La tecnologia. Strumento che unisce ? ...



di Marisa Pessione.


Una piazza, una chiesa di un paese qualunque. Un luogo per darsi appuntamento con amici, nulla di più normale, anzi direi scontato. Sto aspettando e il mio sguardo è rapito da un gruppetto di persone che, con andatura ciondolante, si avvicina al muretto antistante la chiesa e lo approcciano con gesto atletico, facendomi dedurre la loro giovane età ...
Con le gambe a penzoloni, anche loro aspettano.
In apparenza non sembrano mostrare segni di impazienza al tempo che scorre: qualche sbadiglio o accenno del capo sono i primi e unici segni di comunicazione tra loro. Dalle tasche dei pantaloni balzano fuori lucidi e fiammanti telefonini di ultima generazione che picchiettano nervosamente con estrema abilità e velocità.
Ognuno è assorto in un rituale ormai meccanico, una sorta di mantra che lo assorbe completamente.
La comunicazione virtuale sembra dominare, con invio e ricezione di messaggi, lasciando poco spazio alla semplice chiacchierata, alle risate, alle prese in giro di cui i miei ricordi sono ancora vivi.

E allora mi domando se l'uso eccessivo (o abuso) degli strumenti tecnologici - di cui riconosco l'utilità - può in qualche modo nuocere al nostro benessere derivante dall'interazione, dall'ascolto e dall'attenzione verso gli altri ?
Inoltre, il nostro benessere non è strettamente collegato alla libertà di stare tranquilli, all'assaporare quello che ci circonda, all'ascoltare il silenzio rispettandolo ?
Ma se siamo costantemente rintracciabili o reperibili, a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo, non andiamo a perdere tutto ciò ?

E non andiamo a perdere anche la bellezza del racconto che è la fotografia del sentire un luogo trasmettendone le sensazioni, gli odori, i colori con la consapevolezza che il perdersi dietro le parole è un gioco di fantasia per i nostri pensieri ?

Sì, forse non era il caso di arrivare in anticipo al mio appuntamento (e senza telefonino ...)

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