Il trapano personale e l'ansia repressa

di Paolo X Viarengo.

E’ lì. Nella sua scatola a fianco della cassetta degli attrezzi per le piccole riparazioni casalinghe. Ha fatto molti buchi nella sua lunga vita. Un centinaio sicuramente. Eppure dopo una decina d’anni può farne ancora: è solido, fatto bene. Guardo le mensole e i quadri che stanno su con i tasselli avvitati nei buchi fatti con il mio fedele compagno di bricolage, e mi domando: quanto tempo avrò impiegato a fare tutti questi buchi? Non meno di un’oretta a buco, credo. Vuoi l’inesperienza, vuoi l’andarlo a prendere e poi riporlo: mettiamo due ore a buco. Anzi, mettiamo l’intera giornata. Eppure io l’ho comprato un decennio fa: cioè 3.650 giornate fa. E, continuo a domandarmi: ma perché devo avere la proprietà di una cosa per 3.650 giornate per poi usarla effettivamente solo per un centinaio? E le altre 3 mila e 550 giornate cosa ne ho fatto?...

Eppure dovevo averlo per fare dei buchi che poi effettivamente ho fatto. Potevo certamente farmelo imprestare dal vicino ma sarei stato un rompiscatole: se lui avesse suonato a me cento volte in questi dieci anni per avere il mio trapano, sicuramente già alla terza o quarta gli avrei consigliato di andarselo a comprare. E, poi, un trapano può sempre servire: meglio comprarlo ed averlo lì a disposizione. Metti mai il caso che avessi dovuto fare un buco urgentemente: lui era lì, a mia disposizione. Sempre. Più che per fare i buchi, per sciogliere la mia ansia nel farli: se il trapano è mio posso fare tutti i buchi che voglio. E, anche non farne.

Ma se, per un momento, ragioniamo sul fatto che avrebbe potuto far fare altri 355 buchi a persone inesperte come me, necessariamente, ti viene da riflettere. Quindi, in questi dieci anni avrebbero potuto usarlo almeno altre 35 persone. Ma non si sarebbero venduti 35 trapani e la nostra tanto decantata economia, basata sul nulla, ne avrebbe risentito.

Ma non si sarebbero nemmeno gettati via altri 35 trapani, fatti di ferro e plastica, e la nostra povera Madre Terra, magari, ne sarebbe stata più contenta. Questo, alla fine, è - secondo me - il bivio: senza andare troppo lontano ma aprendo solo la porta del nostro armadietto a muro dove teniamo gli attrezzi di bricolage. Senza andare a contestare le monocolture di Avocado in America Latina quando, aprendo la finestra di casa nostra, ammiriamo le monocolture di vigne e nocciole. Senza andare a litigare con Bolsonaro perché brucia l’Amazzonia, quando da noi vedere un bosco intonso è un raro privilegio: e, forse proprio per questo, vorremmo celebrarlo facendo al suo interno una bella pista da motocross.

Inutile guardare l’inquinamento di paesi come Cina o India quando passeggiare per gli astigiani corsi Alessandria, Torino, Dante o Casale, nelle ore di punta e non, ci distrugge i polmoni sicuramente peggio che la centrale termoelettrica sullo Yangtze o a Pechino.
E’ ipocrita: esattamente come chi, dopo aver tirato le bombe sulle case di donne e bambini, chiama terroristi chi viene a mettercele a casa nostra. Esattamente come chi, dopo Hiroshima, Nagasaki o Dresda si è arrogato il diritto di processare criminali di guerra, senza sedersi al loro fianco. E non si potrà mai addivenire ad un reale cambiamento in meglio se puntiamo il dito sugli altri senza riuscire a passarcelo tra di noi, quel maledetto trapano. Usarlo in 35 e non da soli. Comprarne e buttarne via uno e non 35, spiegando al vicino a cui andiamo a suonare il campanello per farci imprestare il trapano, che nemmeno lui lo dovrebbe avere. Che nessuno lo dovrebbe avere ma, tutti lo dovrebbero possedere: quando ne hanno bisogno.

Ma subentra l’ansia: e se ne ho bisogno e lo sta usando un altro? E se ne ho bisogno e quell’altro ce l’ha da tre mesi e non lo riporta? Meglio comprarlo, invece di aspettare uno o due giorni per fare il buco o spiegare a chi ce l’ha da tre mesi che è un imbecille: per quale maledetto motivo si terrà mai in casa un trapano per tre mesi, se ne è innamorato come Gollum del famoso anello?

Eppure continuiamo a comprare. A voler possedere. A voler ostentare. A voler avere. Tutto e tutti. Anche esseri senzienti come noi. Li uccidiamo e li mangiamo, pur essendo coscienti che possiamo farne a meno. Perché un cane e un maiale siano diversi, non lo so, ma sono diversi: il primo lo coccoliamo e il secondo lo priviamo di una vita e lo torturiamo prima di ucciderlo e mangiarlo.
Ma una cosa li accomuna senz’altro. Entrambi sono come il trapano: sono nostri. Sono di nostra proprietà e ci arroghiamo il diritto di averli mentre puntiamo il dito su Bolsonaro che brucia le foreste. Su paesi che, spinti dal nostro esempio malato, hanno eretto a Dio non già il denaro ma la roba stessa. Facciamo reportage sull’inquinamento del Gange o del fiume azzurro mentre abbiamo paura, non dico di fare il bagno, ma anche solo di avvicinarci al Tanaro, al Borbore o al Belbo.

Puntiamo il dito sui Talebani che frustano le donne, mentre noi facciamo prima e le uccidiamo: non passa quasi giorno che non avvenga un femminicidio. Puntiamo il dito sui cinesi che mangiano i cani, mentre noi ci limitiamo ad usarli, vivi, per esperimenti pseudo scientifici o farmaceutici, oltre a mangiare maiali, mucche e galline. Almeno in India le vacche sono sacre e, proprio da quei paesi e da quelle culture contro cui puntiamo il dito con tanta passione, ci arrivano tanti piatti che arricchiscono la cucina vegana o cruelty free.

Noi, figli del colonialismo e dell’imperialismo: terribili malattie genetiche che ancora, nonostante tutti i progressi medici, non ci siamo ancora tolti dalla pelle e dal sangue. Noi, ancora padroni di tutto e di tutti. Noi democratici, belli, politicamente corretti, pomposamente pieni di diritti e che continuiamo ad arrogarci il diritto di spargere letame sugli errori altrui ignorando i nostri.

Noi che, alla fine della fiera, non siamo nemmeno in grado di spartirci un trapano.

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