Risaliamo a Santa Libera. Ricordando Giovanni Reuccio Gerbi

di Mario Malandrone.

Giugno 2001, si era in 4 o 5, striscioni neri e rossi da colorare in Via XX settembre nella sede di Terre di Nessuno. Eravamo giovani dai 20 ai 30 anni, discutevamo di che colori usare. Due persone sui 60 e passa anni bussarono alla porta. Uno dei due esordì "Siete voi che volete fare la rivoluzione?", una voce gentile, gli occhi vispi e la gioia di un bambino. Noi chiedemmo chi fossero e loro dissero, "Siamo dell'Anpi". E poi "Posso sedermi?"...


Gli porgemmo una sedia e lui inizió a guardare cosa facevamo e raccontava: "Ho sentito del G7, fate bene! Mi son detto, noi partigiani dobbiamo incontrarli. Siete voi la nuova resistenza".
Noi ci fermammo ad ascoltare un po' increduli... Lui continuó, "siamo venuti a portare l'adesione dell'Anpi al Social Forum. Io sono il partigiano Giovanni Gerbi".
Ecco il primo incontro con un uomo che aveva idee nette e forse troppo più grandi di ciò che eravamo noi allora, perché noi una nuova e vera resistenza non lo eravamo. E lui ha continuato a vedere "la resistenza", ovunque si accendesse "una protesta", "una lotta", per oltre venti anni. Perché diceva che il mondo per cui avevano lottato i partigiani non era quello attuale e che la resistenza non era terminata allora.

Iniziò una frequentazione, dapprima sporadica. Reuccio veniva nelle assemblee del forum sociale, ma non sempre. Non mancava mai a quelle grandi, alle manifestazioni; e mentre noi accumulavamo prima mazzate sul lungomare di Genova e poi un ridimensionamento del movimento, lui portava avanti una sua battaglia personale. Voleva che l'ANPI si aprisse alla "nuova resistenza". Ammetto che per noi non era fondamentale, apprezzavamo il suo piglio, che si trasformava in conflitti con la dirigenza, ma non era certo una priorità.
In fondo noi eravamo impegnati su mille fronti: dal sociale, all'ambiente, alla partecipazione. Eravamo anche molto ingenui e ci facevamo spesso fregare in molte di quelle lotte.

Lui intanto continuava le sue battaglie perchè l'ANPI si aprisse, ne fece una questione di puntiglio fino a pagarne le conseguenze, perchè le dinamiche si erano increspate.
In quella sua personale lotta, iniziò l'amicizia con lui. Mi dava testi da scrivere, mi raccontava della resistenza, del suo cambiamento di quindicenne che capì di dover scegliere dagli occhi di una ragazza che lo vedeva vestito in abiti del regime, visto che era in collegio.
Era romantica quella storia. Reuccio scelse la resistenza per la lettura di uno sguardo di una ragazza che gli piaceva e in cui leggeva il disprezzo per il fascismo.

Iniziarono i racconti su Santa Libera, la ribellione postuma della resistenza, un'esperienza in cui si capiva dai discorsi di Giovanni che la figura che diventava un gigante era Armando Valpreda. Giovanni non si ergeva ad artefice, si ritagliava il suo ruolo di avere preso parte e di essere stato toccato, col suo ruolo, da una vicenda che gli avrebbe in qualche modo influenzato l'analisi politica.
In quegli anni dal 2002 in poi vivevo in Via Pallio e Giovanni era diventato una figura simbolo di quella casa, veniva per parlare, scrivere e si fermava in cucina a raccontare della resistenza a chi passava di lì. Spediva lettere vibranti contro il rischio di un ritorno dei partiti fascisti. A pensarci oggi, quante profezie e battaglie che anticipavano i tempi. E così scriveva e scrivevo, ma quei comunicati ai giornali andavano a vuoto...

Intanto la lotta per aprire l'ANPI, da altri vista in modo strumentale, ne provocava una insanabile frattura. Da lì a poco molti di noi sarebbero entrati nell'ANPI ma senza Giovanni.
Paradossale, qualunque fossero i dissidi; di una cosa ero certo: Giovanni era innamorato della giovinezza e di noi giovani attivisti, per noi o su noi aveva condotto la sua battaglia.
Oggi conosciamo bene come l'ANPI si è rinnovato, con nuovi iscritti, giovani militanti, un'apertura ai movimenti. A guardare quella sua presa di posizione di allora, viene un po' di tristezza e anche di tenerezza. La tristezza per idee nate venti anni fa, la tenerezza per chi a volte profeta non è per mille ragioni. Forse per carattere; per me quel carattere era dolce, ma sapeva pungere chi in qualche modo ostacolava le idee che lui riteneva giuste.
E quel carattere dolce lo riservava a tutti i giovani militanti, ne sceglieva i caratteri, le intelligenze e le doti e li accompagnava, con noi non era vendicativo nei contrasti, difendeva il suo pensiero lineare e a volte elementare, ma aveva quello sguardo di benevolenza, ci lasciava l'alibi di non esserci ancora corrotti. A noi era concesso sbagliare, essere avventuristici, ingenui...

