Hikikomori: non è una malattia ma il sintomo di una società fragile

di Alessandro Mortarino.

«I viticoltori sono soliti piantare una rosa all'inizio dei loro filari. Non è una semplice scelta estetica, ma un rilevatore naturale che consente di essere avvisati quando le condizioni climatiche risultano particolarmente delicate. Se la rosa mostra segni di disagio, significa che la vite ha bisogno di cure e attenzioni. Il fenomeno dell'Hikikomori ha la stessa funzione: ci segnala che nella nostra società qualcosa non va». Con queste frasi la scrittrice e giornalista Laura Calosso ha aperto lo scorso 5 dicembre un incontro formativo su un tema che anche nella società italiana deve essere osservato con particolare attenzione: il "ritiro" dei giovani della vita "normale". Un fenomeno che in Giappone coinvolge più di un milione di giovani e oltre centomila in Italia, ma in assenza di statistiche certe...

Un incontro rivolto agli operatori dell'informazione perchè Laura Calosso, che negli ultimi anni ha studiato approfonditamente l'evoluzione del fenomeno anche nel nostro paese, si è accorta della scarsa conoscenza che proprio il mondo dell'informazione possiede sul tema e che ha puntualmente riscontrato analizzando decine di articoli apparsi sulle pagine dei media - anche nazionali - dai toni troppo "tranchant". Che rischiano non solo di non spiegare compiutamente il problema alle masse di lettori ma, addirittura, di liquidare la questione con semplificazioni che legano l'Hikikomori alla dipendenza dai social network o all'assenza di un nucleo famigliare attento alla crescita dei propri figli.

Con l'aiuto di Elena Carolei, presidente dell’Associazione Hikikomori Italia Genitori, e dello psicoterapeuta Pietro Ferrero, collaboratore di Hikikomori Italia in Piemonte, Laura Calosso ha raccontato che cosa significa esattamente il fenomeno Hikikomori. Cioè giovani che ad un certo punto della loro esistenza decidono di abbandonare la scuola, rinchiudendosi in casa (meglio: nella loro stanza), rifiutando la relazione col mondo esterno: compagni di classe e di sport, amici, famiglia.

Normalmente sono giovani "brillanti": hanno buoni risultati scolastici, praticano sport, risultano allegri, educati, sensibili, belli. E le loro famiglie sono di classe sociale medio-alta, con un elevato livello di istruzione; impartiscono ai loro figli un’educazione attenta basata su valori, dedizione allo studio e impegno puntuale, che richiede prestazioni elevate in tutti i campi.

I giovani "ritirati" sembrano non ritrovarsi (più) nel contesto sociale, vivono una loro diversità che li induce all'isolamento. Preferiscono, insomma, rinchiudersi nel loro guscio e non doversi confrontare con gli "altri", che ritengono essere migliori di loro in quanto membri accettanti di un modello di società di cui forse riconoscono i limiti ma senza essere capaci di opporre alternative. Da qui la scelta dell'isolamento totale o del rifugio nelle mille possibilità di contatto a distanza che chat e social possono loro offrire.
Come afferma il professor Ferrero, negli anni cinquanta-sessanta i giovani che non si riconoscevano nello stile di vita della maggioranza dei loro coetanei diventava hippy, negli anni settanta punk, dagli anni ottanta il modello sociale del riflusso si è trasformato in individualismo, edonismo, culto del corpo e dell’apparire, immagine pura. Che gli Hikikomori contestano isolandosi.

Isolamento significa la ricerca di un mondo privo di relazioni dirette che non ammette il cercare aiuto. E se l'aiuto viene loro offerto (dalle Istituzioni, dalla famiglia o dagli stessi coetanei), la reazione è un rifiuto totale che non fa che aumentare il loro senso di vergogna per quella scelta drastica che sanno che gli altri non possono accettare nè capire.

