Tra interesse pubblico e bene comune



di Gian Michele Accomasso.


In Italia, negli ultimi vent’anni, la politica e l’amministrazione pubblica hanno subito un vero e proprio stravolgimento.
I partiti tradizionali, quelli previsti dalla Costituzione, sono morti e i loro eredi si sono trasformati in agenzie di marketing elettorale.
Il sistema elettorale, dopo referendum abrogativi e “porcate” varie ora favorisce le maggioranze ed esclude dal Parlamento e dai consigli degli enti locali le minoranze ...

I rappresentanti politici sono ormai ridotti a servitori o a macchiette e sono scelti soprattutto in base alla fedeltà al loro capo.

Le assemblee rappresentative (Parlamento, consigli regionali, provinciali e comunali) sono raduni in cui si ratificano decisioni prese altrove.

Le risorse naturali e i beni pubblici non sono più un diritto dei cittadini ma sono diventati servizi e come tali sono terreno di conquista per imprenditori e multinazionali.

Lo Stato, le Regioni, le Province ed i Comuni sono, nella maggior parte dei casi, oberati di debiti, limitati da norme specifiche nel loro potere di spesa e, quindi, ridotti a enti burocratici che riescono a malapena a pagare gli stipendi ai propri dipendenti e, con fatica, a onorare gli interessi sui debiti pregressi, che vengono lasciati in eredità alle prossime generazioni.

I cittadini sono sempre di più solo spettatori dello “spettacolo” politico fatto di baruffe, urla e sproloqui, prevalentemente televisivi.

Non possiamo stupirci se in seguito a questa radicale trasformazione della politica e dell’amministrazione della cosa pubblica, anche l’atteggiamento degli amministratori sia mutato.
In passato l’amministratore era prevalentemente un politico, almeno formalmente al di sopra delle parti, che filtrava e mediava gli interessi dei cittadini e dei poteri economici.
A volte aveva un preciso ideale politico, che cercava di concretizzare con la sua attività politica. Altre volte l’ideale era un paravento per gli interessi economici di cui era portatore: spesso per finanziare il suo partito politico e per favorire gli amici.
Convivevano persone esemplari come l’architetto Giorgio Platone che, negli anni '80, quando venne nominato assessore all’urbanistica del comune di Asti, chiuse il suo studio professionale, per evitare ogni conflitto di interesse, ma anche veri e propri specialisti della “mazzetta” come l’ingegner Mario Chiesa, il cui arresto diede inizio alle vicende di “tangentopoli” degli anni '90.

Oggi, sempre più spesso, l’amministratore non è più un politico ma un “addetto ai lavori”, cioè una persona che ha una specifica competenza nel settore in questione e che però, normalmente, ha anche interessi e conoscenze nel suo settore.
Per esempio, un membro di sociètà di costruzione all’urbanistica, un uomo di spettacolo alla cultura, uno scrittore alla biblioteca, un imprenditore al commercio e via discorrendo.
Spesso sono persone che non hanno precisi ideali politici, a volte sono apolitici e non nascondono la loro avversione per la politica stessa.
A questo punto mi sembra normale che alcuni cittadini sollevino dubbi e perplessità: questi “addetti ai lavori” operano nell’interesse di tutti i cittadini o sono condizionati dai loro interessi personali o dagli interessi di una parte della popolazione ?

A volte succedono fatti paradossali: un politico “addetto ai lavori” deve prendere decisioni riguardanti una pratica di una società che gli appartiene. Sorge il cosiddetto “conflitto di interessi” che spesso viene superato in modo paradossale con il presunto sdoppiamento della personalità dell’”addetto ai lavori”, che si giustifica così: “fino ad un certo punto sono il signor Pinco Pallo e dopo divento l’assessore Pinco Pallo, ma le due parti sono sempre ben separate; al limite, quando vi è un sospetto di “conflitto di interesse”, al momento della formalizzazione della decisione abbandono l’aula in cui viene presa”.
Difficile discutere con queste persone:

- sembrano non sapere che il loro ruolo non è quello di amministrare, anche senza oneri economici, a loro piacere ma di fare l’interesse di una comunità;

- se contestati, reagiscono in modo esagerato aggredendo il loro interlocutore, oppure minimizzando e non dando alcuna risposta;

- pensano che ormai la consuetudine abbia avallato un comportamento che, anche se a volte non è penalmente rilevante, è comunque moralmente (o eticamente, come oggi si preferisce dire) non adeguato al loro ruolo.

Concludendo, sia la figura del politico pre-tangentopoli, sia quella del politico odierno “addetto ai lavori” presentano dei lati negativi. I politici al di sopra delle parti e portatori solo di interessi ideali sono in estinzione ed anche fuori moda.
Rimane una sola strada: il controllo, la vigilanza da parte dei cittadini, della stampa e di quel poco di opposizione che è rimasto nelle assemblee pubbliche.

Si deve tentare di fare sopravvivere il tanto vituperato concetto di interesse pubblico e di bene comune. Si tratta di una rivoluzione culturale perché ormai l’involuzione è così profonda che sarà difficile voltare la rotta e tornare ad un minimo rispetto della cosa pubblica e degli interessi comuni.

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