Migranti: il Piemonte contro il suo stile

di Luigi Ghia.

La notizia era su tutti i giornali del 19 maggio 2021. Il Piemonte e la Lombardia hanno rifiutato di accogliere 120 profughi sbarcati a Lampedusa. In una divisione equa, sessanta profughi per regione.
Ancora una volta abbiamo dovuto assistere a una sorta di “braccio di ferro” tra Governo centrale e Regioni. Mentre le Prefetture si sono subito attivate per trovare una non difficile soluzione di accoglienza, le Regioni si sono opposte. I motivi politici e le rozze ideologie dei governanti regionali non sono difficili da individuare...

I vescovi piemontesi e i coordinatori laici delle Commissioni Regionali Caritas e Migrantes hanno fatto subito sentire la loro voce: pacata, ma ferma. La Chiesa c’è, anche là dove la Regione latita. Nel comunicato diffuso dall’Ufficio Comunicazioni sociali della diocesi di Asti (Marco Prastaro, vescovo della diocesi, è uno dei firmatari del comunicato) c’è una frase che dovrebbe essere messa in riquadro: “Lo sguardo concentrato su di sé non è mai stato lo stile della gente del Piemonte”.

È un’affermazione profondamente vera. Sento il disagio di doverla pronunciare. Sono piemontese fino al midollo. Sono innamorato – amo questa parola, che non è banale, senza mai vergognarmi di affermarla – del Piemonte e dei suoi abitanti. Delle sue colline, dei suoi prati, delle sue montagne. Della sua gente. Sono uno di loro, figlio e nipote di contadini, poverissimi (il nonno materno è stato uno s-ciavandari, parola piemontese che richiama il termine “schiavo”). Uno schiavo delle colline.

Ogni anno, il giorno di San Martino, i miei vecchi caricavano le loro poche masserizie su un carro trainato da due buoi e cercavano lavoro in un’altra cascina. Migranti, anche loro.
Enzo Bianchi ricorda in un suo libro che a casa dei suoi genitori c’era sempre un tavolo con, sulla tovaglia, una pagnotta di pane e un piccolo orcio d’olio. A disposizione di tutti i pellegrini che passavano da quelle parti.  

A casa dei miei nonni il caffè era sempre pronto per chi si presentava inaspettato. A chi chiedeva per favore un bicchiere d’acqua veniva offerto anche un bicchiere di vino. Questi erano i piemontesi. “Erano”, e mi vergogno solo al pensare che politici piemontesi abbiano rifiutato l’accoglienza a sessanta migranti. Sessanta, non seimila o sessantamila.  

Durante la guerra (abitavamo in città, in una zona industriale continuamente bombardata)  siamo stati ospitati da contadini sul cucuzzolo di una collina e quante volte, con i miei fratelli, abbiamo  dormito, insieme con i nostri genitori, sul fienile della cascina, salendovi su una lunga scala a pioli e facendo l’abitudine anche ai fruscii dei topolini di campagna. Abbiamo capito, fin da piccoli, che cos’era l’ospitalità. Un’ospitalità “povera”, perché povera è l’ospitalità.

Più tardi, solo più tardi, ormai adulto, ho capito l’intuizione vetero-testamentaria di Abramo. Aveva montato nel deserto una tenda aperta ai quattro venti, per accogliere l’Altro, lo straniero – quel “prossimo” che aveva lo statuto di straniero, di pellegrino, di “migrante”, da qualunque punto cardinale provenisse. E forse, nella sua saggezza lungimirante, già pensava a Lampedusa.
Oggi dobbiamo riconoscere, a quattromila anni di distanza che, anziché aprire le porte delle tende, preferiamo chiuderle e dichiarare guerra allo straniero, al disturbatore della nostra quiete; e questo rivela – oltre alle nostre paure – l’incapacità di leggere quella storia che abbiamo preferito rimuovere dagli studi scolastici e di rispondere, con dignità e rispetto, all’appello di uomini e donne senza futuro.

Non avremmo questa visione del mondo se non avessimo provato anche noi il timore, forse la vergogna, di chiedere ospitalità, di ottenerla e di accettarla come un dono.
Noi piemontesi questa esperienza l’abbiamo vissuta, siamo stati anche noi ospiti in terra straniera. Sarà per questo che chi è davvero piemontese si sente diverso da chi ci rappresenta.

Certamente abbiamo fatto molti viaggi nella nostra vita. Forse, quello che ci manca, è il viaggio nella memoria. E spero che anche le parole di chi ha il coraggio di dire: “Io non ci sto e questa visione miope non l’accetto” si mettano finalmente in viaggio.  

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