Vaccini da conoscere meglio

di Alessandro Mortarino.

Poco prima di Natale un sondaggio indicava che soltanto il 57% della popolazione italiana risultava intenzionato a farsi vaccinare contro il Covid-19, un dato ritenuto troppo basso per quell'obiettivo auspicato dai medici per raggiungere la cosiddetta immunità di gregge (stimata attorno al 75-80% della popolazione). Sfiducia, contrarietà o scarsa informazione? Abbiamo cercato di capirlo sollecitando alcuni operatori sanitari a fornirci qualche loro considerazione e siamo giunti alla conclusione che l'informazione sulle caratteristiche dei vaccini hanno avuto una divulgazione limitata agli aspetti generali e non sia stata esaustiva nell'affrontare tutte le necessarie domande, palesi ed inespresse: da dove derivano i vaccini? Che rischi nascondono? Sono davvero così necessari?...

Qui proviamo a sintetizzarvi qualche spunto - e solo qualcuno - che ci pare non abbia finora trovato vasta eco. Sono informazioni su cui riflettere, serenamente, evitando di schierarci bellicosamente sul fronte del sì o del no a priori. Informazioni poco narrate e forse quasi nascoste, che riportano elementi importanti per procedere. Come sempre una riflessione collettiva non può che essere utile e sana (sanificante...) per capire come collegare il senso della responsabilità di ciascuno con i limiti di un intervento emergenziale che ci deve portare a considerare malattia e natura, corpo e mente, ambiente e condizioni, vita matura e spettro. Ve la offriamo. Come contributo di analisi e senza dogmi, ma solo domande e qualche legittimo dubbio.

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Tutti i vaccini di cui si parla e si afferma l'efficacia contro il Covid-19 sono prodotti con un processo di pensiero e un supporto tecnologico molto differenti rispetto a quelli usati per vaccini precedenti, come ad esempio quelli antinfluenzali. Si esalta il fatto che la nuova tecnologia ha permesso di averli a disposizione in pochi mesi rispetto ai sei o otto anni necessari a mettere a punto i precedenti (AIFA afferma che la ricerca ha visto la partecipazione di un numero dieci volte superiore agli standard degli studi analoghi per lo sviluppo dei vaccini ed è questo il motivo per cui è stato possibile realizzare uno studio di grandi dimensioni, sufficienti per dimostrare efficacia e sicurezza) e viene, inoltre, dichiarata una percentuale di efficacia molto elevata.

L'informazione più indipendente, o se si preferisce alternativa, mette in evidenza altri aspetti quali la mancanza di dati circa le reali reazioni avverse, il sospetto clamore propagandistico, la criminalizzazione di ogni interpretazione ragionata diversa da quella ufficiale, e altri; tutti aspetti certamente importanti e significativi su cui porre attenzione.

Ma il punto essenziale non riceve, a nostro avviso, la giusta attenzione, in quanto dai primi viene evitato o sfumato per timore che sorgano domande imbarazzanti, mentre dagli altri viene probabilmente sottovalutato. Si teme o non si vuole entrare troppo in particolari tecnici, e resta così evasa la domanda principale: come viene prodotto questo vaccino? In cosa consiste questa nuova tecnica?

Per rispondere in modo - speriamo - soddisfacente a questa domanda dobbiamo allora addentrarci, almeno in parte e per lo stretto necessario, in aspetti tecnici, e lo faremo attingendo dapprima ad una fonte scientifica ufficiale. Non occorre essere medici o scienziati per comprendere i concetti generali, possiamo farlo tutti, usando un sano pensare; è una fatica che verrà ampiamente ripagata.

