Un terreno condannato a morte



di Gabriella Sanlorenzo.


Poniamo il caso che in un paese dove ancora vige la pena capitale vi sia un condannato a morte la  cui condanna è stata stabilita 40 anni fa. Da allora ad oggi sono intervenuti molti impedimenti per cui la condanna - fortunatamente  - non è stata eseguita: lungaggini burocratiche, mancanza di personale, ripensamenti dell'accusa. Ultimamente, poi, è emerso con sempre più evidente chiarezza che le motivazioni della condanna non erano affatto giuste ...

Così, uno staff di avvocati volenterosi si è messo al lavoro per poter dimostrare che al poveretto, da 4 decenni sul fil di lama, deve essere restituita la libertà, dimostrando con evidenza la sua innocenza.
Ma c'è un giudice caparbio ed ottuso che non vuole cedere, anche se ormai sono in molti a credere nell'opportunità di liberare il condannato. Sembra che il giudice non si muova dalla sua vecchia decisione perché non vuole contraddire coloro che hanno condotto le indagini. Insomma, un puntiglio, ma non solo. In quello Stato, se viene dimostrato che qualcuno ha sbagliato qualcosa, anche se sta molto in alto, paga.

Da noi, fortunatamente, non si potrebbe verificare una situazione del genere per gli umani, ma succede una cosa simile – mutatis mutandis - per alcuni terreni, che restano "condannati" ad un triste destino perchè posti in aree produttive.
Non c'è ma che tenga, un piano regolatore redatto 40 anni fa, sulla base di stime inesatte, deve essere considerato valido ed i terreni su cui allora era stata prevista una destinazione di tipo industriale, devono essere lasciati in quella categoria. Perché ... perché è così e basta!

Le motivazioni ascoltate ormai decine di volte in realtà non sono motivazioni; ancora recentemente abbiamo sentito il primo cittadino di Asti affermare che il terreno posto in Val Rilate, su cui dovrebbe sorgere un insediamento commerciale di 180.000 mq, è comunque destinato a sito produttivo, e quindi è già compromesso .. e quindi qualcuno ci dovrà pur costruire qualcosa sopra. Ma "il sito industriale" in realtà è un terreno costituito da prati, alberi e cespugli, attorniato da cascine. Solo da un lato è sorto da un paio d'anni, come un pugno in un occhio, un brutto capannone caratterizzato da una tinta bluette improbabile, anche visto il contesto.
Gli stessi progettisti hanno più volte minacciato di costruire capannoni (pur sapendo bene che sarebbero destinati a restare vuoti) al posto di quell'insediamento, quasi come per fare un dispetto a quanti non vogliono che quell'area venga cementificata.
Un dispetto sciocco, un evidente sfregio al paesaggio. Tanto più evidente perché determinerebbe il netto degrado estetico di uno dei posti più amati dagli astigiani, la chiesa romanica di Viatosto, dal cui sagrato si vedrebbe ogni nuova costruzione.

Molti terreni sono in questa situazione ad Asti: condannati ad essere destinati ad uso industriale o commerciale o residenziale semplicemente perché così è stato stabilito 40 anni fa.
Si è parlato anche del danno economico di chi ha investito in certi terreni conoscendo la loro destinazione produttiva, qualora essa fosse trasformata. (Qualcuno potrebbe richiedere un rimborso, se qualche amministrazione decidesse di fare una variante che riportasse i terreni da 'produttivi' ad agricoli ? E' un tema complesso e qualcuno dovrà affrontarlo.)
Ma è ora che chi è chiamato ad amministrare la cosa pubblica inizi a considerare anche altri aspetti: per esempio che si deve pensare al danno morale ed estetico di quanti vengono quotidianamente oltraggiati nello scoprire un paesaggio a loro caro devastato da costruzioni brutte e spesso inutili, frutto di progettazioni mal fatte e mai condivise.

Gli amministratori locali hanno un compito piuttosto delicato da svolgere, oggi che la sensibilità dei cittadini sull'ambiente sta cambiando. Noi chiediamo che se ne rendano conto e che agiscano con molta lungimiranza.

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