Il Mottarone intorno a noi

di Paolo X Viarengo.

C’eravamo tutti su quella funivia. Potevamo esserci tutti. Ma c’eravamo anche tutti sotto. A manovrarla. Potevamo esserci tutti. Ora il conto delle vittime è 17 e continua ad aumentare: 14 periti nello schianto della cabinovia e 3 morti nelle indagini successive. Un macabro conteggio che forse salirà, non tanto per il numero di coloro i quali hanno preso la funivia nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma per il numero di quelli che si sono trovati a gestirla. Nel posto sbagliato al momento sbagliato: anche loro. A gestire, criminalmente e colpevolmente, una cabinovia malandata nel dopo pandemia. Dopo mesi di chiusure e senza incassi. Allora che si fa se la fonte di reddito dà problemi?...

Si chiude un occhio. Si disattivano le sicurezze e si prosegue, mai più pensando che queste sarebbero potute servire. Sperando nella fortuna e nel pensiero troppo comune “Ma cosa vuoi che succeda?”. Così sono morti anche loro: assieme ai 14 sventurati che avevano dato loro in mano le proprie vite. Morti nell’anima di una coscienza gravata del peso di altre 14 anime: 12 adulti e 2 bambini. Morti civilmente: uccisi da una giustizia che inesorabile e giustamente deve fare il suo corso. Morti linciati da una folla inferocita aizzata dall’emozione della strage.

Eppure è sempre difficile scagliare la prima pietra e io di certo non la scaglierò.
Ricordo quando ero in ritardo per andare al lavoro e, per la fretta e senza cintura di sicurezza, feci il sorpasso azzardato di un’auto che procedeva lentamente, pensando “ma cosa vuoi che succeda”. Non successe niente. Per fortuna. Ma se in quel momento dall’altra parte della strada fosse transitato un pulmino con 14 persone a bordo, che differenza ci sarebbe stata tra me e quelli contro cui ora vorrei scagliare la mia pietra sull’onda della rabbia e dell’emozione?

Quanti di noi si sono arrabbiati perché non arriva la pizza in orario e telefonano per lamentarsi. Si arrabbiano. Costringono il ragazzo a fare le corse in mezzo al traffico, a rischio della vita, per portarci la dannata pizza nell’orario che il nostro stomachino delicato richiede, al grido di “ma cosa vuoi che gli succeda”. Quanti di noi sanno, o si pongono il problema, se il ragazzo delle pizze, o di deliveroo o di amazon, è a posto con i contributi, le assicurazioni, ha un contratto regolare con tutele che potrebbero salvargli la vita, o è in nero?
Quanti di noi se ne preoccupano alle 20 e 30, quando la pizza avrebbe dovuto arrivare alle 20 e 25 e noi abbiamo fame? Quanti di noi si preoccupano che la nostra fretta diventerà la sua e che, magari, potrebbe investire una scolaresca in gita scolastica di 14 persone sulle strisce pedonali per la smania di arrivare da noi in orario?

Oppure ci sembra un’ipotesi campata per aria, così come sembrava ai gestori della funivia?

Quanti di noi barattano una regolare fattura con uno sconto del 20% di Iva incuranti del fatto che questa fattura, che noi non possiamo scaricare per una legge fiscale farlocca, potrebbe fare la differenza tra emerso e sommerso?
Tra lavoro nero e lavoro regolare. Tra tutela dei lavoratori e disprezzo della sicurezza. E, in ultimo, tra la vita e la morte.

Eppure ora siamo qui a scagliare macigni contro tre persone - nella speranza che il numero non salga - e che criminalmente hanno omesso di pensare che poteva succedere qualcosa. Che se le sicurezze ci sono è perché ci devono essere. Che la vita delle altre persone dipende, così spesso, dai nostri comportamenti.
Ora quei tre sono là, con la faccia al muro, in attesa delle pietre del disprezzo popolare che gli arriveranno addosso perché ne hanno ammazzati 14. Ammazzati, certamente, e se non sono degli psicopatici, sono, per questo, morti anche loro. Criminalmente, ammazzati, aggiungerei.

Ma il bubbone è scoppiato perché la loro “furberia” non ha funzionato. Il mio sorpasso, invece, ha funzionato. Il ragazzo delle pizze mi ha consegnato le pizze in orario senza fare incidenti. Alla ditta che mi ha ristrutturato casa non è morto nessun operaio. Per fortuna, ma poteva succedere, e non certo perché io sia un criminale o uno psicopatico. Semplicemente perché penso “ma cosa mai potrebbe succedere?” e, soprattutto, nel mentre risparmio. Risparmio una lavata di capo per il ritardo, risparmio di mangiare uno stuzzichino per colmare la fame atroce che mi attanaglia le viscere in attesa dell’agognata pizza ma, soprattutto, risparmio i soldi dell’Iva. Meglio che il 20% rimanga in tasca a me che allo Stato.  

Risparmio anche sulla consegna che ricevo se il ragazzo che me la fa è in nero: pagare due euro in più una consegna è da pazzi. Meglio pagare di meno. Meglio mettere in funzione una funivia farlocca che è stata ferma da troppo tempo: se no come paghiamo l’affitto, gli studi ai figli, il mangiare. Perché alla fine della fiera, il problema è sempre quello: il denaro. Ne abbiamo bisogno e non possiamo farne a meno per vivere. Così invece di pensare a un modo più umano di vivere in cui non sia necessario, ce lo strappiamo ferocemente dalle mani gli uni con gli altri. A costo della vita.

E alla funivia del Mottarone ne avevano bisogno, dopo tanti mesi di chiusura. Forse, ne avevano bisogno più dei due euro che noi vogliamo risparmiare per la consegna o i duecento su una fattura da mille. Purtroppo, qua non vedo l’avidità che ha fatto crollare il Ponte Morandi, dove aziende e manager milionari risparmiavano sulle manutenzioni, in forza del pensiero sbagliato che un’azienda debba produrre profitto quando in realtà deve produrre beni o servizi.  

Qua vedo povera gente, come me, che ha cercato di tirare a campare come meglio poteva e se n’è infischiata, criminalmente ripeto, di tutto il resto. Ed ora è morta. Sulla funivia. Insieme agli altri 14.
Ma io, sinceramente, la mia pietra non la scaglierò.

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