Il numero di giugno 2020 del mensile Le Scienze, edizione italiana di Scientific American, rivista di divulgazione scientifica ritenuta tra le più prestigiose, pubblica un articolo, a firma di Charles Schmidt, col titolo: L'impresa del vaccino. Nel sottotitolo leggiamo: “solo l'ingegneria genetica può creare un vaccino per Covid-19 nell'arco di mesi anziché anni”.
Qui viene detto esplicitamente quello che nell'informazione ufficiale viene taciuto, occultato, sfumato o esaltato senza rivelarne i dettagli. Vediamo allora qualche passo dell'articolo:

“Un vaccino convenzionale iniettato nel corpo inserisce frammenti selezionati di un virus nelle cellule vicine al sito di iniezione. Il sistema immunitario riconosce come minacce le molecole di questi frammenti, detti antigeni, e reagisce creando anticorpi, molecole che possono neutralizzare il virus in qualsiasi punto del corpo. In seguito, il sistema immunitario ricorderà come reprimere gli invasori in modo da poter fermare un'infezione futura.”

Poiché questa modalità richiede molti anni:

“I laboratori si stanno quindi rivolgendo ai vaccini genetici, in cui si usano informazioni tratte dal genoma del virus per creare uno schema per la produzione di antigeni selezionati, fatto di DNA o RNA, le molecole che contengono le istruzioni genetiche. I ricercatori iniettano DNA o RNA in cellule umane e il macchinario cellulare usa quelle istruzioni per creare gli antigeni del virus a cui reagisce il sistema immunitario.”

Mentre dunque con i vaccini di vecchia generazione si immette direttamente il virus, morto, attenuato o trattato in vari modi, e questo antigene induce il sistema immunitario a produrre anticorpi contro di esso, col sistema innovativo non si immette l'antigene ma uno “schema”, fatto di DNA o RNA, molecole che contengono “le istruzioni genetiche”. E' significativo che venga usato il termine “macchinario cellulare”, come vedremo in seguito.

Qualcuno a questo punto può essere tentato di dire: ebbene, in fondo non è poi così differente se immetto nell'organismo il virus attenuato, trattato, oppure lo “schema” che possa “addestrare” cellule umane a produrre esse stesse l'antigene contro il quale il sistema immunitario produca poi gli anticorpi. Ma andiamo avanti:
     
“Praticamente tutti i laboratori cercano di addestrare le cellule umane a produrre un antigene chiamato proteina spike, che sporge da Sars- CoV-2 come un chiodo su uno pneumatico, permettendo al virus di legarsi ad una cellula e intrufolarsi all'interno.”

Ciò che è dato per scontato (ma forse non dovrebbe esserlo) è che questo antigene, creato dallo schema, faccia produrre al sistema immunitario gli anticorpi per sconfiggere il virus vero. In altre parole si dà per scontato che il metodo innovativo produca un risultato del tutto uguale a quello precedente, solo in minor tempo.
Ma è davvero così?
Facciamo un altro passo.

L'autore ci informa che ci sono tre metodi per ottenere questa proteina spike (=chiodo), cambia solo il vettore usato per introdurre lo schema del virus: un plasmide, un lipide o un altro virus. Per quel che ci riguarda, al di là dei nomi, in tutti i tre metodi il vettore, sia esso una proteina o altro, viene modificato geneticamente, immettendo lo schema detto sopra. Vediamo, come esempio, il terzo metodo.

“Barouch [direttore della ricerca su virologia e vaccini del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston] e i suoi collaboratori di Johnson & Johnson seguono un terzo approccio: inserire lo schema a DNA in un comune virus del raffreddore. Quando è iniettato, questo cosiddetto vettore adenovirale infetta le cellule umane e trasporta a destinazione lo schema che ha con se. Gli adenovirus sono abili nel penetrare le cellule, ma studi passati dimostrano che il sistema immunitario umano ne riconosce facilmente alcuni e li attacca prima che possano introdursi. Barouch usa un adenovirus che in base a test è improbabile che sia riconosciuto.”

In questo metodo si usa dunque come vettore non una proteina, come nei primi due, ma un comune virus di raffreddore e lo si modifica geneticamente immettendo lo schema del Covid-19, lo si inietta affinché esso “addestri” le cellule a produrre esse stesse l'antigene, che a sua volta addestri il sistema immunitario a produrre anticorpi. Ma in questo terzo metodo vi è un valore aggiunto:

“Alcuni esperti, inoltre, temono che un adenovirus possa replicarsi all'interno del corpo e causare malattie. Il gruppo di Barouch sfrutta quindi un virus ingegnerizzato che non può replicarsi in una cellula umana perché per farlo ha bisogno di una sostanza che il corpo umano non fornisce.”

