Il dono

di Paolo X Viarengo.

Una mamma porge il suo seno al figlio e gli dà il latte. Lui succhia e poi alza il faccino sorridente verso di lei. Lei sta bene, è calma e rilassata. E’ ovvio. Naturale. Una mamma prima di allattare il suo bambino s’informa sul prezzo del latte. Misura più o meno quanto latte succhia suo figlio al giorno. Fa due conti, va dal marito e gli chiede un paio di euro. Poi, e solo poi, allatta il figlio. E’ il mondo in cui  viviamo noi, dominato dall’economia mercantile. Questa può sembrare una forzatura: facciamo un altro esempio. Vado al bar. Pago un euro. Prendo il caffè ed esco. Questa è la società in cui viviamo noi: l’economia mercantile. Vado al bar. Prendo il caffè ed esco. Torno alla sera per aiutare il barista a fare le pulizie. Questa è l’economia del dono...

Nel “Saggio sul dono”, scritto dall’etnologo francese Marcel Mauss, si identifica l’economia del dono, un'economia che non necessita di moneta e quindi definita non-monetaria, come tripartita. Dotata cioè di tre necessarie azioni per essere portata avanti: il dono, il ricevimento ed il contraccambiare.
Se si pensa è ovvio. E’ naturale. L’esempio della mamma che allatta il bambino è il più calzante. Adottato da economisti, come il nostro Maurizio Pittau, che sempre più numerosi si accorgono che potrebbe anche funzionare nel nostro  mondo, cosiddetto, evoluto.

Una parvenza di economia del dono è sorta in Italia per iniziativa del movimento dei focolari, creato da Chiara Lubich. Da qui il sorgere di aziende etiche, dell’economia di comunione e soprattutto delle varie banche del dono. Ma non si può parlare ancora di vera e propria economia del dono. La banca del dono sa troppo di carità e misericordia, e anche se di fronte a loro io non posso che levarmi il cappello, quello di cui io sto scrivendo è diverso.
E’ un economia lineare e paritaria: non c’e’ il ricco che regala il suo di più al povero per pulirsi la coscienza. C’e’ un uomo (o una donna) che regala qualcosa ad un altro uomo (o donna). Questi lo riceve e contraccambia. In questa maniera tutti sono sullo stesso piano e si instaura un legame fortissimo scritto, peraltro, nel nostro Dna.

Noi lo facciamo in quelle che chiamiamo feste. Natale. Pasqua. Compleanni. Quanti hanno ricevuto un regalo non si sono sentiti felici? Quanti non hanno ringraziato la persona che lo ha portato, considerandolo magari anche un po’ più amico? Quanti non si sono sentiti in dovere di contraccambiare? E’ naturale. Normale e, soprattutto, umano.
Io che dono ti do fiducia perché so che tu mi restituirai quando io avrò bisogno. Tu che ricevi ti senti obbligato a restituire altrimenti corri il rischio di fare una figura barbina e di vergognarti di te stesso. Chi riceve solamente non è considerato una bella persona anche in questa nostra società predatoria e mercantile. Il paradosso è che se chi non contraccambia ma accumula solo doni è messo all’indice, chi in questa società accumula soldi senza restituirli è considerato un uomo (o donna) di successo. Uno che ce l’ha fatta. Un esempio da seguire.

In un'economia del dono, un ricco sarebbe considerato quantomeno un gran maleducato. Se non un malato, un accumulatore seriale da destinare a uno psicologo. Eppure, noi ora li idolatriamo e vogliamo essere come i maleducati  accumulatori seriali di soldi.
Un mondo senza soldi è possibile. Sarebbe basato sul piacere di fare le cose. Il barista dell’esempio di prima mi farebbe il caffè perché gli sarebbe piaciuto farlo non perché è costretto a farlo dai debiti. Dalla necessità di mangiare. Di mantenere i figli. Se non gli piace farmi il caffè, farà altro svincolato dalla schiavitù del denaro. Qualcun altro, a cui piace fare il caffè, me lo farà.

