Li aiuti a rialzarsi, maestro Monaca

di Paolo X Viarengo.

Quando un bambino va a fare una passeggiata nel bosco non c’è il rischio che cada. C’è la certezza che cada. C’è la certezza che si rialzi, sporco e magari con un ginocchio sbucciato. C’è la certezza che, almeno un suo compagno, lo aiuti a rialzarsi. Magari prendendolo anche un po’ in giro. C’è la certezza che quando cadrà il compagno che l’ha aiutato - perché cadrà anche lui prima o poi, oh se cadrà - il nostro piccolo amico, ora nel fango, lo aiuterà a sua volta...  

C’è la certezza che i due diventino amici e si ricordino delle loro cadute sulle foglie bagnate d’autunno negli anni a venire. Le raccontino alle famiglie che si saranno formati nel tempo. Magari davanti ad un buon bicchiere di vino. Magari in compagnia della famiglia che si sarà, nel frattempo, formato anche l’amico.

C’è la certezza che bimbi, i quali hanno imparato sulla loro pelle che dall’umiliazione e dal dolore di una caduta, nasce una cosa meravigliosa come l’amicizia, non si facciano abbattere dalle mille cadute che la vita riserverà loro. Si piange un po’ e poi ci si rialza: certi che la vita riserverà qualcosa di meraviglioso a compensazione di quella caduta. E, sicuramente, quando vedranno qualcuno per terra che da piccolo non aveva imparato il valore della caduta, lo aiuteranno a rialzarsi.

Incuranti del perché sia caduto, del colore della sua pelle, delle sue abilità diverse o comuni alla massa: perché per i bimbi queste cose non contano. Si indigneranno nel vedere che pochi arriveranno a pensare di farlo. Ma anche questa caduta nell’indignazione durerà poco. Capiranno che non è colpa di chi non capisce se non ha mai conosciuto il valore di una caduta: nessuno gliel’ha mai insegnata e proveranno loro ad insegnarglielo.
Proveranno a rendere il mondo un po’ migliore di come l’hanno lasciato.

Lei, maestro Giampiero Monaca, da piccolo sarà certamente caduto. Magari in un bosco e, magari come tutti, fra le lacrime, più di rabbia che di dolore, avrà visto la mano del compagno che si tendeva per aiutarla a rialzarsi. Poi, sarà stato anche un po’ preso in giro per la caduta, ovviamente. Ma ci sta. Lei sapeva che non si rideva di lei ma si rideva con lei, perché tutti, prima o poi cadono.

Quando ha deciso di intraprendere il percorso del progetto scuola all’aperto “Bimbisvegli” a Serravalle d’Asti, non mi dica che non sapeva già che sarebbe caduto. Come lo sanno tutti i suoi bimbi quando li porta nel bosco: se non è stamattina, sarà domani, ma cadremo senz’altro. E, soprattutto, qualcuno ci darà una mano a rialzarsi.

Non credo però che la sua dirigente lo abbia mai capito. Forse per questo l’ha sospesa per un giorno in quanto lei aveva fatto arrampicare dei bambini su un albero e c’era il rischio che cadessero. La sua dirigente non ha mai frequentato la scuola “Bimbisvegli” da piccola e non sa che si può cadere. Si deve cadere, magari sotto la supervisione di un adulto, per capire il valore immenso di quella mano tesa. Per capire la gioia di potersi rialzare. E, soprattutto, per far capire ai propri compagni l’immensa autostima che si crea nell’essere stati utili a qualcuno. Nell’averlo aiutato a rialzarsi.

Ora, è la sua dirigente a terra: non lei. E’ caduta sulle paure di una denuncia. Sulla paura di un rischio che siamo certi non si sarebbe mai realizzato: lei, maestro, era nel bosco con i suoi bimbi e non avrebbe mai permesso che si facessero del male.
Bisogna aiutarla a rialzarsi, non lasciarla a terra fra le sue scartoffie, circondata di ostilità e derisione: non si fa. Nessuno dei suoi bambini lo farebbe mai. E, se chi è caduto non accetta la mano del compagno perché è ancora troppo arrabbiato o troppo orgoglioso, loro gliela porgono di nuovo. Gliela porgeranno tutte le volte senza arrendersi: verrà il giorno che il cocciuto compagno la prenderà.