Insomma, prima di introdurre lo schema del Covid-19 nel virus di un comune raffreddore, in tal modo modificandolo, lo si - come dire - pre-ingegnerizza, per non correre rischi e causare malattie. Dunque, una doppia ingegnerizzazione...

Usciamo ora dai tecnicismi. Quale pensiero sta dietro a tutta questa costruzione? L'organismo umano è considerato un meccanismo, un computer che attraverso uno schema, una mappatura genica, un software, può essere “addestrato”, appunto, programmato per produrre a piacere ciò che si desidera.
Si considera insomma un agire meccanicistico come puro progresso scientifico attraverso il quale si vorrebbe far fare all'organismo, ingannandolo, ciò che esso sa fare molto bene. Lo si vorrebbe ingannare inserendo molecole, proteine, virus o altro geneticamente modificati, che non esistono in natura.

Bisogna onestamente riconoscere a questi ricercatori che la logica ferrea dei loro pensieri sarebbe perfetta se la applicassero ad un meccanismo, appunto, ad una macchina, ad un essere inanimato. Essi considerano tale l'uomo e persino che la vita si possa manipolare come un software di computer.
Tutto ciò sarebbe già sufficiente a guardare come minimo con legittimo sospetto questi esperimenti in cui la cavia è l'essere umano, senonché c'è qualcosa d'altro: come è stata ottenuta la mappatura genica che si usa al posto del covid-19?

Già alcuni mesi fa, il dr. Stefano Scoglio, che ha ricevuto una candidatura al Nobel nel 2018, in uno studio ha sostenuto che non vi è alcuna certezza che il virus del Covid-19 sia mai stato isolato:

“Come è noto, alla base della microbiologia ci sono i famosi Postulati di Koch, che stabiliscono principi di buon senso della ricerca microbiologica (…).  Questi postulati sono stati applicati a microorganismi vivi come batteri, ma poiché sono postulati logici si applicano anche a “non organismi” non viventi come i virus, che sono particelle non viventi costituite da un filamento di RNA (o DNA) ricoperto da un involucro (capside) lipoproteico.  (…) Ho esaminato tutti gli studi che affermano di aver isolato e persino testato il virus, ma tutti hanno fatto qualcosa di molto diverso: hanno preso il liquido faringeo o bronco-alveolare dei pazienti, quindi lo hanno centrifugato per separare le molecole più grandi e pesanti dalle molecole più piccole e più leggere, come appunto i presunti virus; hanno poi preso il surnatante (la parte superiore del materiale centrifugato) e hanno chiamato quella matrice estremamente complessa “virus isolato”.

Questo studio è disponibile in rete e ciascuno può valutarne le affermazioni, che hanno immediatamente visto le reazioni di media e parte del mondo scientifico nel “bollare” il prof. Scoglio come propagatore di fake news, anziché entrare in una disamina approfondita di quanto asserito (https://salutogenesi.org/media/attachments/2020/09/23/la-pandemia-inventata-la-nuova-patologia-dellasintomaticit-e-la-non-validit-del-test-per-il-covid-19-di-stefano-scoglio.pdf).

Tante domande sorgono. Cerchiamo allora di riepilogare:

- Questa tecnica innovativa non usa il virus “vero” (ammettendo che sia stato isolato) ma una proteina o un altro virus che diventano vettori da iniettare dopo essere stati modificati geneticamente inserendo in essi lo schema del presunto virus vero, con lo scopo di far produrre alle cellule del corpo l'antigene, ovvero parti del virus del Covid-19, la proteina spike.

- Segue il secondo addestramento, questa volta del sistema immunitario, il quale credendo di avere a che fare con un virus vero, o parti di esso, produce anticorpi contro l'antigene, la proteina spike.

