il racconto di un’esperienza surreale e faticosa, ma sicuramente divertente, di un giornalista di New York, Colin Beaven, di sua moglie Michelle e della loro bambina, Isabella, che decidono di sperimentare, per un anno, una vita senza alcun impatto per il Pianeta. I virtuosismi che ci vengono presentati sono diversi e sicuramente molti di questi li potremmo/dovremmo mettere in atto nella nostra pratica quotidiana ...

L’utilizzo della bicicletta, la preferenza per la spesa a km zero, la pratica del riuso e del riciclo, la ricoperta di nuove forme di socialità offerte, magari attraverso il baratto di una teiera, come nell’episodio presentato nel libro, ma più in generale da questo stile di vita,  rappresentano elementi che propongono alternative possibili, in una società basata sempre più sul consumo smodato di merci, relazioni e territori.

Più surreale, invece, l’ipotesi che le candele possano rappresentare delle alternative razionali al consumo di energia elettrica, soprattutto in presenza di una bambina di due anni che, come possiamo immaginare, necessita di una cura e di un’attenzione particolare o che, sempre per il risparmio energetico, sia possibile scalare ogni mattina un grattacielo per recarsi in ufficio, magari di 40 piani, per evitare l’utilizzo dell’ascensore.

Il libro prende spunto dall’insostenibilità dello stile di vita newyorkese e, sebbene le nostre realtà italiane non si caratterizzino per virtuosismi ecologici, è importante tener presente che ogni auspicabile trasformazione urbana deve necessariamente partire dalla dimensione locale, ponendo un’attenzione privilegiata al territorio. Non si tratta, quindi, di un modello riproducibile in qualunque realtà, ma di scelte e decisioni che condizionano le visioni e le vite all’interno delle città.

La complessità urbana, infatti, si caratterizza anche per la storia della città e della cultura dei propri abitanti che, partecipando attivamente all’interno dello spazio pubblico, possono anche condizionare, in modo originale e unico, le scelte delle politiche urbane e i loro stili di vita.

E’ ovvio, quindi, che oltre alle buone pratiche messe in atto nelle diverse realtà europee, in materia di sostenibilità energetica per esempio, è importante focalizzare l’attenzione sull’aspetto culturale ed educativo  del tema.

La ricerca di uno stile di vita realmente sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale pone, dunque, agli amministratori e ai cittadini bisogni nuovi: formativi e informativi e la necessità di nuovi strumenti culturali.

Per questa ragione, prima di qualunque progetto o intervento, è necessaria un’analisi che individui in modo anticipatorio, eventuali resistenze e criticità e più in generale è importante capire come la comunità urbana si pone di fronte all’urgenze ecologica e alla messa in atto di strategie migliorative.

Come possiamo immaginare, infatti, spesso, nonostante ci siano le competenze tecniche, economiche e scientifiche, le resistenze sono soprattutto di tipo culturale e psicologico: disinformazione, diffidenza, incomprensioni relazionali non consentono l’effettiva realizzazione di buone pratiche di sostenibilità urbana.

Inoltre, in una prospettiva ecologica e complessa, la sostenibilità dovrà essere sostituita dalle molteplici sostenibilità, plurali e interconnesse; questo potrebbe consentire di ampliare il proprio raggio visivo e di azione per comprendere che la crisi energetica che stiamo vivendo in questo periodo, per esempio, è frutto di una più ampie crisi ambientali, economiche e sociali che stanno attraversando il nostro Pianeta e che quindi richiedono anche strumenti comunicativi, incisivi e funzionali, volti ad una efficace coscientizzazione della popolazione.

Del resto, oggi, così come ci mostra l’esperienza presentata dal libro a partire dal quale è iniziata la mia riflessione, la società civile ha messo in atto tre differenti reazioni per reagire all’insostenibilità della vita attuale: la protesta, l’accettazione passiva e l’auto-organizzazione della società civile che, in molte realtà, pensiamo al quartiere Vauban a Friburgo o alla zona di Coin Street nel South Bank a Londra, ha costruito delle forti alleanze territoriali che hanno permesso di dialogare in modo funzionale con gli amministratori locali unendo quindi un approccio bottom up, di iniziativa e partecipazione dal basso, con un approccio top-down che rafforzi quindi le motivazioni di politici, tecnici e amministrati.

Solo attraverso strategie condivise tra gli abitanti e amministratori le idee iniziali possono tradursi in esperienze concrete e sostenibili.

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