LibrAsti numero uno: Ode al feuilleton

di Angiola Brumana.
ImageMi permetto di allargarmi un poco, nel senso che non ho letto recentemente tutto quanto di cui parlo.   Ne ho letto uno solo, ma gli altri libri arrivano per caduta, inevitabile.
Dal generale al particolare, dunque.
Il feuilleton - e, ripeto, non ho alcuna conoscenza e tanto meno velleità criticoletteraria - è l’anello di congiunzione tra la fiaba ed il romanzo moderno.
Racconta una storia con personaggi di fantasia, ma ancorata nella Storia. Fa persino una lettura dell’ambiente sociale (dipende anche dall’autore, ovvio). Presenta delle situazioni a volte incredibili ed apparentemente impossibili, e qui sta il bello, che alla fine si dipanano grazie ad una logica ad incastro, un puzzle perfetto, che non avresti mai detto quando iniziasti il libro.
E, soprattutto … il mondo si divide in bianco e nero, bello e brutto, buoni e cattivi. Cos’è questa complessità, questa ambiguità dei personaggi, questi malvagi che ti affascinano ? ...

Qui non esiste: nel feuilleton di marca, il bene trionfa ed anche errori del passato sono riscattati dall’integrità dell’oggi e il malvagio viene punito! E paga! ( e dite poco!) e si salva solo per la magnanimità del buono, se è il caso.

E oggi queste cose dove le trovate ancora ? Nemmeno nella realtà.

E come nelle fiabe ci si ritrova a fare il tifo per il buono, per chi è sfortunato, ma giusto e si esulta quando arriva al riscatto. E’ una sorta di epica. Provare per credere.

L’ultimo libro letto è: Casa Desolata, C. Dickens. Mi sembra corretto iniziare da qui. Ne avevo sentito parlare molto tempo fa da un qualche ascoltatore radiofonico che ne decantava le doti. L’ho sempre lasciato da parte perché mi spaventava un poco la mole. Cosa strana perché i libri li scelgo anche in base alle dimensioni: sono come i dolci, più ce n’è maggiormente li preferisco. Comunque stavolta mi sono decisa. Dickens gioca sulla doppia narrazione, i moderni non hanno inventato niente. Il capitolo narrato in terza persona ed il capitolo in prima persona, in alternanza. I primi sono spesso un po’ pallosetti: si dilunga in descrizioni (io dopo un po’ fatico), dà una lettura sociale del problema dei minori e degli indigenti, te le affetta un po’ (concedetemi il termine) con storie di tribunale e di Corte di Giustizia, che ti fanno pensare che nulla cambia sotto il sole.

Gli altri capitoli sono più scorrevoli, ti mettono subito nell’azione: orfanelli, benestanti e non, benefattori e protetti, la bontà è ben spalmata ed innegabile. Il motto potrebbe essere: “Se fai il bene, non potrai ricevere altro che bene”. A volte ti chiedi se la bontà sia geneticamente determinata, specie nelle figure femminili, perché ti viene da chiederti: ma questa qui non si arrabbiava proprio mai? Ma le scatole anche solo per 5’ non le sono mai girate? Ma un piccolissimo dubbio una sola volta, un attimo di paranoia, non le è mai venuto? Poi la storia ti prende, il mistero che inizia a delinearsi e tu pensi che raggiungerà il culmine alla fine, si svela sulla metà ed entra in gioco un intrigo di impronta gialla… e poi si va in discesa. La narrazione sembra scorrere più velocemente e i pezzi del puzzle si incastrano uno nell’altro poco per volta. E tutto finisce come tu (o lui, nel senso di Dickens) avevi, se non proprio desiderato, almeno previsto come auspicabile.

Per continuare con Dickens: David Copperfield. Se avete visto il teleromanzo a puntate quando il mondo era ancora in bianco e nero, se avete letto un’edizione per ragazzi, mettete il tutto da parte e ricominciate da capo. Prendete il libro per intero, bello spesso, procuratevi un sacco di tempo e cominciate a leggerlo. E’ già un po’ che l’ho letto e forse il mio ricordo è impreciso, ma mi sembra che le notazioni di costume siano più leggere che in “Casa Desolata”, ci sono anche qui personaggi che ti chiedi come facessero a vivere tra espedienti e scrocco, ci sono i malvagi, ci sono le donne buone e belle e i benefattori. La Giustizia trionfa anche qui.