Io non credo che in una società del genere la gente stia sdraiata sul divano tutto il giorno e che tutti moriremo di fame. Questa quarantena mi fa capire quanta voglia c’e’ di uscire di casa. Di fare. Ma non di fare un lavoro che non piace solo perché si è trovato quello e quello ci permette di sopravvivere. Noi e la nostra famiglia. Quante persone dopo il lavoro si dedicano al bricolage? Quante curano un orto? Gratuitamente, per rilassarsi da un lavoro che li costringe a prendere uno stipendio e ad arricchire un maleducato accumulatore seriale di soldi che andrebbe curato.
Andrebbe indagato nel suo Io profondo per capire da dove nasce la sua fame. Quante persone con la vocazione del medico, dell’insegnante non l’hanno fatto solo perché non hanno avuto i soldi per studiare? Quanti avrebbero voluto fare il muratore, il contadino o il falegname e non l’hanno fatto perché i loro genitori ritenevano la loro vocazione troppo umile? Quanti, invece, fanno i medici o gli insegnanti solo per avere un posto sicuro per guadagnare soldi infischiandosene di alunni e pazienti? Magari sarebbero stati geniali falegnami.  

Quanti fanno il contadino, il muratore o il falegname solo perché non hanno avuto la possibilità di studiare? Magari sarebbero stati ottimi medici o insegnanti.
Io non credo che una società del genere sia insostenibile una volta appena riusciremo ad abbandonare i valori con cui ci hanno educato da generazioni: egoismo, furberia, competizione.
Io non credo che i soldi siano assolutamente necessari.
Io non credo che una società non dominata dal Pil e dalla necessità di costruire cose inutili non sia possibile.

Di cose ne abbiamo fatte talmente tante che abbiamo inventato la pubblicità per farle comprare, altrimenti rimarrebbero invendute. Abbiamo scomodato psicologi e piramidi di Maslow per creare corsi di tecniche di vendita in cui il venditore affina, tramite percorsi guidati, la capacità di creare un bisogno a chi prima non ce l’aveva. Creando un acquirente. Un acquirente di una cosa inutile. Perché per continuare a produrre bisogna vendere. E se tutti hanno già, bisogna convincerli che non è vero. Così comprano. E al mattino vanno a produrre, per guadagnare quel po’ di soldi che gli servono per comprare, cose inutili, la sera.
Un circolo vizioso assurdo. Che va spezzato.

E le banche? Le assicurazioni? Le finanziarie? Senza soldi cosa faranno? Niente. Le banche commerciano con i soldi. Acquistano il nostro denaro a prezzi stracciati con conti correnti, investimenti o depositi vari e poi lo vendono, a caro prezzo, come prestito. Questo è il lavoro delle banche. Le assicurazioni invece scommettono che non ci capiterà nulla. Noi e le assicurazioni mettiamo sul tavolo verde una posta: se mi succede qualcosa vinco io e se, invece, per fortuna, non mi succede nulla, vince l’assicurazione. E’ chiaro che io ho tutto l’interesse a perdere. A perdere la posta giocata: i casinò di Las Vegas, probabilmente, fanno proposte moralmente più corrette.

Senza denaro. In un'economia dominata dal piacere, dalla solidarietà, dai legami forti tra persone uguali le banche, le assicurazioni non servirebbero: se mi succede qualcosa sarò aiutato. Non certo per la scommessa di uno sconosciuto sulla mia vita o sulla mia incolumità ma perché è giusto, doveroso, umano, farlo. Qualcuno mi aiuterebbe con un dono il cui valore intrinseco sarebbe enorme in termini umani. E sarebbe stabilito dal valore d’uso e non da quell’altra castroneria che è il valore di scambio.

Adam Smith, economista scozzese pre-rivoluzione industriale, il cui trattato del 1776, “La ricchezza delle nazioni” è, purtroppo, ancora alla base di molti pensieri economici moderni, aveva fatto un meraviglioso esempio per capire la differenza fra valore di scambio e valore d’uso. L’acqua, scriveva, ha un altissimo valore d’uso perché è necessaria alla vita. Eppure ha un bassissimo valore di scambio, cioè ci vogliono due soldi per comprarla perché ce n’e’ tanta. Il diamante, invece, ha un bassissimo valore d’uso in quanto fondamentalmente non serve nulla ma, essendo raro, ha un altissimo valore di scambio.

Noi basiamo la nostra economia mercantile, il nostro modo di vivere, sul valore di scambio.

Noi basiamo il nostro attuale sistema di vita sul nulla...

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