di Daniela Grassi.
Facendo seguito all’articolo dell’amica Gabriella Sanlorenzo, che ringrazio anche perché mi ha dato lo stimolo per scrivere, riprendo in altra maniera l’argomento degli alberi e del loro taglio nelle aree urbane.
In realtà già da tempo ci pensavo, ma devo confessare che questa faccenda mi dà abbastanza sofferenza e sconforto, da avere resistenza ad affrontarla. Ho assistito tra l’altro, a pochi metri da casa, a una storia patetica che forse sbagliando, il mio animo ha considerato in maniera troppo sentimentale...

Avevo già parlato in un articolo dello scorso anno del taglio repentino del grande e bellissimo cedro che era sull’angolo della rotonda all’incrocio tra corso XXV Aprile e via Pertini, dietro alla Scuola Martiri. Bene, proprio sulla rotonda, accanto al monumento con il libro e la balena, c’era un altrettanto grande e bello pioppo bianco. Prima della costruzione della rotonda quel pioppo stava sul lato della strada e già ai tempi, con i cambiamenti della sistemazione stradale, avevo temuto per la sua salvezza. E invece no, per fortuna, si è salvato ed è vissuto svettante e armonioso fino a questa primavera quando per l’ultima volta e con grande sforzo ha ancora una volta prodotto i suoi piumini bianchi, tutti quegli aerei semi che chi è allergico e le massaie troppo zelanti detestano, ma che è bellissimo veder volare nell’aria.

Sì, i semi sono ancora volati e sono seguite alcune stentate foglioline, ma la bella chioma non si è mai più riformata e con dolore ho capito che anche il destino di quell’albero era segnato. Difatti, come si è letto anche su alcune testate locali, il 26 agosto scorso, anche lui è stato abbattuto, poiché era secco e della Rotonda del Pioppo Bianco, come l’avevano rinominata a suo tempo i ragazzini della scuola, non rimane che il solito ceppo raso terra e il ricordo sul libro in ceramica, mai troppo rispettato, al lato, sul marciapiede.

Pare che l’albero avesse 70/80 anni e che si fosse ammalato a causa di un fungo, ma io, che come ho detto sono esageratamente sentimentale, non ho potuto fare a meno di notare un particolare: il cedro abbattuto la scorsa primavera e il pioppo bianco stavano l’uno di fronte all’altro, divisi soltanto dalle carreggiate della rotonda, parevano guardarsi e, sebbene tanto differenti nell’aspetto, sorreggersi e dialogare tra loro.

Ogni volta che passo di lì mi chiedo dove siano le loro radici sotto l’asfalto, quanto siano estese, se si sfiorassero, si intersecassero, si conoscessero e se ancora, per qualche verso, siano vive. E non riesco a non pensare che la violenta (seppure necessaria, ma che ne sa un albero delle nostre necessità?) morte del primo, non abbia causato la malinconia del secondo, che ne è stato testimone, magari un indebolimento che lo ha esposto a una malattia e lo ha portato a seccarsi.

Prendetela come una favola senza lieto fine, ma spero che molti passando si ricordino di quelle due bellissime creature che non sono più e intanto, dopo la terribile estate che ci ha appena lasciati, ascolto notizie come quella della piazza de L’Hotel de Ville di Parigi, ormai famosa per essere stata trasformata in foresta urbana e leggo le date della sua realizzazione: lavori iniziati il 16 ottobre 2024, piazza riconsegnata alla cittadinanza il 21 giugno 2025.

E leggo anche parole magiche come “forestare”, appunto e “desigillare” , togliere il cemento e l’asfalto per ridare respiro alla terra e tutto mi sembra tremendamente lontano da quanto vedo accadere nella nostra città, dove persino le armoniose e alte betulle di un cortile privato del centro, unici alberi della via e tra le poche betulle che non avevano subito i danni del caldo delle scorse estati, sono state stupidamente abbattute in febbraio in ragione di non si sa quale perché. E dire che poi si citano continuamente san Francesco, Il cantico delle creature e la “Laudato sii” di papa Francesco, che di quel nome ha voluto essere erede.

Oltre a soffrire come tutti i viventi e a ripararmi come ho potuto dalla canicola, quest’estate ho anche riascoltato in un’edizione radiofonica “I promessi sposi”, sì proprio quelli, e certo qualcuno ricorderà dai tempi della scuola la figura di fra Galdino e della storia che racconta a Lucia e Agnese circa fra Macario e il miracolo della pianta di noce.
La trovate qui di seguito e se qualche nostro amministratore e concittadino volesse dargli una scorsa, chissà che qualche mente non si illumini ancora e comprenda che avere fiducia nelle creature e progettare con lungimiranza, può persino rivelarsi un atto anche economicamente valido:

“ Sapete di quel miracolo delle noci, che avvenne, molt’anni sono, in quel nostro convento di Romagna?
– No, in verità; raccontatemelo un poco.
– Oh! dovete dunque sapere che, in quel convento, c’era un nostro padre, il quale era un santo, e si chiamava il padre Macario. Un giorno d’inverno, passando per una viottola, in un campo d’un nostro benefattore, uomo dabbene anche lui, il padre Macario vide questo benefattore vicino a un suo gran noce; e quattro contadini, con le zappe in aria, che principiavano a scalzar la pianta, per metterle le radici al sole. «Che fate voi a quella povera pianta?» domandò il padre Macario. «Eh! padre, son anni e anni che la non mi vuol far noci; e io ne faccio legna». «Lasciatela stare, disse il padre: sappiate che, quest’anno, la farà più noci che foglie». Il benefattore, che sapeva chi era colui che aveva detta quella parola, ordinò subito ai lavoratori, che gettasser di nuovo la terra sulle radici; e, chiamato il padre, che continuava la sua strada, «padre Macario, gli disse, la metà della raccolta sarà per il convento». Si sparse la voce della predizione; e tutti correvano a guardare il noce. In fatti, a primavera, fiori a bizzeffe, e, a suo tempo, noci a bizzeffe. Il buon benefattore non ebbe la consolazione di bacchiarle; perché andò, prima della raccolta, a ricevere il premio della sua carità. Ma il miracolo fu tanto più grande, come sentirete. Quel brav’uomo aveva lasciato un figliuolo di stampa ben diversa. Or dunque, alla raccolta, il cercatore andò per riscuotere la metà ch’era dovuta al convento; ma colui se ne fece nuovo affatto, ed ebbe la temerità di rispondere che non aveva mai sentito dire che i cappuccini sapessero far noci. Sapete ora cosa avvenne? Un giorno, (sentite questa) lo scapestrato aveva invitato alcuni suoi amici dello stesso pelo, e, gozzovigliando, raccontava la storia del noce, e rideva de’ frati. Que’ giovinastri ebber voglia d’andar a vedere quello sterminato mucchio di noci; e lui li mena su in granaio. Ma sentite: apre l’uscio, va verso il cantuccio dov’era stato riposto il gran mucchio, e mentre dice: guardate, guarda egli stesso e vede… che cosa? Un bel mucchio di foglie secche di noce. Fu un esempio questo? E il convento, in vece di scapitare, ci guadagnò; perché, dopo un così gran fatto, la cerca delle noci rendeva tanto, tanto, che un benefattore, mosso a compassione del povero cercatore, fece al convento la carità d’un asino, che aiutasse a portar le noci a casa.”
(cap. III de I promessi sposi di Alessandro Manzoni)