Ad Alba arriva Bitcoin. Tutto quello che (non) sappiamo.

 

 di Maurizio Bongioanni.

Alba presto sperimenterà uno dei primi bancomat che eroga moneta virtuale Bitcoin. Scrive La Stampa "Sarà installato negli uffici di Powergroup, in corso Italia 12. A scegliere Alba come nuova piazza per le monete virtuali, dopo Milano, Roma, Firenze e Torino, è la Robocoin Italia fondata nel 2013 da Federico Pecoraro, 33 anni, di Bordighera, giovane imprenditore che si è autofinanziato per buttarsi nell’impresa ed essere il primo a portare i bancomat Bitcoin nella Penisola". Ecco, con questa informazione finisce quello che sappiamo su Bitcoin ...

Che cos'è Bitcoin? A cosa serve? Come si usa? Ci sono dei rischi? Tutte domande che non hanno risposte univoche. Non sono un esperto di moneta virtuale - e infatti questo articolo non vuole essere esaustivo - ma l'intenzione è quella di stimolare un dibattito che al momento non si vede. 

Partiamo dall'inizio. Cos'è Bitcoin: una moneta virtuale, appunto, per acquistare beni e servizi. Come si usa? Basta una connessione internet e via pc o cellulare o tablet e scambiare la propria moneta reale in bitcoin da poter usare per gli acquisti. Fino qui, niente di difficile. Esistono già parecchi sistemi per pagare online (la differenza è che di solito questi sistemi sono ancorati a un conto in banca o carta di credito mentre qui si scambiano dei soldi da immagazzinare in un apposito portafoglio valori). 

Ma allora qual è il problema? Si dice che il valore di bitcoin continui ad aumentare. Il suo valore è ovviamente determinato dalla domanda: più cresce, più il prezzo sale. Ma scrive Business Insider Italia: "A differenza delle monete tradizionali, però, il numero di Bitcoin in circolazione non potrà mai superare i 21 milioni: l’ultimo sarà estratto nel 2044. Insomma non esiste una Banca centrale capace di battere moneta per calmierare i prezzi o di drenare liquidità per sostenere le quotazioni: a determinare gli strappi più nervosi sono piuttosto le prese di posizione dei regolatori ufficiali e gli umori mutevoli dei grandi investitori". Il rischio bolla è, insomma, dietro l'angolo. 

Non lo dico io, lo leggo in svariati articoli. Questo dei grandi investitori, della fluttuabilità della moneta creata da potenti algoritmi, è un tema a cui La Stampa, nello stesso giorno in cui esce la notizia del bancomat ad Alba, dedica un articolo: "Secondo le stime della rivista specializzata Cointelegraph, l’anonimo inventore dei Bitcoin (noto con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto) possiederebbe un milione delle più note tra le criptovalute. Considerando i tassi attuali, significa che colui che nel 2009 ha dato via alla rivoluzione delle monete digitali detiene un miliardo e 300 milioni di euro in bitcoin".

Si stima che dietro lo pseudomino dell'inventore ci sia una squadra di hacker composto anche da 1000 persone. Mille persone che posseggono il 40% di tutti i bitcoin a oggi esistenti. Una tale concentrazione di ricchezza nasconde non pochi rischi per i piccoli investitori: una mossa di questo 40% sul mercato può far salire o precipitare il prezzo della criptovaluta nel giro di pochi minuti. Quel che è peggio, è che questi grandi investitori potrebbero organizzarsi tra loro senza troppe difficoltà: "Volendo, possono coordinare le loro mosse o anticiparle a un ristretto gruppo di persone", si legge su Bloomberg. "La maggior parte dei principali proprietari di bitcoin si conosce ed è legato l’un l’altro fin dai tempi in cui le criptomonete venivano ancora derise".

Come spiega ancora La Stampa: "Mettersi d’accordo per fare acquisti improvvisi, gonfiando il prezzo per poi rivendere di colpo, non solo è estremamente semplice e remunerativo, ma non sarebbe nemmeno illegale, dal momento che la legislazione sulle criptovalute è ancora confusa". Insomma, un bella opportunità per gli speculatori. 

Il fatto poi che né si conosca chi si nasconde dietro lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto e il fatto che la criptovaluta sia stata usata sinora per acquisti sul deep web, ovvero quella parte di internet sommerso non indicizzato dai nostri computer (che indicizzano invece solo l'1% dei documenti presenti sul web), non fa altro che accrescere la necessità di un dibattito puntuale su questo tipo di strumento. 

 

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