E adesso il mito dei miti: A. Dumas, padre.

Lasciate perdere riduzioni per bambini, lasciate perdere l’idea che la storia la sapete già e non val la pena prendere in mano il libro. Se un minimo vi attrae il feuilleton, leggete Alexandre Dumas.

I tre moschettieri. E’ l’inno all’amicizia. Lo sono anche i libri che costituiscono il seguito, ma qui l’amicizia è, si crea, si costruisce attraverso la lealtà, il rispetto delle regole e dell’altro, la correttezza cavalleresca, le zingarate, gli scherzi, la vicinanza che salvaguarda lo spazio personale. Quattro personaggi con i loro pregi e difetti, che si compenetrano e realizzano il motto (non ricordo più se è proprio nel libro o è venuto dopo) “Tutti per uno, uno per tutti”, che è: se ne esce insieme o non c’è salvezza, sono con l’amico nel momento del bisogno, vado in suo aiuto mettendo da parte le questioni personali, quelle al massimo ce le vedremo poi. Mi vien da dire: questi sono i libri che dovrebbero leggere i ragazzi oggi e poi mi chiedo: ma capirebbero la forza di questo valore? Si lascerebbero affascinare da ciò?

 

Loro, i 4, si delineano in questo romanzo, è come una conoscenza che si costruisce passo passo, come nella vita: D’Artagnan, il guascone giovane, inesperto, desideroso di affermarsi, ma attento e scaltro –non lo puoi ingannare- e soprattutto coerente e fidato; Aramis, il pretino, sempre un po’ in bilico tra belle damine ed abito talare, forse il più ambiguo e sgusciante, ma “per tutti” anche lui; Porthos, alla ricerca del titolo nobiliare, della pace e del ben mangiare e bere, grande e grosso e un po’ sempliciotto (gliele puoi contare senza troppa fatica, insomma); Athos, il mio preferito, un signore nel vero senso della parola, dal passato misterioso, coerente fino all’eccesso, apparentemente poco intaccabile dalle emozioni. Ed anche i servitori sono scelti ad hoc.

E poi i cattivi, la cattiva: Milady. La più perfida e malvagia che io abbia mai conosciuto. Confesso: ho letto questo libro in francese, durante una vacanza solitaria in Francia: mi ha coinvolto tantissimo e quando sono arrivata verso la fine, per un bel po’ non ho più avuto il coraggio di continuare: Milady era così cattiva che non ce la facevo ad andare avanti. Dopo un po’ mi sono armata di coraggio e sono arrivata alla fine. E il bene, dolorosamente, trionfa.

Tra l’altro, il francese, si legge tranquillamente. Provare per credere, se conoscete il francese.


Vent’anni dopo. Che dirvi? Sono passati 20 anni, ciascuno ha deciso cosa fare da grande, ma D’Artagnan ha deciso di continuare a lavorare per l’ente pubblico e, ad un certo punto, si trova nel bisogno e chiede aiuto agli amici. E qui si scoprono le carte. Questo è il libro di Athos: è un inno alla sua figura e alla sua signorilità.


Il visconte di Bragelonne.Il meno bello dei tre. Non ci sono più tutti e l’attenzione è presa da altre cose: questo visconte e le sue pene d’amore, la sua carriera militare, il regno di Luigi XIV, il Re Sole e la sua corte (bell’ambientino, quello). Ma i migliori ci sono sempre, un po’ invecchiati ma tenaci.

Fine della trilogia.


Il Conte di Montecristo è ambientato qualche secolo dopo, ai tempi degli esìli napoleonici. Anche qui potrebbero esserci immagini televisive che permangono: date ad Edmond Dantès la faccia che volete, ma leggetelo. Qui è la Nemesi che ha la sua vittoria. Non c’è scampo per i malvagi e tutto si incastra con una precisione millimetrica che fa pensare che il Conte è davvero un mastino. Anche qui si viaggia, ma c’è un maggior tocco di esotico, un occhio al Mediterraneo e all’Italia (viene descritto un Carnevale di Roma, che forse non aveva nulla da invidiare a Bagolino). Marsiglia e Parigi sembrano dei paesoni: tutti si conoscono, il nuovo suscita curiosità e fascino, ma nessuno vede più in là del suo naso.


Mentre scrivo mi è venuto da pensare: ma il giro dei politici a Roma non sarà per caso una cosa del genere ? E allora, quando arriva il Conte ?

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