Note sul pranzo di solidarietà del 23 giugno



di Gianfranco Monaca.


“Speriamo sia l'ultima!” È la frase ripetuta da tutti i reduci sopravvissuti alle guerre, quando riabbracciano i famigliari. Con tutto il rispetto per i reduci, l'ho ripetuta anch'io uscendo dal salone del palazzo ex-vetreria dove si stava svolgendo il “pranzo di solidarietà” organizzato da alcune meritevoli e prestigiose sigle notoriamente benintenzionate (comunque le intenzioni sono indiscutibili per definizione) ...  

Mi trovavo lì per avere aderito a una invocazione di aiuto captata dal mio pc, proveniente dall'Opera Milliavacca. Si chiedeva la disponibilità per andare a servire in tavola gli invitati ad un “pranzo di solidarietà” offerto a chi è in permanente difficoltà a nutrirsi a sufficienza. Una santa causa per chi fa abitualmente volontariato, dunque; si mettono da parte le riserve e i sospetti e si va.

Molti come me hanno accolto l'invocazione di aiuto, almeno un'ottantina di persone ambosessi di varie età. Ottanta camerieri per cinquanta tavole da sei posti, circa mille possibili coperti, sfido che serve aiuto e ci sarà da correre. Poi arrivano altri, non certo indigenti: meno male, altri camerieri di rinforzo?

Assegnati i tavoli per il servizio, arrivano i commensali. Una cinquantina, forse settanta. Ne arriveranno altri. Ma arriveranno? Intanto si ingrossa la folla dei non indigenti: grazie ma siamo già in troppi per il servizio. Ah, non è per il servizio...ma per cosa? Poi arriva Beppe Rovera e la telecamera RAI supertecnologica. Tutto diventa chiaro: il pranzo è di solidarietà, ma di solidarietà tra chi? Solidarietà tra i VIP (si fa per dire) che in mancanza di scadenze elettorali devono pur mantenere vivo l'interesse dell'opinione pubblica. Per questo serviva una platea di bisognosi (già l'aveva capìto l'abate Stefano Giuseppe Incisa due secoli fa quando raccontava la distribuzione dei fagioli dopo i funerali eccellenti!) e un manipolo di volenterosi. E soprattutto la RAI.

Solo che questa volta i bisognosi non sono arrivati nella misura prevista: effettivamente i bisognosi esistono, non sono pochi e la mensa comunale fa fronte abitualmente. Hanno fiutato, forse, che la cornice era più importante del quadro e hanno pensato che anche i bisognosi hanno una loro dignità.

Quegli Altri no.

Mi sento in esubero. “Speriamo sia l'ultima!” Già, speriamo.

PS. Una nota molto positiva: i piatti erano biodegradabili (mater-bì).

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