Malaria e regali di Natale ...

di Bruno Giaccone (Associazione Dodiciceste), con una introduzione di Daniela Grassi.
ImageE così, siamo arrivati di nuovo a dicembre. E dopo una serie di anni in cui tutti coloro che sono attenti e sensibili ai destini dell’uomo e del pianeta, hanno messo in atto una riflessione sugli acquisti, sugli sprechi e sugli effimeri slanci consumistici legati alle festività natalizie, ecco che improvvisamente, in contro tendenza e pare, per il bene comune, veniamo invitati a consumare, consumare, consumare ...

L’invito ci proviene dal governo, per risollevare le sorti dell’economia nazionale, ma non solo: ad esempio, ad “Anno Zero”, anche Michele Santoro ha rivolto, a chi il denaro lo possiede, lo stesso invito, visto quasi come un gesto di solidarietà per ridare ossigeno alla produzione.
Ammesso che il suggerimento sia quello giusto e che non sia invece proprio questo il momento per rimettere in discussione molte false credenze sui nostri stili di vita, forse varrebbe almeno la pena di chiedersi che cosa andiamo a consumare, nel sacro intento di rialzare le sorti della patria.
La lettera che segue, scritta da Bruno Giaccone, volontario dell’Associazione astigiana “Dodiciceste” (http://www.dodiciceste.org), datata 15 novembre 2008 e proveniente dal Mozambico, può forse aiutare a fare qualche riflessione in merito e non solo, visto che dopotutto è Natale, visto che si celebra la nascita di un povero tra poveri, di un fragile tra i fragili e visto che, prima di rimettere in moto qualsiasi sistema economico, sarebbe il caso di pensare alle basi su cui si fonda e se rispetta i principi di quella Dichiarazione Universale del Diritti Umani di cui, mercoledì 10 dicembre 2008, nel silenzio quasi generale, si celebra il 60° anniversario.
In caso contrario, forse, ognuno di noi potrebbe fare un bel regalo prenatalizio a se stesso e al mondo, cominciando, con le proprie scelte personali, a non farsi complice di chi quei diritti li considera carta straccia.
Con l’augurio che il nostro dicembre si rifiuti di essere gretto e infelice come il vecchio Scrooge dei “Racconti di Natale” di Dickens.

Daniela Grassi



Quelimane, 15 Novembre 2008.
Che ci fosse il rischio di contrarla lo sapevo e quando ho visto i risultati degli esami non mi sono sorpreso più di tanto. Non è gradevole, si sta abbastanza male, soprattutto quando vuoi comunque fare le cose che hai da fare perché il tuo tempo è limitato e non puoi rimandare molto.
Comunque la sopporti sempre meglio della gente del posto.
E perché ? Perché, con una scusa o l'altra, la tua alimentazione è comunque diversa.
Tu compri l'acqua minerale che costa moltissimo, ma non ne puoi fare a meno altrimenti ti becchi la diarrea; poi puoi permetterti di non mangiare solo polenta e fagioli, ma riesci a variare la tua dieta, magari andando a fare spesa ogni tanto al negozio dei ricchi dove trovi anche alimenti di importazione.
Erano alcuni giorni che i miei soliti acciacchi si facevano sentire maggiormente e a loro si aggiungevano disturbi diversi e un po' pesantini. Ho deciso di trovare il tempo di andare a fare gli esami, all'ospedale pubblico ovviamente.

Confesso che non stavo bene, faceva molto caldo, in questi giorni la temperatura tocca i 40°
all'ombra, ma ho rifiutato lo stesso di saltare la fila, volevo vedere.
Vedere cosa ? Vedere la sofferenza. I bambini in braccio alle loro mamme sfinite dall'attesa, ma anche dalla fame, dalla fatica di accendere un po' di legna per cucinare un po' di miglio insufficiente persino ad una gallina. Vedere occhi senza più espressione, che non sai se è rassegnazione o se sono già morti.
Ho fatto la “biscia” come la chiamano qui, per provare con loro cosa significa aspettare sofferenti nel corpo e nell'anima che ti diano una pastiglia per sperare ancora per qualche giorno.

Un po' più in là, ci sono i managers che si stanno portando via legnami pregiati, pietre preziose, petrolio, frutta e quant'altro servirebbe a vivere dignitosamente a questa gente.
Qui c'è tanta frutta: mango, anacardi, ananas, papaie, banane, ma la gente non mangia, perché tutto è molto caro perché destinato alle nostre tavole europee.
Per favore, per carità, non comprate più questi prodotti. Non è vero che toglieremmo occasioni di guadagno, la merce resterebbe sul posto e costerebbe di meno, la gente del posto potrebbe così mangiare i loro prodotti, e anche non morire di malaria.
Sono ormai convinto che lo scambio equo è un inganno, la globalizzazione serve solo ad arricchire i Paesi ricchi, e nemmeno tutti i loro abitanti.

Vi scongiuro: mangiate le mele, le fragole e gli altri frutti del vostro Paese alla loro stagione, sono buonissimi. Non mangiate frutti di importazione, non ne conoscerete mai il vero gusto perché arrivano immaturi, e poi vi rendereste complici di uno sterminio di massa, perché comprando quei frutti, li sottraete alle mense di chi li produce e muore di fame.
La frutta di importazione costa troppo, costa troppo il suo trasporto, costa in termini di inquinamento perché le navi e gli aerei vanno a petrolio; costa troppo in termini di violenza, perché per il petrolio si fanno le guerre.

Ho la netta impressione che ogni volta che io mangiassi un ananas, anche inscatolato, ucciderei un bambino africano.
O forse la frutta esotica è diventata una nuova forma di “dipendenza” come l'eroina e le altre droghe ? Tanto da non poterne fare a meno, fino al punto di uccidere per fame dei bambini !


Fraternamente, pastore Bruno Giaccone.

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