100.000 casi stimati sembrano una cifra statisticamente irrilevante, ma è probabilmente solo la punta di un iceberg, il sintomo pieno di un fenomeno sociale che non può avere una diagnosi perché non è una malattia e neppure una forma di depressione (che può essere una conseguenza, ma non la causa).
Non essendo una malattia, crea enormi problemi anche dal punto di vista giuridico, in quanto le famiglie dei giovani "ritirati" possono essere perseguite come colpevoli di abbandono scolastico. Anzichè essere aiutate, si trovano - al contrario - ad essere giudicate e avversate dal "sistema".

In Giappone il fenomeno non riguarda solo i giovani di oggi ma anche i giovani di ieri, i "ritirati" da 20/30 anni, la generazione dei cinquantenni che ora si trova a convivere con genitori anziani di cui non è in grado di prendersi cura. E qui il fenomeno diventa anche un problema finanziario nazionale che ricade sul welfare dello Stato, con un rilevante costo sociale e per il sistema sanitario.

Il passaggio dalla "normalità" all'Hikikomori è, ovviamente, un percorso che può durare mesi, quindi è importante esseri attenti ai segnali - i sintomi - che progressivamente si manifestano. In una comunità partecipe, le "spie" di un malessere sono facilmente avvertibili, ma occorre essere informati e preparati, sapere che il fenomeno esiste, è in crescita e procede di pari passo con la paura del presente e del futuro sofferte dalle giovani generazioni.

L'informazione è la leva che Laura Calosso e l’Associazione Hikikomori hanno individuato da tempo, tanto da avere scelto di intervenire in scuole di ogni ordine e grado e in tutta Italia per parlare del fenomeno con ragazzi, insegnanti, genitori.
Nella provincia di Asti, però, il progetto di organizzare incontri nelle scuole medie superiori per parlare agli studenti di “giovani ritirati” ha mostrato tutte le difficoltà temute: nessuna scuola ha inteso aderirvi.

Anche questo è un sintomo. Non di una malattia, ma di una società fragile che preferisce non mettersi in discussione...

Commenti  

0 #1 gianfranco monaca 2019-12-18 08:55
leggerò il libro di Laura Calosso (si trova i Biblioteca Astense?): vorrei capire se il fenomeno è stato studiato dal punto di vista storico, perché assomiglia molto al movimento monastico (orientale e occidentale) del IV e V secolo che in Italia ha dato origine ai monasteri come risposta al vuoto colturale e morale bel Basso-Impero"
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0 #2 Nicola Putzu 2019-12-18 10:36
L'analisi del fenomeno è di grande interesse. Mi incuriosisce sapere quali siano i passaggi suggeriti per potere aiutare queste persone.
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0 #3 A.M. 2019-12-18 15:25
Ovviamente non esiste una "ricetta", proprio perchè non siamo in presenza di una malattia. Ciò che è importante è sapere leggere i sintomi di un disagio: compito della famiglia, degli amici, degli insegnanti. Il che presuppone (presupporrebbe...) una diversa percezione della vita, eliminando le "cose in eccesso", bandendo la competitività e preferendogli la cooperazione, cancellando il potere dell'immagine rispetto al contenuto ecc. ecc. Cioè una vita di relazioni non affrettate, non rubate, intense...
A.M.
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0 #4 Nicola De Lorenzo 2019-12-19 07:34
Non conosco il fenomeno, ma mi auguro che il disagio, il malessere, che esso indubbiamente esprime, non venga, con una mossa socialmente immunologica (ed economicamente profittevole), prontamente medicalizzato o psicoterapizzato. Che sia tenuta aperta, insomma, la possibilità di una interpretazione che chiami in causa il mondo da cui questi giovani decidono di secedere. In fondo, chi non è stato tentato, almeno una volta, di volgere le spalle ad una società che, nella totalità monodimensionale delle sue dimensioni e istituzioni, si fa ogni giorno più invivibile? Di mettersi (illusoriamente, forse) in salvo in un altrove, non altrimenti definito che dalla sua distanza dal qui ed ora? Ad ogni modo, “non servono tranquillanti o terapie – cantava Battiato, inizi anni Ottanta –, ci vuole un’altra vita”.
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