Giovani e violenza: conclusi i primi due appuntamenti del corso di Libera Asti

La formazione e l’educazione sono fondamentali per il contrasto civile alle ingiustizie sociali, alla corruzione e alle mafie. In quest'ottica il coordinamento provinciale di Libera Asti organizza annualmente corsi di formazione rivolti ai docenti e aperti alla cittadinanza. Il corso avviato quest’anno, con il sostegno di Acli Asti, affronta un tema particolarmente urgente, quello del rapporto tra giovani e crimine, partendo dalla dolorosa constatazione che i giovani commettono crimini sempre più gravi e in età sempre più precoce...

La violenza  dei giovani è sicuramente l'espressione di una forma di disagio, anzi alcuni studiosi vedono il comportamento antisociale minorile come un appello al mondo degli adulti.
Viceversa il mondo degli adulti, la scuola, la società e la politica rispondono con norme e strumenti sempre più punitivi e repressivi.

Il tema è stato affrontato nei primi due appuntamenti tenutisi il 5 e il 12 novembre. “Giovani e crimine” era l’argomento del primo incontro e un uditorio numeroso e attento ha seguito con grande interesse gli interventi dei tre relatori che hanno affrontato il tema da prospettive diverse ma complementari, partendo dal comune presupposto che si tratti di un fenomeno dalle motivazioni complesse su cui devono lavorare diversi specialisti.

Chiara Davico, neuropsichiatra e ricercatrice presso l’ospedale Infantile Regina Margherita che si occupa di adolescenti con acuta e grave psicopatologia, rileva che nei paesi ricchi si sta affrontando un problema sempre più diffuso di salute mentale.I ragazzi risultano meno equipaggiati ad affrontare le  difficoltà quotidiane e l’ansia diventa la risposta più immediata a  esperienze impegnative, in primo luogo nell’ambiente scolastico che percepiscono come particolarmente ostile.
Alla base di questa fragilità si può individuare una correlazione di fattori biologici e psicologici ma anche sociali,  come i cambiamenti delle strutture familiari, l’accesso ai social, l’aumento delle disuguaglianze, l’incertezza geopolitica collegata alle guerre. Sul piano medico è fondamentale l’intercettazione precoce dei disturbi ma prima ancora  dell’aspetto psichiatrico, la prevenzione deve avvenire sul piano della comunità con un lavoro sulla cura da parte di adulti  responsabili,  capaci di creare connessioni significative.

La criminalità esercita sugli adolescenti un fascino pericoloso -  sostiene Salvatore Inguì, assistente sociale dell’USSM di Trapani, già direttore dell’Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni di Palermo - e noi adulti dobbiamo trovare modelli maggiormente affascinanti e seduttivi su cui costruire il cambiamento.  È quello che Inguì ha sperimentato in questi anni attraverso il suo progetto “Amunì” (espressione siciliana che significa "andiamo", "diamoci una mossa"), che offre esperienze di crescita significative e motivanti a ragazzi coinvolti in procedimenti penali. Esperienze con elementi di rischio, avventura, gratificazioni, come i viaggi solidali che aiutano il giovane a riconoscersi in un’identità diversa, una nuova visibilità positiva non più legata al gesto violento spettacolarizzato ed esibito sui social per dimostrare di esistere.

Per Mario Schermi - formatore dell'Istituto Centrale di Formazione, Dipartimento della Giustizia Minorile del Ministero della Giustizia- la violenza viaggia su tre costrutti relazionali che sono l’individualismo radicale, le mafie e i fascismi. Le stesse mafie, al di là della loro oleografica rappresentazione come semplici organizzazioni criminali,  sviluppano un discorso pedagogico basato su alcuni elementi fondanti: un’identità forte che non ammette alterità, il disprezzo per ogni differenza, la persecuzione degli omosessuali, l’annichilimento del dissenso, l’agire prepotente. Smascherare la pedagogia  mafiosa è il punto di partenza per costruire  una pedagogia civile basata sul rilancio del senso dell’umanità, sul riconoscimento dell’altro, nell'orizzonte di una crescita plurale e democratica.

