di Daniela Grassi.

Mi sono accorta che se scrivo “femminicidio” al PC, il sistema operativo sottolinea in rosso la parola, ne dubita, non la riconosce, è titubante. Questo mi ha portato ad alcune brevi riflessioni che vorrei condividere.
Io, al contrario del sistema e di chi lo programma, so bene cosa significa femminicidio, non ho dubbi, so bene quanto sia importante il consenso nei rapporti tra le persone, un consenso che non riguarda solo le azioni e i rapporti fisici, anche se in questo caso è (o dovrebbe essere, visto che si tenta di negarlo prima di tutto nella legislatura) fondamentale e, si direbbe, naturale poter dire sì o no ed essere rispettate/i...

Un consenso il cui valore al contrario, viene negato, in maniera subdola e strisciante, fin dall’infanzia, tramite una diseducazione al rispetto dell’altra o dell’altro. Spesso, chi è cattivo maestro o maestra, nemmeno si accorge di passare un messaggio sbagliato, di creare giustificazioni a chi valica i confini di chi ha di fronte con la forza, e non se ne accorge perché a sua volta ha dentro di sé nozioni apprese da una cultura antica e retriva. Temo che sia successo a tutti, in qualche caso, che per qualche verso non si ci sia resi conto di comportarci attraverso quelle regole senza rispetto o di averle passate ad altri, a discapito del nostro bene e del loro.

Si tratta di quelle regole che creano la palude soffocante e lubrica per cui alla fine è la vittima del sopruso a dover dimostrare di non aver fatto nulla per provocare la sua rovina, a discolparsi dell’offesa subita. Palude che conosciamo bene e che cresce florida a volte apparentemente in un attimo improvviso di violenza. Ma sappiamo bene che non è così, perché cresce invece in mesi e in lunghi anni e tutte e tutti dobbiamo chiederci, con estrema sincerità, se occupi anche solo una piccolissima parte di noi e se, pur non rendendocene conto, ne stiamo lasciando cadere i semi in qualcuno o negli ambienti che frequentiamo.

Questo è un discorso che riguarda non solo la sfera dell’approccio e della relazione sessuale, ma ambiti ben più ampi: riguarda il modo in cui guardiamo chi non condivide la nostra cultura, la nostra fede, le nostre idee politiche, i nostri costumi. Riguarda il nostro sguardo sul mondo e come dal mondo ci sentiamo guardati e considerati.

Riguarda, alla fine e come sempre, il mondo dei diritti umani e non solo, poiché oggi sappiamo che si estende a tutti i viventi. E se, anche qui al contrario di ciò che si tenta di far passare, l’educare ai diritti attraverso l’affettività e i mezzi nonviolenti, è essenziale fin dalla prima infanzia e responsabilità di tutti noi adulti, è anche e prima di tutto alla nostra interiorità che dobbiamo guardare, perché è un discorso che riguarda la salvezza di ognuno e di tutti ed è un discorso, profondo e vasto, spesso anche scomodo e spigoloso, che dobbiamo impostare con sincerità con noi stessi e con chi abbiamo intorno.

Un discorso che non dobbiamo e non possiamo più rimandare se vogliamo davvero tentare di essere quel cambiamento che desideriamo, subito e per il tempo che verrà.