Ciao Carlo, hai seminato: qualcosa crescerà…

di Alessandro Mortarino.

Quando ho visto il volto di Carlo Sottile replicarsi sui social accompagnato da frasi brevi e secche, quasi tutte inizianti con la parola “addio”, ho preferito chiudere tutto: connessioni, tecnologie, persino il pensiero. Anzi: il pensare. La morte è l’unica certezza per noi distratti esseri viventi, ma è puntualmente un concetto astratto, che pare non toccare le persone a noi più vicine e alle quali, intimamente, attribuiamo il dono dell’immortalità. Carlo non era più – anagraficamente - un giovincello e negli ultimi tempi la salute lo aveva ripetutamente provocato. Ma Carlo era Carlo, uno di noi e - forse - proprio noi stessi. Dunque immortale…

Ma non facciamola troppo grossa, perché a lui non sarebbe piaciuto e non piacerebbe.
Carlo Sottile ha lasciato, e per sempre, la crosta terrestre. Le sue utopie restano, immutate: sono provocazioni, testimonianze, esempi. Carlo le ha lasciate sul davanzale della finestra, fumanti come una torta dolce appena sfornata. Può darsi che un ladro, furtivamente, se ne appropri oppure che un affamato colga l’occasione: Carlo e Mirella non se ne dispereranno. Il futuro è fatto di gradini, le scale sono di chi ha rinunciato e Carlo resterà come uno specchio per chi avrà desiderio di alzare la testa.

Quando una persona mi lascia non riesco mai a non cadere nel tranello dei ricordi: la prima volta che lo incontrai, l’ultima telefonata, l’ultimo scambio di messaggi. In un’altra occasione non ci penseresti; oggi, invece, è diverso ed è un esercizio intimo da trattenere dentro di se’ perché questo non è il momento di commiati lacrimosi e neppure di bilanci.
L’ultima volta che mi chiamò al telefono mi domandò: «sei libero o sei occupato?» e io gli risposi «io sono sempre libero, sei tu che sei sempre occupato», richiamando ovviamente le sue azioni nonviolente per il diritto all’abitare. Breve silenzio e poi la sua freccia: «sono occupato perché sono libero», con tutta la reciproca ironia con cui ci piaceva dissacrare la realtà.

Ogni tanto gli ricordavo il nostro primo incontro, davanti alla sede astigiana della CGIL dove si riuniva il primo nucleo di attivisti del locale Social Forum. Era la prima volta che Marisa e io partecipavamo ad una assemblea/riunione di questa Rete che ci appariva allora come l’unica soluzione per ri-costruire una coesione sociale. Incontro fissato alle ore 21, noi puntualissimi e nessun presente, perché gli attivisti iniziarono ad arrivare – con calma – dopo 10, 20, 30 minuti.
Le Rivoluzioni arrivano sempre in ritardo.

Tra loro anche Carlo che ci squadrò con occhi severi e curiosi e disse: «e voi, da dove arrivate?» e, a seguire, «avete una tessera di partito in tasca? E che quotidiano leggete?».
Domande che stordirebbero anche un bue (figuriamoci due…) formulate da un anatomopatologo politico che, in quel frangente, appariva come un padre burbero, inconsapevole di incutere timori e stimolare una gran voglia di andare lontano. Sì, ogni tanto glielo ricordavo, con il gusto dell’incallito provocatore che conosce le altrui piaghe e gode nel torturarle. E lui sorrideva, ancora una volta non erano necessarie altre parole.

Tutto il resto, di Carlo, preferisco tenerlo per me, ma se fate una semplicissima ricerca su Altritasti (tasto CERCA NEL SITO, digitate CARLO SOTTILE e poi ricercate come FRASE ESATTA) troverete decine di suoi contributi profondi, eleganti e documentati che dicono molto di più di quanto si può aggiungere oggi.
Non solo: leggetevi questa intervista a Carlo.
E’ datata 28 gennaio 2008, un secolo fa?
No, purtroppo è ancora pienamente moderna. Ecco perché la strada di Carlo è ancora lunga.

Dai, Carlo, quanto lavoro sociale ancora ci attende...

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