Il secondo incontro ha affrontato se e quanto la giustizia minorile si muova oggi nella direzione della funzione rieducativa della pena, come previsto dall’art 27 della nostra Costituzione.

Michele Miravalle,  coordinatore dell’Osservatorio nazionale sulle condizioni detentive dell’Associazione Antigone ha premesso che i testi normativi e la loro applicazione  sono un processo di costruzione sociale che risente del clima culturale , sociale e politico del momento . Nella giustizia minorile in particolare si oscilla tra cooperazione e conflitto, comprensione e punizione, cura e controllo. Il codice di procedura penale minorile del 1988  affermava un’idea di giustizia minorile attenta alla dignità del minore, alla dimensione educativa , al reinserimento sociale.
Oggi il contesto è cambiato, si è diffuso un clima di paura generalizzata. E alla paura si risponde con il controllo, la punizione, il diritto penale. La svolta punitiva è arrivata col Decreto Caivano del 2023 che ha portato a un maggiore ricorso alla carcerazione tra i giovanissimi. Il risultato è un affollamento senza precedenti e un aggravamento delle condizioni di vita  negli istituti di pena minorili . Il reato diventa uno stigma, un punto di non ritorno e finiamo per restituire alla società giovani sempre più arrabbiati e aggressivi.

Costanza Agnella, ricercatrice  in Sociologia del diritto e della devianza presso l'Università di Parma, ha affrontato il tema della giustizia riparativa, che mira a ricostruire le relazioni e il tessuto sociale compromessi dal reato attraverso la mediazione tra vittima, autore del reato e comunità.  
L’ impatto della giustizia riparativa, anche se praticata in modo molto limitato, risulta particolarmente positivo nell’ambito della giustizia minorile: per il minore che ha commesso il reato in termini di assunzione di responsabilità, per chi ha subito il reato per  la sensazione del riconoscimento del danno, per la comunità perché mira  a rafforzare i legami sociali favorendo la prevenzione.

Particolarmente interessante è l'applicazione di questo modello nel contesto scolastico con la nascita delle “scuole riparative” (attualmente 13 in Italia). Scuole che affiancano alle sanzioni tradizionali lo strumento della mediazione, partendo dal presupposto che non conta punire, ma ricostruire la relazione tra ragazzi coinvolti nel conflitto, ai quali viene offerta l’opportunità di un confronto in uno spazio protetto di ascolto e di parola.

Nella seconda parte dell’incontro si è trattato il tema del rapporto tra carcere e territorio con Deborah Chiarle, funzionario Giuridico Pedagogico in servizio presso la Casa di Reclusione di Asti e Domenico Massano, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della città di Asti che hanno presentato le diverse attività realizzate con il territorio. Attraverso presentazioni di libri, incontri e progetti con le scuole, laboratori e spettacoli teatrali, lavoro di redazione, la comunità  è chiamata a partecipare all’azione rieducativa dei detenuti, secondo quanto previsto dalla normativa penitenziaria. Nello stesso tempo il rapporto con  la struttura carceraria agisce come prevenzione della violenza  per la collettività. Per i giovani in particolare l’interazione con la popolazione detenuta è  un’occasione di crescita personale e umana, di sensibilizzazione  al dialogo, all’ascolto,  all’impegno civile.  

Le  iniziative di inclusione sociale negli istituti penitenziari sono però ora messi  a rischio dalla nuova circolare del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria che centralizza l’autorizzazione delle attività esterne rendendone molto più difficile la realizzazione.

Una svolta restrittiva fortemente criticata anche dai familiari delle vittime di mafia e terrorismo che così si sono espresse: “guardiamo con notevole perplessità e sofferenza personale alle norme restrittive recentemente introdotte nelle carceri italiane volte a irrigidire, limitare e contingentare queste feconde attività di relazione tra detenuti e cittadini”.

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