Buone ragioni per dire di no all'Agrivillage

A cura del Movimento Stop al Consumo di Territorio Astigiano.
Per chi ama camminare, la passeggiata da Asti alla chiesetta di Viatosto è l'ideale per non allontanarsi troppo dal centro e lasciare a casa l'automobile. Così centinaia di astigiani fanno soprattutto nel weekend.
Dal piazzale antistante la chiesetta lo sguardo spazia e si rilassa contemplando cielo, colline dolci, altre chiesette e cascine ...

Scendendo a guardare la valle, l'ambiente risulta urbanizzato, si notano case non proprio belle, aggregati produttivi, ma anche cascine e comunque il verde prevale.
La prospettiva di vedere trasformato quel verde, quei campi, quegli alberi in un centro commerciale di 15 ha, (per rendere concreta questa misura si pensi ad un'estensione di una ventina di campi di calcio) con finte cascine, finte torrette medievali, finte piazze e finti palazzi storici, e parcheggi, quelli sì, veri, moderni e affollati di auto, ci provoca un deciso senso di fastidio.
Ma il motivo estetico è solo uno dei tanti per cui da quando il Movimento Stop al consumo di territorio è a conoscenza del progetto in Val Rilate, lo ha visto con molta diffidenza e ha quindi organizzato varie iniziative per spiegare i motivi della sua avversità.

Solo tre anni fa furono convocati in un'unica serata, esperti e forze economiche - dunque NON le organizzazioni ambientaliste che da sempre sono pubblicamente contrarie al progetto e all'idea stessa contenuta nel progetto dell'Agrivillage - e tutti gli intervenuti dichiararano le loro motivazioni critiche e la loro piena "stroncatura".
L'allora presidente nazionale di Slow Food, Roberto Burdese, fece una disamina del business plan di Agrivillage e disse che si trattava di un progetto obsoleto e privo di chance di successo. Il presidente della Strada del Vino Astesana, Stefano Chiarlo, parlò di un progetto di valorizzazione contrario agli sforzi che il nostro territorio sta sviluppando per attrarre un turismo di qualità. I rappresentanti locali della Cia, Coldiretti, Confesercenti confermarono la necessità di agire sulle peculiarità di un territorio diffuso e ampio. L'Ordine degli Architetti ribadì l'esigenza di riqualificare l'esistente anzichè proporre nuove suggestioni "artificiali" come un finto borgo monferrino. Tecnologi alimentari e trasportisti evidenziarono criticità ulteriori.
Gli aderenti al Movimento credono che le conclusioni di quella serata, insieme alle 2.000 firme contrarie alla realizzazione di Agrivillage come di altri centri commerciali, raccolte immediatamente dopo, dovrebbero essere più che sufficienti per archiviare per sempre un progetto che nulla a che vedere con lo sviluppo del nostro territorio.

Malgrado questa manifesta opposizione di un elevato numero di cittadini, il progetto, con alcune variazioni rispetto all'idea originale, è andato avanti e ci si trova ancora a discuterne.
Inizialmente si parlava soprattutto di promozione e vendita di prodotti locali, per favorire soprattutto i piccoli produttori. Nel documento inviato dalla società proponente al comune il 6 aprile 2016 si parla, invece, di manifestazioni di interesse da parte di aziende "riconosciute come eccellenze nel proprio settore (food e no food, in minima parte), che appartengono a 11 diverse province del Nord Ovest, che richiedono botteghe con un taglio di circa 100 mq, hanno un fatturato medio di 2-3 milioni di euro, (escludendo le aziende no food) e ritengono di impiegare nelle proprie botteghe 3 unità lavorative".
Infine, forse per non rinnegare completamente le premesse storiche del progetto, si aggiunge che nel novero di queste imprese, sono inclusi soggetti del territorio locale (non specificando se si tratta di ambito comunale, provinciale o regionale), in ragione di un 20 % circa. E qui, mi pare, venga meno l'interesse delle associazioni di categoria agricole che tutelano le microimprese, che da definizione della Commisione Europea, sono quelle che occupano meno di 10 persone e realizzano un fatturato annuo [oppure un totale di bilancio annuo] non superiori a 2 milioni di Euro.

