Caro energia: è la finanza, bellezza!

di Marco Bersani, Attac Italia.

Siamo alle soglie di un autunno drammatico. L’inflazione e l’impennata dei prezzi dell’energia prefigurano una stagione di pesante peggioramento delle condizioni di vita di ampie fasce di popolazione e di possibile chiusura di moltissime attività economiche. Tutto questo dentro un contesto di crisi plurime di un modello economico che ha già prodotto emergenza sociale e povertà, una guerra che rischia di precipitare tutte e tutti nel baratro e una crisi eco-climatica che ha mostrato, per tutta l’estate, l’anteprima delle devastazioni possibili...

Il mostruoso aumento dei costi del gas e dell’energia elettrica viene spiegato dalla narrazione dominante come conseguenza della guerra in Ucraina e della riduzione delle forniture di gas dalla Russia. Quindi come un fatto inevitabile, cui occorre far fronte –su questo tutti i maggiori partiti sono ancora una volta unanimi- con aiuti pubblici alle imprese, nuovi bonus una tantum per le famiglie e un probabile razionamento delle forniture e dei consumi.

È davvero così? No, ancora una volta siamo di fronte a una mistificazione, alimentata artificialmente per non affrontare i nodi sistemici di fondo. Vediamo quali sono. Il primo è che l’energia, invece di essere considerata un bene comune, è diventata una merce e come tale è stata privatizzata e gestita secondo le leggi del mercato. Il secondo, conseguente al primo, è che è stata trasformata in un bene finanziarizzato, soggetto in quanto tale alla speculazione finanziaria delle imprese che la producono e dei fondi di investimento.

In Europa, il prezzo del gas viene stabilito dal Title Transfer Facility (TTF) di Amsterdam, un mercato virtuale istituito nel 2003 dall’Unione Europea. In questa sede non avviene, se non in piccolissima parte, quello che dovrebbe succedere in un mercato, ovvero la compravendita di un bene reale; avviene uno scambio continuo di titoli finanziari –i cosiddetti future– che approfittano dell’instabilità degli approvvigionamenti determinati dalla crisi bellica, per speculare sul bene e incassare giganteschi profitti. Solo per fare un esempio, questo ha permesso ad Eni extraprofitti pari a 7,3 miliardi di euro (+600%) nei primi sei mesi di quest’anno.

Gli aumenti che investiranno i redditi delle famiglie sono interamente legati a questi processi di speculazione finanziaria che nessuno ha intenzione di mettere in discussione. Le misure di intervento pubblico proposte non intaccano il meccanismo, ma chiedono semplicemente allo Stato di farsene carico aumentando il debito pubblico (per poi, in futuro, agitarlo come spada di Damocle verso reddito, diritti, servizi).

Tutto questo dentro un contesto nel quale la transizione ecologica è stata messa completamente da parte e si pensa a un futuro con più gas, più carbone e con la riapertura al nucleare.

Siamo dentro un paradosso apparentemente inestricabile: dovremo pagare bollette stratosferiche che incideranno pesantemente sulla vita delle persone e dovremo subire gli effetti collaterali di un caro energia fuori controllo, dall’aumento dei prezzi al consumo alla perdita di posti di lavoro per la chiusura di molteplici attività economiche; e tutto questo per alimentare un modello energetico che va in direzione totalmente contraria a quello che servirebbe per contrastare i cambiamenti climatici. Di fatto, ci chiedono di pagare per vivere peggio ora e per compromettere ulteriormente il nostro immediato futuro.

E se improvvisamente non rispettassimo il copione assegnatoci? Se dicessimo, tutte e tutti assieme, che non siamo più disponibili a pagare per alimentare la speculazione finanziaria e per peggiorare le condizioni della vita sul pianeta? In Inghilterra, lo stanno facendo e sono già alcune centinaia di migliaia. Se lo facessimo anche qui?

Articolo già pubblicato su il manifesto del 3 settembre 2022 nella rubrica “Nuova finanza pubblica“.

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