Ma siamo davvero in guerra?

di Alessandro Mortarino.

Da diverse settimane chiunque affronti il tema del Coronavirus - non importa sia un medico, un politico, un giornalista o un vicino di casa - è solito dire che «stiamo combattendo una guerra. Contro un nemico invisibile». All'inizio l'affermazione mi aveva provocato un certo malessere, divenuto poi fastidio e ora irritazione pura. Perchè credo che se non usciamo dagli schemi, anche sintattici, il dopo emergenza sarà terribile...

Guerra, consultando un qualunque vocabolario, significa infatti «conflitto armato fra Stati o popoli per motivi politici, ideologici o economici, combattuto sul territorio di uno o più contendenti con armi di varia natura».
E nemico significa «chi si atteggia o si comporta in modo da provocare il danno e la sconfitta altrui».
Il "maledetto" virus è uno Stato o un popolo?
E', dunque, un nemico "fisico" contro cui possiamo e dobbiamo contrapporci?

Non credo occorrano risposte, l'evidenza è chiara.
Quindi penso che dobbiamo imporci di azzerare l'affermazione perentoria e dircelo: non siamo in guerra e non abbiamo un nemico. E chi lo afferma ha evidentemente uno scopo preciso.

Siamo, però, nel mezzo di una situazione drammatica e di rilevanza epocale, da cui possiamo uscirne con dignità e sollievo solo (solo...) se riflettiamo a fondo e ci poniamo l'interrogativo del perchè si è verificato questo dramma, senza cercare alibi.

Per chi, da anni, si occupa dei danni che l'uomo ha imposto al suo stesso habitat essenziale, la questione è sufficientemente palese: viviamo in un pianeta malato, noi uomini siamo i protagonisti - la causa - di questa situazione ed è inevitabile che - prima o poi - la natura ci condanni.
Possiamo girarci attorno, ma la sintesi non può essere che questa. Il nuovo virus (non il primo e non l'ultimo) è un indizio preciso e se non sapremo fare tesoro del suo "messaggio" i guai prossimi futuri saranno ancora peggiori.

Se rimaniamo ancorati ai concetti di «guerra» e di «nemico invisibile», l'uscita dal tunnel dell'emergenza sarà ancor più drammatica di queste settimane di isolamento sociale. L'Italia sarà indebitata oltre ogni limite, tutti aneleremo alla ripresa economica, nulla sarà pianificato e tutto sarà semplificato, nulla cambierà rispetto «a prima» e le condizioni per un nuovo virus o una nuova catastrofe ambientale (e sociale) saranno moltiplicate. Perchè il Coronavirus non deve farci dimenticare il cambiamento climatico, la desertificazione, la crescita demografica, gli esodi di massa e tutto ciò che ad essi risultano strettamente collegati.

Non siamo in guerra e non abbiamo dinanzi a noi un nemico invisibile.
La lezione del Coronavirus deve insegnarci che la nostra vita non può dipendere da un presunto benessere economico (individualistico) ma da un rapporto equilibrato tra società degli uomini e risorse naturali.
La società dei consumi è finita. Esaurita. Sepolta.
Riproporla è l'anticamera della scomparsa.

Ma ci è chiaro?

Temo di no. Tutti dicono che finita la «guerra» inizierà la «ripresa». Basata sui consumi? Basata sul debito?
O basata sulla nuova coniugazione del Bene Comune, della proprietà condivisa, dell'uso civico, della solidarietà senza elemosine, dell'uguaglianza?

Questa emergenza e l'isolamento a cui siamo stati costretti ci dovrebbero avere insegnato a riconoscere ciò che è essenziale e ciò che è effimero.
Dovrebbe averci fatto comprendere che il futuro è nell'accorciamento delle filiere e non nella globalizzazione delle merci. Che la sanità deve essere pubblica e fuori mercato, come i servizi principali, la formazione e l'educazione. Che l'industria utile e la ricerca non dimorano in Italia. Che il lavoro può essere esercitato anche da casa. Che la ricchezza deve essere gestita e controllata da un sistema bancario pubblico (Cassa Depositi e Prestiti). Che acqua, aria, terra e fuoco restano gli elementi fondamentali della nostra vita e sono gli "asset" su cui ricostruire la permanenza armonica degli esseri umani in un Pianeta che oggi non può che volerci espellere. Che la democrazia impone scelte condivise e non decisioni di elite.

Pensiamoci e prepariamoci. Le sirene del new deal stanno già squillando. Lecito prevedere che saranno guai.
Enormi.

Ma dipende dall'uomo.

Non dai virus.
Non dalle guerre.

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