Ora, ammesso che qualche impresa della provincia astigiana (se è questo il territorio locale cui ci si riferisce), desideri entrare nel "finto villaggio", non coinciderebbe la tipologia media di questa fattispecie con quelle che hanno già manifestato l'interesse.
Ricordiamoci, infatti, che in provincia di Asti sono state registrate nell'ultimo censimento Istat - che risale al 2010 (dato un po' vecchiotto, ma che si può considerare valido con una flessione dei numeri) - 8.767 aziende in totale. Di queste più del 95 % sono ditte individuali in cui il conduttore esercita l'attività sul suo fondo da solo o con l'aiuto della famiglia (raramente e stagionalmente assume braccianti).
Pare un po' difficile che, oltre alla stretta attività produttiva, un agricoltore tipico della nostra provincia possa anche organizzare una vendita in un locale di quelli teoricamente messi a disposizione nel finto villaggio monferrino di cui stiamo parlando, né tanto meno possa pagare qualcuno perché ci stia al posto suo.
Dallo stesso censimento poi si scopre che il 64 % delle aziende ha una superficie inferiore ai 5 ha!

Nel verbale del tavolo di lavoro del 24 settembre 2015, si sosteneva però che il villaggio potesse essere un "luogo d'incontro per dare un servizio al settore agroalimentare d'eccellenza, agli operatori, ai consumatori, ai piccoli produttori, ai piccoli commercianti".
Questa ripetizione dell'aggettivo "piccolo" sarà stata introdotta per convincere la passata amministrazione che si trattasse di un sistema di Piccola Distribuzione Organizzata? Forse ... perché l'aggettivo Grande, seguito da quelle altre paroline, si diceva da più parti che non fosse proprio adatto ad una nuova realizzazione nella periferia di una città il cui piccolo commercio risultava asfittico.

E infatti, negli stessi "Considerata" del verbale della Delibera di Giunta Comunale del 9 giugno 2016, si affermava che “la GDO ha tendenzialmente avuto un impatto penalizzante rispetto alla distribuzione classica, implicando dinamiche di potenziale desertificazione dei luoghi del commercio tradizionale (vedi Centro storico)”.  
Ancora ... vengono decantate nella riunione del 24 settembre 2015 del Tavolo (ricordiamo: Tavolo dei soli SOSTENITORI del progetto) le seguenti caratteristiche del "villaggio": “opportunità di sviluppo dei territori (quali??), luogo di cultura alimentare, cash and carry del prodotto tipico (e questo ci sa tanto di GDO...), un punto d'incontro e di scambio per i produttori, una fattoria didattica per i bambini, un grande mercato di vendita...”.
Ora, in una provincia dove si annoverano più di 230 aziende agrituristiche (dati Istat 2015), e una trentina di fattorie didattiche autentiche (dal sito ATL), il nostro territorio ha bisogno di quanto promesso ?

A queste motivazioni vanno poi aggiunte tutte le criticità che da anni muoviamo al progetto sotto il profilo ambientale e del danno paesaggistico e che sono ormai noti a tutti e sono interamente e significativamente riassunte nel documento di osservazioni che la Regione Piemonte ha trasmesso al Comune e alla Conferenza dei Servizi e che segnalano puntualmente le criticità esistenti e la piena discordanza del progetto rispetto alle norme regionali sul consumo di suolo, che indicano di agire sul riuso dell'enorme patrimonio edilizio inutilizzato esistente, evitando nuove "colate" di cemento e asfalto. Ci si augura che questa documentazione sia a conoscenza di tutti i consiglieri comunali e costituisca il punto di partenza per il parere contrario al progetto Agrivillage.

Infine, anche le forze sindacali dei lavoratori da tempo si sono espresse in materia. Il nostro Forum nazionale Salviamo il Paesaggio e la Fillea/Cgil hanno infatti congiuntamente siglato un documento dall'eloquente titolo: "PER LA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL PAESAGGIO, UN FUTURO ALLE LAVORATRICI E AI LAVORATORI DELLE COSTRUZIONI: CONSUMO DI SUOLO ZERO", che indica il percorso di sviluppo da perseguire per ridare smalto al comparto edile attraverso riuso e recupero e non nuove costruzioni. Per il Forum fu proprio un astigiano, Alessandro Mortarino, a siglare questo importante "manifesto" che impegna senza deroghe anche il sindacato astigiano con cui da sempre condividiamo percorsi.

Quindi chiediamo agli amministratori di valutare bene tutti gli aspetti, quelli che paiono positivi (se sono realistici) e i numerosi aspetti negativi di cui vi stiamo parlando, perché una volta gettato il cemento su quell'area grande come 20 campi da calcio, il terreno fertile che c'è ora sarà morto per sempre (o quasi) ...

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