L'acqua pubblica ritorna al centro dell'attenzione

di Marco Bersani
(Presidente di Attac Italia e membro della direzione del Comitato nazionale del Forum dei Movimenti per l'Acqua)
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La Democrazia è liquida. Tra gennaio e luglio di quest'anno sono state raccolte 406 mila firme per sostenere, con la legge di iniziativa popolare, che l'acqua è un bene comune e un diritto umano universale. Più importante dell'acqua è stata la prova di democrazia che il movimento ha mostrato alla politica.
Sabato 1° dicembre il popolo dell'acqua chiama tutte/i a Roma per una grande manifestazione nazionale per «ripubblicizzare l'acqua e difendere i beni comuni. E' la prossima tappa di un percorso che in questi anni ha attraversato il paese per affermare l'acqua come bene comune e diritto umano universale, per lottare contro la sua mercificazione e privatizzazione e ricostruire, a partire dall'acqua e dai beni comuni, un nuovo legame sociale dal basso e una nuova democrazia.

Decine di esperienze e mobilitazioni territoriali, accompagnate da un costante lavoro di sensibilizzazione sociale; un insieme di attivisti provenienti da comitati locali, associazioni religiose e culturali, reti no global e di movimento, gruppi sociali ed ecologisti, organizzazioni sindacali e politiche. Si sono collegate le esperienze nel Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua per aprire una vera vertenza nazionale, incidendo sull'agenda politica.

Per sei mesi - da gennaio a luglio - l'intero paese è stato attraversato dalla campagna di raccolta firme in calce alla legge d'iniziativa popolare per la totale ripubblicizzazione dell'acqua, la sua gestione pubblica e partecipata dai lavoratori e dalle comunità locali, la tutela di un bene essenziale a beneficio di questa e delle generazioni future.

Una battaglia di civiltà, all'interno delle battaglie dei movimenti sociali che, in particolare nel Sud del mondo, lottano contro le multinazionali e per affermare il diritto all'acqua e alla vita, dalla Bolivia all'Uruguay, dal Sudafrica all'India. 406.626 sono state le firme raccolte in tutte le regioni d'Italia e consegnate il 10 luglio al Presidente della Camera.

Alcuni risultati sono stati raggiunti: la legge d'iniziativa popolare è in discussione alla Commissione Ambiente della Camera il 3 ottobre scorso e, nel frattempo, la richiesta di moratoria su tutti gli affidamenti nuovi e in corso a qualsiasi tipo di SpA, inserita nel decreto fiscale collegato alla Legge Finanziaria, è stata convertita in legge al Senato ed ora affronta il passaggio alla Camera.

Sono risultati importanti, che segnano la capacità di incidere politicamente di un movimento che ha saputo fare dell'autonomia politica e dell'attenzione ai contenuti la propria bussola di direzione.
Ma sono risultati ancora insufficienti. Occorre invertire la rotta, occorre battere gli interessi forti e trasversali che continuano a considerare l'acqua e i beni comuni come il luogo della massimizzazione dei profitti, come un primario mercato per i capitali finanziari. Sono interessi che continuano ad agire nei territori, attraverso le accelerate aggregazioni di multiutilities sempre più grandi, e nel Parlamento, attraverso norme surrettizie inserite nella Legge Finanziaria che rimettono in campo il contestatissimo Ddl Lanzillotta di privatizzazione dei servizi pubblici locali (art. 46 bis), o che obbligano i Comuni a mettere in vendita le proprie quote di partecipazione societaria (art. 85 re 87).

Occorre invertire la rotta portando in piazza le ragioni dell'acqua. Per chiedere l'approvazione definitiva della moratoria, per chiedere la veloce approvazione della legge d'iniziativa popolare, per esigere misure in favore del risparmio idrico e dell'unica grande opera pubblica che ci piace, il riammodernamento degli acquedotti e delle reti idriche su scala nazionale.

Ma in piazza, assieme alle ragioni dell'acqua, vogliamo portare le ragioni della democrazia. Le ragioni dei tanti territori che lottano in difesa dei beni comuni, dei diritti sociali e contro tutte le mercificazioni e che stanno sperimentando nuove forme di partecipazione dal basso, di riappropriazione dei beni sociali, di costruzione della democrazia come partecipazione diretta e rimessa in discussione dei luoghi della decisionalità politica.
Quella che oggi è in crisi non è la politica. Perché, se per politica si intende l'azione comune per la difesa dei diritti collettivi, oggi il paese è attraversato da un'ondata di buona politica. Quella di chi lotta contro le grandi opere che devastano il territorio e propone progetti di mobilità alternativa; quella di chi resiste alla proliferazione di centrali e inceneritori che minacciano la salute e propone un altro modo di produrre e consumare, quella di chi si oppone alle servitù militari, difendendo il territorio e reclamando l'uscita della guerra dalle relazioni sociali; quella di chi lotta per i servizi pubblici, per lo stato sociale e contro la precarizzazione del lavoro e della vita.

In crisi oggi è la rappresentanza. Che non può più essere delega, ma deve fondarsi sulla partecipazione democratica e sulla sovranità delle comunità locali in difesa dei beni comuni naturali e sociali.
Come hanno capito centinaia di enti locali, che hanno approvato delibere a sostegno della legge e della ripubblicizzazione dell'acqua, e costituiscono coordinamenti regionali (i primi in Puglia, Lombardia e Piemonte) e inoltre parteciperanno con il popolo dell'acqua alla manifestazione nazionale.
«O la borsa o la vita» intimavano in passato i briganti a gli sventurati viandanti. «O la Borsa o la vita!» intimano oggi meno romantici e ben più feroci filibustieri del capitale finanziario, pensando prosaicamente a Piazza Affari.

Si tratta semplicemente di scegliere la vita.

Tutti assieme, la vita.

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