La prego vivamente, maestro Monaca, di non arrendersi nel porgere questa mano. Non ci lasci in preda ad una scuola fatta di “produzione”, parametro di una società fatta di produzione. Non ci lasci in preda ad una scuola che, speriamo mai, potrebbe arrivare ad assomigliare a quelle giapponesi che deridevamo, e di cui avevamo paura, negli anni ’80.
Non ci lasci in preda ad una scuola fatta di paure e di controlli sulla mole di compiti scritti che i bimbi e le maestre devono fare, senza domandarsi il perché. Provi ad insegnare loro il valore delle domande piuttosto che delle risposte. Del capire piuttosto che del memorizzare. Dell’apprendere insegnando e dell’insegnare apprendendo.

Perché la Letteratura entri nell’anima prima che nel cervello. Perché la Matematica sia sempre quella degli insiemi e non di tanti meno uno. Quello che corre meno forte su quella pista, perché va più veloce su un’altra. Perché la Storia non sia una poesia di date e nomi, senza che nessuno ne sveli il tremendo potenziale: far si che la gente capisca il presente.
Perché, come diceva Plutarco, “gli studenti non siano vasi da riempire, ma fiaccole da accendere”.  

Ora i suoi alunni saranno più difficili perché più adulti, più sicuri di sé e certi delle loro certezze: ma non si arrenda. Continui a tendere loro la mano. Continui a portare i suoi bimbi a ragionare nei boschi. Ed è curioso pensare che lei sia stato sospeso per un giorno, proprio nell’anno in cui il movimento Scout, che fa di un’attività formativa simile alla sua il suo cardine principale, sia candidato “solamente” al premio Nobel per la Pace 2021.

Lei sa come rialzarsi, maestro. Altri no.

Glielo insegni, per carità.

 

COMMENTI:

Ho letto con piacere l'editoriale di Paolo X. Francesco De Sanctis (il primo ministro dell'istruzione del Regno d'Italia nel 1861) intervenne in Parlamento dopo il fallito attentato al re Umberto I da parte di Giovanni Passannante manifestando la sua contrarietà di sincero democratico ad ogni tipo di REPRESSIONE:
«Io, signori, non credo alla REAZIONE; ma badiamo che le reazioni non si presentano con la loro faccia; e quando la prima volta la reazione ci viene a far visita, non dice: io sono la reazione. Consultatemi un poco le storie; tutte le reazioni sono venute con questo linguaggio: che è necessaria la vera libertà, che bisogna ricostituir l'ordine morale, che bisogna difendere la monarchia dalle minoranze. Sono questi i luoghi comuni, ormai la storia la sappiamo tutti, sono questi i luoghi comuni, coi quali si affaccia la reazione» (Wikipedia).
La scuola italiana come struttura è ancora nel suo complesso reazionaria e repressiva, e forse non solo quella italiana, e non solo la scuola.
L'educazione no, se è repressiva non è educazione. Abbiamo presto dimenticato il professor Remo Fornaca, grande uomo di scuola e grande educatore venuto "dalla gavetta" di Serravalle (mi auguro che ALTRITASTI metta in programma un ricupero non formale della sua memoria: si era laureato con una tesi su Goltieri (Asti, 29 agosto 1746 – Parigi, 19 settembre 1818), precursore del metodo del "mutuo insegnamento" che poi sarà applicato da Baden-Powell).  
Se gli insegnanti (e in genere i funzionari dello Stato) dimenticano di essere pagati per essere educatori, è perché nella loro formazione professionale è mancato l'aspetto emotivo, affettivo, che è proprio del metodo Goltieri/Baden-Powell. E se scarseggiano gli uomini, abbondano i caporali. Dimenticano che, forse oggi, è da citare la frase di don Abbondio di fronte al cardinale Federico Borromeo quando confessa spontaneamente “Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”.
Buon lavoro, Gian Monaca

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