Con Nanni Salio. Gandhi: «In mezzo alla morte persiste la vita»



di Enrico Peyretti.

Dalla morte di Nanni Salio, molti di noi sono stati spinti a riflettere sul nostro morire. Noi viviamo una piccola vita, e una vita grande. La piccola vita è questa individuale, molto limitata, fragile, Nanni diceva “impermanente”. Una vita tanto più piccola e misera se è un vivere egoista, tutto per noi, dalle prospettive piccine, ristrette. La vita è troppo piccola in una società in cui ognuno vive per sé, tutti in competizione e rivalità, per avere più che essere, per prendere più che dare: una società di rivali e non di soci, di alleanze armate e non di amicizie, di guerre private che producono guerre di stati e di bande ...

Ma c’è anche una vita grande: un vivere che guarda a obiettivi degni di una umanità più compiuta: un vivere gli uni con gli altri, gli uni per gli altri, dove ognuno dà il meglio di sé, cerca di collaborare a costruire valori, riceve e dona, dona e riceve; un vivere in cui, nonostante i nostri limiti e difetti, c’è una buona dose di sincerità, fiducia, gratitudine, generosità, gratuità. Anche se la società è governata dal denaro e dalla speculazione predatoria, ci sono pure reti di persone che vivono in grande, non perché siano o si credano superiori, ma perché respirano una vita più grande. La nostra vita ha il valore di ciò che va cercando.

La vita piccola e meschina si accartoccia nel suo limite, la troviamo tutta finita nei limiti di spazio e di tempo che ci circoscrivono. L’avaro muore dentro la sua avarizia. La vita grande, vissuta da persone anche modeste e umili, vive tutti i valori più umani, più veri, più aperti alla giustizia, alla libertà e all’amore, e perciò ad una umana felicità possibile. E’ vita grande perché ci associa a tutti i viventi, anche di ieri e di domani, a tutte le vite più illuminate, come a quelle schiacciate, soppresse, ignorate. E’ quella che Aldo Capitini chiama “compresenza dei vivi e dei morti”, e di tutto ciò che vive o ha vissuto. Nanni aveva Capitini come uno sei suoi maestri di vita.

Noi, piccoli e mortali, fragili e incerti, siamo avvolti, abbracciati, come dal cielo e dall’universo, da una realtà viva che sapienze, religioni, filosofie, tradizioni, chiamano e pensano in vari modi, oppure anche mettono del tutto in dubbio. Noi possiamo pensare, e in certi momenti anche intuire, che questa sfera di vita più grande di noi, ci abbracci e ci nutra silenziosamente, e anche amorevolmente, come il seno di nostra madre ci ha formato e nutrito, con un bene di carne e di spirito, prima e dopo la nostra nascita personale. Possiamo pensare, sperare, ipotizzare, possiamo anche credere, sulla fiducia verso qualche “grande anima” – per molti di noi Gesù Cristo – , che quella superiore sfera di vita ci accolga, come braccia materne, quando la malattia, la vecchiaia, la morte ci rifanno piccolissime creature prive di tutto, bisognose di tutto, sull’orlo della ricaduta nel nulla.

Possiamo sperare questo? Forse un segno è nel fatto che chi muore è per noi un appello radicale ad una crescita della nostra umanità: siamo feriti dalla perdita di una calda presenza, ma siamo chiamati a coltivare intensamente il ri-cordo (ritenere dentro di noi, come una madre, vicino al cuore) del volto, delle parole, dell’azione di chi è morto. La sua vita passa un poco in noi: mentre la perdiamo la troviamo. Per questo dei morti si dice bene: perché è il loro bene che viene a noi, non il resto, non le scorie, e abbiamo bisogno di riconoscere tutto quel bene.

Se tutta la nostra umanità, tutto il suo significato è appellato e messo in gioco dalla morte dell’amico, vuol dire che quel suo passaggio oltre l’orizzonte visibile, ci mette in qualche (almeno momentaneo) contatto con una sfera di umanità non solitamente sperimentata. Che cosa è il nostro vivo intenso ricordo dei cari morti, così tanto silenziosi, se non l’ascolto intimo e tacito di una sfera di vita più grande di questa? Si può pensare così, senza certezza ferrea, o anche restare incerti, scettici, ma forse non si può avere la certezza negativa, di un nulla decisivo che annulli questa vita.

Il morto caro ci porta con sé, affettivamente più che cognitivamente, in una sua sfera che, pur nel dolore, ci consola: infatti diciamo che i morti sono nella pace, nel riposo dai travagli e dalle illusioni di questa vita, che pure amiamo e difendiamo. Li sentiamo nella pace, che è il compimento ideale della vita. Essi sono passati nel travaglio della morte, a volte atroce, ma forse ora respirano una pace viva. Possiamo intuire questo perché noi cerchiamo una vera pace qui, per tutti, nelle vicende della storia.

Allora, chi, come Nanni, ha vissuto e lavorato per quei valori della vita più grande, possiamo ora pensarlo e sentirlo appartenente alla sfera di luce che riscalda e chiama avanti questa nostra piccola vita che incontra la morte. Noi siamo ciò che cerchiamo. Chi, come Nanni, ha vissuto per costruire la pace nonviolenta (una pace non imperiale) tra i popoli, le culture, le persone, chi come Nanni ha vissuto per gli altri, è accolto e vive nella Grande Vita.

Gandhi, su colui che comunemente è chiamato Dio, scrive: «…vi è una forza vivente, immutabile, che tiene tutto assieme, crea, dissolve e ricrea. Questa forza o spirito informatore è Dio (…). E questa forza è benevola o malevola? La vedo esclusivamente benevola, perché vedo che in mezzo alla morte persiste la vita, in mezzo alla menzogna persiste la verità, in mezzo alle tenebre persiste la luce».
(Gandhi, Antiche come le montagne, Edizioni di Comunità, Milano 1965, p. 100).

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