Emergenza e cattiva politica

A cura del Coordinamento Asti-Est.

Non stupisce affatto che un numero così alto (550) di persone/famiglie, tra quelle che hanno sottoscritto un contratto di locazione nel libero mercato, abbia risposto al bando regionale per un contributo all’affitto. La pandemia non ha fatto altro che evidenziare e accrescere disuguaglianze già esistenti; già all’opera si dovrebbe dire, osservandone gli effetti sulla nuda vita. Ma se a questo numero aggiungiamo quello non ancora noto, ma presumibilmente della stessa grandezza, di persone/famiglie già coinvolte in procedure di sfratto (al momento bloccate fino al 31 dicembre), allora la cosiddetta “emergenza abitativa” inizia a mostrarci i suoi inquietanti sviluppi...

Ancora più inquietanti, se spostiamo l’attenzione su quella parte del bisogno abitativo che l’edilizia residenziale pubblica non riesce a soddisfare.
Da questo punto di vista, vale a dire delle persone/famiglie che per modestia di reddito sono escluse dal mercato privato delle locazioni, c’è stato, dal 2008 (l’anno della crisi dei mutui subprime e del crollo dei prezzi del mercato immobiliare), un progressivo accumulo di bisogno abitativo insoddisfatto. Bandi aperti con residuale disponibilità di alloggi, graduatorie inesauribili e interventi legislativi orientati a porre fine all’edilizia residenziale pubblica.

Uno per tutti, la legge 80/2014, quella che rilancia l'attività del “partito del mattone”, con una sorta di welfare per i ceti medi impoveriti (il cosiddetto social housing) e la speculare criminalizzazione della povertà, che si spinge fino a negare l'allacciamento delle utenze nelle case occupate, privando le persone/famiglie di acqua, luce e gas!

E’ la stessa legge che finanzia le “azioni di riduzione del danno” della filantropia di Stato, con strumenti come l'Aslo (Agenzie sociali per la locazione) e del Fmi (Fondo Morosità Incolpevole), che, per la modestia delle risorse di cui dispongono e per le procedure di accesso che implementano, funzionano ormai come dispositivi di controllo e disciplinari delle persone/famiglie, di cui si appropriano. Insomma, per essere brevi, il bisogno abitativo consegnato al mercato.

Un orientamento di lunga lena (la soppressione nel 98 dell’Equo Canone e della Gescal, il contributo che finanziava il welfare abitativo), che il movimento per il diritto alla casa ha tentato di contrastare e che i poteri pubblici soprattutto quelli più prossimi alla cittadinanza, le giunte comunali di ogni colore politico, hanno sostenuto ad oltranza.

Non è stato un confronto accademico, come è noto. Processi e sgomberi violenti in ultimo, ma prima, dal 2010 al 2017, un ottuso legalitarismo, una incessante ostilità a riconoscere la comunità delle famiglie “occupanti”, sfrattate e sotto sfratto, come un soggetto collettivo, capace di autodeterminarsi, accreditarsi in pubblico, assumersi la responsabilità di esercitare un diritto, quello all’abitare, peraltro compreso nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, sotteso all’art. 2 e richiamato dall’art. 47 della nostra Costituzione nonché da numerose sentenze della Corte Costituzionale.

Non stupiscono dunque i numeri, nonché le allarmanti previsioni che suggeriscono. Stupisce invece che l’assessore Cotto e il sindaco Rasero continuino a caratterizzare questa situazione e i suoi prevedibili sviluppi come una emergenza, quando invece la dovrebbero caratterizzare come una minaccia sociale da rimuovere nelle sue cause, al più presto, subito.

Con quali provvedimenti ?
Sono quelli suggeriti alla Giunta in più occasioni:

a) Valorizzazione sociale e urbana degli insediamenti di erp di via Madre Teresa di Calcutta e di corso Felice Cavallotti;

b) Riapertura del cantiere di via Ungaretti per la costruzione di 30 alloggi di erp;

c) Acquisizione dello stabile di via Allende come casa di prima accoglienza per famiglie senza alternativa alloggiativa;

d) Blocco delle procedure di sfratto esteso alle procedure di sgombero in erp. Non si possono fare senza provvedimenti nazionali? Bene, parliamone. Chi scrive auspica un reddito di base incondizionato e una patrimoniale.

Tornando però al precedente ordine del discorso, dovrebbe essere chiaro a tutti che una emergenza dichiarata nel 2008 non è più tale e che tutti gli “interventi di riduzione del danno” messi in campo per ridurne gli effetti, nel tempo lungo li hanno confermati e soprattutto aggravati. Non solo nel loro aspetto materiale, le case che non ci sono, ma soprattutto in quello della coesione sociale, dove la morale “ognuno per se e dio per tutti” è dilagata, insieme alla corruzione dei dirigenti dell’Atc.

Dichiarare una emergenza e farla durare a lungo, come è stato fatto, ovvero far funzionare a lungo dispositivi che riducono le persone/famiglie a oggetti di azioni altrui, è un condursi in modo autoritario e per fini autoritari. Nel presente, è un modo di conformarsi ai fini del sistema neoliberale dominante. Quello di cui la pandemia ha messo a nudo il carattere predatorio e gli esiti perversi e inumani a cui conduce. In quanto alla filantropia, diciamo che è buona quando fa da propedeutica ad una buona politica. Diversamente è una “azione di riduzione del danno”, con quel sostanziale nulla che segue, come crediamo di aver dimostrato.

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