- E' lecito a questo punto chiedersi quali effetti può produrre questo “addestramento” del sistema immunitario a fare forzatamente un lavoro che sa fare molto bene da solo.
Difatti cos'altro ha fatto in questi mesi se non produrre anticorpi per combattere questa epidemia (che molti medici ritengono di tipo influenzale, quest'anno denominata Covid-19)?

- Perché si vuole vaccinare tutti, compresi quelli che la malattia l'hanno fatta, e senza chiedersi se larga parte della popolazione sia già immunizzata “naturalmente”, termine abolito dai protocolli scientifici? Ed è sensato che molte persone che il Covid-19 hanno già contratto e superato siano state sottoposte a vaccinazione prima di altre e senza avere certezza che questo possa provocare problemi per loro stessi (Come lo stesso prof. Galli ripete in ogni occasione)?

- Forse allora si sa o si sospetta che non essendoci alcuna sicurezza sul fatto che il virus sia stato isolato, la proteina spike abbia poco o nulla a che fare col Covid-19?

- Sarà forse questo uno dei motivi per cui vi è stata una iniziale rilevante riluttanza a questo vaccino proprio da parte degli operatori sanitari, malgrado siano i più esposti, da un lato, ma dall'altro anche i più informati?
     
Dunque, in definitiva, dovremmo fidarci di inserire nei nostri corpi neppure più virus veri ma sequenze geniche in vettori transgenici, di cui si ignorano gli effetti e ben sapendo che il sistema immunitario è una manifestazione della nostra unicità e ci difende dal mondo esterno?
Pare l'inizio di una pratica che attraverso il connubio tra questa concezione della medicina, la digitalizzazione e l'intelligenza artificiale, tende ad aggredire la natura spirituale dell'essere umano, l'individuo.

Nel numero di gennaio di “Le Scienze” vengono elencate, come tutti gli anni, le “10 tecnologie da tenere d'occhio nel 2021”. Tra esse troviamo:

- pazienti virtuali: la sostituzione di pazienti virtuali con esseri umani potrebbe rendere i trial clinici più veloci e sicuri;

- medicina digitale: app per la diagnosi e addirittura la cura dei nostri mali;

- sintesi di genomi completi: il prossimo livello dell'ingegneria cellulare.

Pazienti virtuali, medici virtuali, genomi sintetici...
Forse dovremmo prepararci a difendere la sacralità del nostro corpo da intrusioni, l'integrità del nostro pensare, a difendere i nostri sentimenti ed emozioni dalla paura e da suggestioni indotte, la nostra volontà dalla passività e dalle presunte comodità di innovazioni ancora tutte da dimostrare?

Ma le alternative esistono?

E, soprattutto, il nostro corpo può (deve?...) reagire ai rischi del virus senza bisogno di "corazze" artificiali, ha cioè doti naturali per crearsi da sè le proprie immunità?
E questa eventualità vale per tutti o le persone più fragili sono destinate ad essere predestinate a una tragica fine, come gli oltre 80mila deceduti fanno immaginare, ed è pertanto indispensabile incrociare le dita, esibirci in riti scaramantici e trangugiare i vaccini anche controvoglia ma secondo uno spirito di assoluta condivisione comunitaria tra animali sociali e consapevoli?

Sono quesiti importanti, di cui la scienza e i media dovrebbero discorrere ampiamente. Avendo a disposizione dati certi, ognuno di noi potrebbe più facilmente scegliere come comportarsi.

Intanto uno studio tutto italiano ci dice che la proteina che protegge l’organismo dai danni delle polveri sottili è la stessa che favorisce l’azione dannosa del Sars Cov-2. Non è, dunque, l’inquinamento atmosferico generalmente inteso tra le cause della maggiore incidenza dell’infezione sulla popolazione mondiale: il "colpevole" principale è l'effetto/effetti dell’esposizione delle persone al PM2.5, cioè un mix di polveri sottili prodotte da industrie, veicoli e altre sorgenti, con particelle dal diametro inferiore o uguale a 2,5 micron, cioè millesimi di millimetro.

Prevenire è (sarebbe...) meglio che curare?
E quando inizieremo questa Grande Opera di Prevenzione Totale?

 

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