La preoccupante normalità dell’ATC



di Carlo Sottile, Coordinamento Asti-Est.


La prima reazione è stata di incredulità e stupore. Ecco che torna il tema letterario del «doppio» mi sono detto. Con l’ex direttore amministrativo dell’Atc ho condiviso spunti di analisi, questioni interpretative di una legge «scritta male e in fretta» (la L.R. 3/2010) e il tempo di lunghe e civili discussioni. Mi pareva che avesse, con la competenza, anche l’orecchio ai toni critici e rivendicativi con cui gli ponevo la soluzione di questo o quel problema ...

Certo non tutto filava liscio. Una volta, durante uno sgombero, gli ho dato del «fascista», ma è stato un mio eccesso. Quando ascoltavo il racconto dei colloqui che gli assegnatari avevano con lui, per concordare i cosiddetti «piani di rientro dalla morosità», il mio giudizio volgeva al peggio. Da una parte l’assegnatario, indotto a fare una sorta di audit del proprio debito, spese impreviste, reddito precario, l’ultimo nato, l’acquisto incauto. Dall’altra un revisore dei conti e dei modi di vita, il giudice di norme e di presunte regole morali dell’Agenzia. Insomma, della serie «chi è povero è colpa sua».

Tutto il contrario, dovevo amaramente constatare, dei rapporti di autogestione che caratterizzavano un tempo le regole e l’attività dell’edilizia residenziale pubblica. Negli anni 70, i direttori, gli amministratori e gli assegnatari erano impegnati ad affermare il diritto all’abitare e dunque a dare il loro contributo per realizzare la promessa di uguaglianza dell’art.3 della Costituzione.

Oggi, non a caso in una situazione dell’Agenzia sull’orlo del fallimento, alcuni sindaci si sono accorti che qualcosa nei conti non tornava. Con l’intervento della magistratura, hanno scoperto una procedura ad personam, che trasferiva soldi pubblici nelle tasche del direttore amministrativo. Meglio tardi che mai, ma nessuno ha colto la preoccupante «normalità» di quel che è accaduto; nemmeno i responsabili in ruoli elettivi nell’Agenzia, che si limitano a chiedere controlli più severi o dichiarano di non essersi accorti di nulla. La corruzione negli enti pubblici è un fenomeno diffuso. Più viene caricato di moralismi e riflessi d’ordine, più si mostra inarrestabile. I funzionari in segreto conflitto o complicità con il loro «doppio», frequentano con inquietante disinvoltura gli uffici della pubblica amministrazione. E guarda un po’ i valori di questo «doppio» sono opportunismo, cinismo e uno sviscerato amore di sé. Sono i valori della cultura che ha dominato la vita pubblica e privata per almeno 30 anni, quella cultura del mercato «senza se e senza ma», dell’individualismo proprietario e della competizione, forgiata dal potere con tutti i mezzi. E’ l’affermarsi di questa cultura che ha spento in tutti gli enti pubblici le finalità sociali e i valori civili della solidarietà e della cooperazione, avuti in consegna dalla volontà dei costituenti, e dal quel testo, la Costituzione, la cui lettura oggi non ha alcuna eco nelle coscienze dei più e nella costituzione materiale del Paese.

In questo percorso «decostituente» è stata rottamata anche la politica della casa popolare. L’abolizione della Gescal, dell’equo canone e le privatizzazioni hanno condotto all’esito presente. Una residualità della edilizia residenziale pubblica, le Agenzie ridotte a ibride immobiliari, il rapporto tra Agenzie e assegnatari privato di ogni consapevolezza del diritto all’abitare, le persone e le famiglie derubricate nella categoria dei «meno abbienti», ridotte a destinatarie di provvedimenti elaborati nell’oscuro cielo della politica.

Sono sicuro che è in questo contesto che nasce e si sviluppa la corruzione. Sono sicuro che solo gli assegnatari e i cittadini con bisogni abitativi insoddisfatti, organizzati e coscienti dei loro diritti, possono cambiare le cose. Nessuno di quelli che adesso invocano nuove regole e commissioni di inchiesta ha le carte per questo compito; sono troppo compromessi. Bisogna ritrovare le ragioni dell’autogestione di un bene pubblico, di una lotta che vale la pena di fare perché rompe la solitudine e unisce la sorte di ciascuno alla sorte di tutti. Ci vogliono atti di ribellione e di passione civile.

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