E così si innamorava delle occupazioni della Tierra y Libertad, della scuola di Valgera, dei collettivi studenteschi, delle lotte per la casa. Di quelle lotte io credo condividesse la spinta, ne riconosceva l'ingenutà, la fragilità. Sapeva quanto scaltra fosse la politica, anche a sinistra, sapeva e voleva proteggerci dall'essere traditi e non smetteva di metterci in guardia.
Se poi avevi l'occasione di salire nelle Langhe con lui in uno dei posti della resistenza, il viaggio diventava una dolce serie di domande sul fine di quelle lotte, sul che fare, sull'idea che stava alla base e la discussione era sempre: "Perchè non avete il coraggio almeno di nominarla la rivoluzione?"
E in fondo caro Giovanni, nel cuore vedevi slanci e voglia di fare, ma non la nominavamo perchè non eravamo abituati a vincere, manco piccole battaglie, ci accontentavamo di piccoli passi.

Quante volte avrò detto "le cose che facciamo sono dei passi, piccoli cambiamenti", quante volte mi avrai ripetuto "piccole cose che vi concedono i padroni"; quante volte ho ripetuto "ma possiamo fare solo questo" e quante volte mi son sentito rispondere "ma se non guardate più in là, le piccole cose che vi danno ve le tolgono".
Erano piccole lezioni di politica, io so bene che alcune scelte non le condivideva, ma non smetteva comunque di considerarci quella nuova resistenza del 2001, "sbagliate analisi, ma vi stimo".
E così con lui esploravo alcuni posti della storia, del mio quartiere, questioni irrisolte della resistenza, della sinistra.

Diceva tutta la verità o in qualche modo la trasformava? Non sono uno storico, non ho gli elementi per dirlo, di certo aveva una passione: i giovani e i compagni, soprattutto quelli che pagavano in prima persona, e anche gli anarchici.
Strano, si potrebbe dire: Giovanni era stato partigiano giovanissimo, poi nella FGCI, nei consigli di fabbrica, RSU della CGIL alla WAYA, membro del PCI.
Dal PCI aveva preso formazione, istruzione, aveva fatto politica istituzionale ed era stato Consigliere provinciale credo per due mandati.
Eppure non negava che qualcuno di noi volesse fare politica istituzionale, non giudicava noi, ma certo quello non era da più di 30 anni il suo mondo. Da quel mondo ne era uscito, con una critica storica, con una critica forte allo stalinismo, al centralismo democratico, ai partiti di sinistra. Provava un'innata simpatia per chi pagava in prima persona nelle nuove lotte, ripeteva spesso "anche nella resistenza autonomi e anarchici erano quelli che hanno pagato prezzi alti"; lo diceva con affetto e con sguardo riconoscente.

Ed è a quei mondi che guardava, anche se sognava che quei mondi non si accontentassero di riformare il sistema ma di abbatterlo.
E' come se crescendo avesse maturato consapevolezza, distanza verso una politica che aveva vissuto, come se tornasse idealmente a Santa Libera, non a una torre di guardia, ma fosse tra quelli che potevano scegliere se tornare ad Asti o no, come se si riaffacciasse dal balcone del Comune per dichiarare non una piccola vittoria, ma l'inizio di una nuova lotta...

Uno potrebbe dire che dopo le mille esperienze sindacali e politiche era tornato indietro alla sua primavera. La viveva nell'incontro con i movimenti per la casa negli stabili occupati, con i giovani dei collettivi, con gli anarchici e diceva "non vi accontentate del poco che vi danno, chiedete di più, annunciatela la rivoluzione, non abbiate paura" e "non affacciatevi al balcone delle istituzioni per festeggiare una vittoria a metà, un compromesso".
A me piace pensare che Reuccio abbia fatto questo cammino al contrario da partigiano giovanissimo a politico e poi fosse tornato giovane partigiano e bambino.
Con quell'ingenuità, la saggezza, a volte la testardaggine di chi vede netta la via e la vita. E le sue parole con noi erano questo: lineari e semplici. Ecco: Reuccio è tornato bambino, come quei bambini in Torretta seduti in cerchio a fare disegni contro la guerra e a cui chiedeva in un estate di sole "Preferite la pace o la guerra?".
"Sapete chi era Stefano Manina?" e con tanta pazienza spiegava il perchè i partigiani avevano combattuto per un mondo più giusto, un sogno, la pace e la fine dell'idea di morte e di guerra.
E giovane come era, cercava nelle lotte e nei militanti di oggi i suoi amici e compagni di allora: Armando, Fulmine...

Negli ultimi anni, dopo più di dieci anni di confronti, discussioni, innamoramenti, sogni, distanze, ho perso i contatti con lui.
Certo il XXV aprile lo re-incontravo e tornavamo a scambiare alcune battute; l'ho rivisto pochi giorni fa nel letto dell'ospedale alla fine dei suoi giorni... so che mi stimava, so che credeva che dovessi impiegare la mia intelligenza non per piccole conquiste e che anche come Consigliere comunale non avrei potuto fare molto. Forse riponeva in tutti noi un po' più di fiducia di ciò che meritiamo, ci dava compiti che erano "oltre".
Ma era il suo compito, portarci oltre la collina.

Ora lo immagino arrivare in un'assemblea di fabbrica o, più poeticamente, oltre una collina (lui non credente) e ritrovare alcuni giovani (Armando, Fulmine...) che riconosce: discutono e lui li osserva, torna ragazzino.
Lo immagino prendere una sedia, sedersi e guardarli attraverso il sogno di una possibile rivoluzione e chiedere: "perchè non proponete di risalire a Santa Libera?"...

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