Dalla strada alla casa: ecco il welfare di comunità che si basa sulla reciprocità

di Maurizio Bongioanni.

Cosa succede a un rifugiato dopo un anno di accoglienza? C'è chi va in altri paesi, chi finisce in canali poco raccomandabili, e chi viene accolto grazie a progetti che creano occasioni di scambio e reciprocità. Il progetto "InStradAAA" va in quest'ultima direzione e a parlarne sono stati gli operatori della Coop Alice e alcuni protagonisti, in una serata organizzata ad Alba presso il CPIA di Via Michele Coppino...

Ci sono due tipi di affiancamenti proposti dal progetto. Il primo è comunemente chiamato "dal caffè al bar": il tutor, che è una persona interessata a conoscere il rifugiato, è disponibile a passare del tempo insieme, per superare certe etichette, per superare la logica di servizio "operatore-accolto". Tra Alba e Bra ci sono 23 tutor con 14 rifugiati coinvolti, da un anno.
 
Poi c'è l'accoglienza in famiglia, sicuramente più impegnativa ma forte di esperienza umana. Il rifugiato si trasferisce in casa di chi accoglie, il tutor diventa la sua famiglia per un certo periodo, o un coinquilino. Ad Alba si è costituito un vero Gruppo Famiglie e poi c'è Refugees welcome, vero punto di riferimento per chi apre le porte di casa propria. Ci sono 9 famiglie e 6 rifugiati coinvolti tra Alba e Bra.
 
Tra questi c'è Omar che viene dal Gambia, ha 23 anni, gli piace giocare a calcio, e grazie all'affetto della famiglia di Anna ha trovato il suo equilibrio: oggi ha un lavoro a tempo indeterminato da Decathlon e si è preso in affitto un alloggio. Pur essendo un ragazzo molto intelligente e integrato (ha pure un lavoro), ha ricevuto il diniego alla sua richiesta di permesso e ora si ritrova in una situazione di limbo: con il nuovo decreto sicurezza non si va più a giudicare se il rifugiato si è integrato, ma si valuta solamente la situazione del paese di origine. Ora in Gambia non c'è più la guerra, quindi Omar dovrebbe tornarsene là.
Nonostante questo, Omar non perde l'ottimismo e ha sottolineato l'importanza di avere una madre che ti prepara i manicaretti e un padre che ti porta a 70 km per frequentare l'università: nel suo paese tutto questo non c'è. "Non giudicate chi si comporta male tra i rifugiati, chi spaccia ad esempio: cercate l'approccio con fare educativo, perché quella persona è privata dei suoi bisogni primari, cioè non ha cibo. Cercate sempre la via del dialogo" invita Omar con un impeccabile italiano. 
 
Tutti i testimoni di questa ricca serata vengono dall'Africa ma si considerano per metà italiani in ragione del rapporto di affetto costruito con la famiglia tutor. Non condannano chi ignora gli stranieri, perché chi lo fa non conosce la situazione di chi emigra, di chi chiede rifugio. "I buoni e cattivi ci sono ovunque, in Africa come in Italia" si sente dire da uno di loro.
 
 
Per avere più informazioni sul progetto e candidarsi come tutor (sia per prendere un caffè sia per accogliere) è sufficiente collegarsi a http://www.instradaaa.it/ 
 

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